La Frase Schermistica, Tesi, racconti e pubblicazioni varie

Aldo Nadi racconta

Nedo e Aldo Nadi, due nomi che hanno fatto la storia della nostra scherma sportiva, e ancora attirano e incuriosiscono vecchi e nuovi appassionati.

Di tanto in tanto emerge qualche nuovo video, o qualche articolo, come questo che vi propongo, da una pagina conservata nell’Archivio di Nedo Nadi, nell’Agorà della Scherma della Pro Patria di Busto Arsizio. L’autore è Aldo Nadi, e l’incontro col direttore della rivista avvenne a bordo del transatlantico Rex, nel mese di luglio del 1939, quando Aldo ritornò – con non pochi rischi, vista la data – “dall’America”, con la moglie Rosemary, per incontrare per l’ultima volta il padre, Beppe Nadi. Non incontrò il fratello – con cui aveva rotto i rapporti – che sarebbe morto di lì a pochi mesi. Nell’articolo, Aldo racconta le sue prime esperienze da piccolo allievo, la sua voglia di emergere, lacrime, vittorie e sconfitte, e ci mostra il padre affettuoso che in sala diveniva il Maestro severissimo e temuto.

Le immagini che vedete sono riprese in parte dall’articolo (quella di Aldo sul cavallo a dondolo, e col direttore Dauphiné), in parte dall’autobiografia di Nedo Nadi, The Living Sword, pubblicata nel 1995. Fra queste ultime, la copertina con Aldo Nadi e Rosemary

Buona lettura!

 

ALDO NADI RACCONTA

 

È questo il primo di una serie di articoli autobiografici che l’imbattibile campione di scherma ha aderito di scrivere per la «Scena Illustrata». Prime delusioni, e primi successi, vittorie e sconfitte, sono qui rievocate sullo sfondo di una vita avventurosa e sbarazzina densa di episodi originali. L’inizio della pubblicazione, coincidenza non casuale, segue di pochi giorni la chiusura della «Fides» di Livorno, storica fucina di grandi schermidori, dove alla scuola di Beppe Nadi, Aldo, insieme al fratello Nedo ed a moltissimi altri, compì i primi passi della sua fulgida carriera.

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In pieno Atlantico, sul “Rex”, durante il mio primo viaggio di ritorno dall’America ove risiedo definitivamente, fui avvicinato dal Direttore della “Scena Illustrata”. Un ufficiale di bordo ci aveva presentati il giorno prima.

Mi disse: «Senti, Nadi, io dirigo la Scena Illustrata. Dopo averti conosciuto personalmente, ho pensato che i lettori della mia rivista gradirebbero leggere degli articoli tuoi che potrebbero essere presentati sotto forma di Memorie…”.

Una risata quasi sguaiata interruppe l’ottimo Dauphiné, al termine della quale risposi al mio interlocutore:

“Caro Dauphiné, perdona il mio riso aperto, ma alla parola Memorie non ho potuto contenerlo… Non sono una celebrità, ancor meno un letterato. L’aver collaborato su vari giornali europei come critico sportivo non mi dà alcun diritto di considerarmi uno scrittore… Inoltre, pur essendo molto lusingato della tua cortese offerta, mi pare che poca gente si possa oggi interessare, in Italia, a leggere quello che potrei scrivere sulla mia vita. Il nome stesso mi dà l’impressione che debba apparire come sbiadito dal tempo. Sì, è vero che per molti anni il mio nome fu abbastanza conosciuto in Italia e in tutta l’Europa. È vero che detti alla scherma del mio Paese un lavoro indefesso e, modestia a parte, parecchi lustri di continue vittorie. È vero che i più diretti avversari della scherma italiana mi hanno riconosciuto e ancora oggi mi riconoscono, all’unanimità, come l’esponente della nostra scienza delle armi… Ma tutto questo, se appare piuttosto nel passato a me, deve sembrare al lettore di oggi come un ricordo quasi antidiluviano… D’altronde, ti ripeto, non ho mai saputo scrivere: per di più, ogni volta che prendo la penna in mano, son pasticci. Ho la benedetta e non sempre lodevole abitudine di dire la verità schietta. Tanto sui fatti come sugli uomini. Ti ringrazio dell’offerta squisitamente cortese, ma penso sarà bene non parlarne più…”.

A questo punto il Direttore della Scena illustrata seppe insistere, con grazia e lusinghe. Rifiutare sarebbe stato far mostra di cattivo gusto e sgarbatezza. Conclusione, eccomi qua; il Direttore della Scena Illustrata mi ha battuto.

 

Sono con le spalle al muro, e quasi al buio. Memoria mia, aiutami. Ma questo non appare facile. Subitamente, un lontano incidente ti si presenta vivido. Allora il racconto mentale s’inizia, e, a poco a poco, la foschia si dirada. Stranamente, si ha l’impressione di essere arrivati ad una sorgente inesauribile di ricordi che credevamo ormai dimenticati…

Mi ricordo di un cavallo che possedevo, di legno, e sul quale già mi allenavo per Pinerolo, dove, parecchi anni dopo, passai molti mesi. Ed anche, ho la netta visione di una gonnellina che non era troppo comoda durante le mie cavalcate infantili piene di sogni, alcuni dei quali si sono avverati. La gonnellina ha la sua importanza nei primi ricordi, perché fu proprio con la gonnellina che all’età di quattro anni e mezzo fui messo “in guardia” dal Maestro.

Dire che mi ricordo la prima lezione sarebbe un eccesso. E per quanto durante i miei primi trent’anni di vita io abbia vissuto quasi unicamente di eccessi (“La strada degli eccessi conduce al palazzo della saggezza” dice Blake), pure non mi parrebbe onesto di abusare dei miei lettori – se ne avrò alcuno.

Ma ricordo distintamente le lezioni dei primi anni di lavoro. Studio alla scuola, ed appena finita la scuola, sole e tempesta, in Sala. Appena entrato, la voce del Maestro, tonante, ti raggiungeva fino alla porta, e già sapevi che avevi a che fare con un mastino che, se pur benefico (allora non potevi giudicarlo tale) ti faceva immediatamente sentire — sulla soglia del Tempio — che era lui il padrone assoluto.

Con i tuoi libri sotto il braccio, entravi nella Sala, già affollata. Il Maestro era al suo solito posto e dava lezione. Dal tenore della sua voce potevi farti un’idea immediata del suo umore. Nove volte su dieci questo era pessimo. Cosicché anche per le scale, sapevi più o meno come stavano le cose.

Entravi in Sala, dicevi: “Buona sera Signori”, e al Maestro: “Buona sera Papà”. Nove volte su dieci la risposta ti giungeva in un tono severo, secco, come se all’uomo al lavoro qualunque cosa da dire o da fare, perfino il profferire un semplice “buona sera”, fosse stato un inconcepibile per quanto inutile sforzo. Molti anni dopo compresi: quando io oggi do una lezione esigo di non essere interrotto per nessuna ragione. Dubito che un terremoto sia capace di farmi interrompere una frase o una spiegazione che offro all’allievo, muto, mentre i miei occhi cercano i suoi — attraverso le due maschere — con un’espressione che so essere simile a quella di un assassino al momento stesso della consumazione del delitto.

Poi, te ne andavi verso lo spogliatoio, essendo ormai bene al corrente sull’umore di Beppe. E ti spogliavi. Qui, c’era un momento di libertà relativa. Altri ragazzi miei coetanei erano presenti, e o gioco, o parole, o scherzo cominciava. Questo andava bene per qualche minuto… quando, subitamente, una figura ispirante terrore appariva — sulla punta dei piedi ed in silenzio assoluto — sulla porta. Quello di noi che ne intravedeva l’ombra avvicinarsi dava l’allarme, ricomponendosi, ma non tutti si rendevano conto del pericolo a tempo. E alcuni si facevano trovare in flagrante. Se ti trovavi fra quelli erano guai: a andarti bene, si trattava di un paio di frustate secche e sode le quali ti facevano parecchio male per qualche secondo ma le quali, in fondo, servivano a completarti il callo generale a cui il tuo corpo si preparava quotidianamente. Le “frustate”, per il lettore, erano date con la lama del fioretto che, come tutti sanno, è di flessibile acciaio. Semplicemente.

Dopo di che, Beppe se ne tornava, o tranquillamente e senza aprir bocca, o continuando a inveire contro noi tutti, alla lezione interrotta dal nostro baccano.

Eri ora vestito da scherma, e ti presentavi in Sala. Non vedevi qui buffonata alcuna, neppure da parte degli allievi con i capelli grigi, perché la disciplina era sempre perfetta. E ti armavi, maschera in mano, aspettando il tuo turno. Il quale non tardava.

Se il Maestro era ancora furioso con te, egli ti dava una lezione muta. Non apriva mai, dico mai, la bocca. Dovevi indovinare quello che egli voleva tu eseguissi: e questo, ho compreso dopo, non fu del tutto inutile nella preparazione di uno schermidore e del suo cervello schermistico. Se invece, nel frattempo, Beppe Nadi aveva ricevuto una buona notizia (come un regalo o un invito qualsiasi da parte di un allievo), allora diventava loquace. Ma la lezione, ancor più dura.

Al primo errore, a andarti bene, ti prendevi del cretino. Al secondo, era una frustata non troppo forte. Se continuavi, il vocabolario dell’uomo che ti stava di fronte e che appariva ai tuoi occhi di fanciullo come un energumeno dal quale neppure il diavolo ti avrebbe potuto salvare, era vario. Se era ancora di un umore rigido ma benefico, ti sferzava con parole di scorno che ti facevano ribollire il sangue e che finivano col farti piangere dalla rabbia. Se l’umore invece era dei peggiori, le invettive e gli insulti ti cascavano sulla testa con la violenza di una tempesta di pioggia newyorkese.

Finivi cosi la prima parte della tua lezione. E se eri abbastanza avanzato nello studio, tiravi con i tuoi coetanei e con quelli che ne sapevano più di te, raramente con quelli che ne sapevano meno. Ma anche mentre tiravi, sapevi che c’era da fare una seconda lezione e che sarebbe stata un bis della prima.

Quando anche questa era finita, tiravi un sospiro: ma sapevi, sentivi che non avevi perduto il tuo tempo. Ti rendevi conto che non c’era nulla da fare, che quella era l’unica maniera. Poiché, ti dicevi, se vuoi diventare uno schermidore, un campione, bisogna tu paghi in qualche modo. Questo è il modo. Prima di te centinaia, migliaia di persone hanno fatto ugualmente… Ma eri allora assalito da un dubbio. Sì, tanti adepti avevano lavorato per anni, ma quanti erano riusciti ad emergere nettamente? Ben pochi, ti dicevi, e proprio in quel momento, mentre riflettevi sul tuo possibile avvenire, i tuoi occhi seguivano un allievo che faceva scherma da vent’anni, e che tu, dodicenne, battevi facilmente… E il dubbio di non potere, di non saper progredire, e di restare fesso come l’allievo che osservavi in quel momento, ti dava un brivido di terrore che ti scorreva sulla schiena come una doccia ghiacciata…

Prima di rivestirti, avevi l’onore di incrociare il tuo fioretto con i forti, i campioni, sempre presenti. Campioni veri, e campioni senza valore. E ti rendevi conto che con questi ultimi potevi già far quel che volevi, nonostante la tua tenera età. E questo ti inorgogliva, t’imbaldanziva, ti rendeva grande ai tuoi propri occhi. Anche, cominciavi a permetterti di sfottere, artisticamente beninteso, chi ti stava di fronte. E questo sì che ti lusingava, che ti faceva mormorare fra i denti: “Ma che fesso… alla sua età sarò il campione del mondo, nessuno mi toccherà, grandi e piccoli cadranno come foglie in autunno dinanzi al mio fioretto. Sarò il più grande, il campione per eccellenza, l’imbattibile”… “L’ultima per favore….”, e attaccavi, e toccavi. Questo confermava la tua ipotesi, che era ormai divenuta dogma.

Ma non era finita… oh no! Il campione con valore ti faceva davvero il grande onore di cinque minuti d’assalto. E lo investivi subito, sempre pieno della baldanza immagazzinata nell’assalto precedente. E lo attaccavi da ogni parte, o cercavi di parare i suoi attacchi che parevano lenti, senza scatto, ma che raggiungevano la tua giubba sdrucita senza pietà: oppure, senz’alcun’altra speranza, arrestavi, per renderti conto immediatamente che il tuo arresto era completamente sbagliato e che la lama del campione era signorilmente piegata sul tuo petto, inesorabilmente… Ti arrabattavi, facevi di tutto, ortodosso o no, inutilmente. Ti scomponevi, facevi dei movimenti falsi, orrendi, pur di toccare. E già bestemmiavi fra i denti, contro te stesso prima di tutto, contro il tuo avversario, contro la scherma, contro tutto, tutti, il mondo intero… Beninteso non riuscivi mai a toccare, ed il tuo avversario rideva sotto i baffi. Questo finiva con l’infuriarti, e con il renderti fisicamente e mentalmente irresponsabile. E decidevi, col tuo geniaccio istintivo, una porcheria qualunque con la quale, per caso, riuscivi finalmente a toccare. Ma non avevi ancora finito di godere questa tua gioia suprema che, per di dietro, il Maestro, che ti si era avvicinato silenziosamente e che aveva visto l’orrore dei tuoi movimenti, ti sferzava una frustata solenne, secca e soda, in tempo perfetto e senza commento alcuno. Te la prendevi in silenzio, e non sapevi dar torto a Beppe: al contrario, sapevi che aveva ragione. Ed allora ricominciavi l’agone. Ma l’uomo di fronte era un campione. E tu avevi dieci, dodici anni… “Ma perché non posso toccarlo, perché, perché?… Non c’è ragione…” ti dicevi acerbamente mentre la tua febbre montava e perdevi totalmente la calma. Perché?… E le stoccate, sul tuo petto, come pioggia… E ti sentivi umiliato, più che sconfitto, impotente, finito, miserabile. Domandavi l’ultima stoccata, che ti veniva data senza tanti complimenti, e finivi così la tua giornata di effettivo lavoro. Ti avviavi allo spogliatoio mogio mogio, con il cervello in fiamme, il cuore moralmente spossato, fisicamente prostrato.

Cominciavi a spogliarti, e te ne andavi verso quello che al “Fides” si chiamava il “lavabo”. Questa era una camera di pochi metri quadrati, non troppo ben rischiarata dalla luce a gas (il “Fides” ebbe la luce elettrica più tardi) che rabbuiava maggiormente il tuo morale. Vi erano molti asciugamani alle pareti, ognuno al proprio numero, appartenenti ai vari allievi. Sceglievi il tuo, e ti avviavi ad uno dei due bacini metallici dove ti lavavi. Questi si trovavano sopra una lastra di marmo che raggiungeva, a quell’epoca, l’altezza delle mie ascelle. Eri solo, con la tua disperazione. È l’unica parola che, oggi, dopo tanti anni, io possa usare per esprimere il mio stato d’animo del momento. Disperato, come nella Tosca. “Non sei buono a nulla, non sai toccare nessuno. Non sarai mai nulla, perdi tempo, buono a nulla”. Le parole erano profferite con un fil di fiato perché avevi vergogna di te stesso, e soprattutto perché temevi che alcuno le intendesse. No, eri solo, solo con la tua disperazione, la tua umiliazione indescrivibile, la tua rabbia tremante che ti faceva penosamente boccheggiare fino a quando, non potendo più resistere, scoppiavi in un lacerante singhiozzo che ti tagliava il fiato totalmente. Le lagrime seguivano, calde, salate, copiose, e si mischiavano all’acqua con la quale cercavi di lavarti. Allora interrompevi l’abluzione, e con i gomiti sul marmo e la testa bassa nel cavo delle mani bagnate — come per nascondere la tua propria ignominia — piangevi, piangevi amaramente, fino a quando ti accorgevi che nel “lavabo” non eri più solo… Quante volte la scena si ripeteva…

Ma i mesi e gli anni passavano. E ti sentivi più forte, e nessuno più riusciva a cappottarti, neppure i campioni, i veri. E speravi, cominciavi seriamente a sperare. Imbattibile? Chissà… ti dicevi…. “è tanto difficile non perdere…”. Perché di questo ne avevi già fatta l’esperienza: avevi vinto le tue prime competizioni nelle quali avevi mostrato una certa attitudine alla battaglia, e perché, in competizione, ti sentivi nel tuo elemento. Perché dunque non sperare…

 

ALDO NADI.

 

 

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