Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Il bambino e la scherma

Confinato in casa, ne approfitto per fare un po’ d’ordine fra le mie cose, che sono tante. Mi sembra di essere un archeologo, talvolta. Scavando, ho ritrovato prima un video, poi un articolo che vi ripropongo: lo scrissi in occasione di un convegno sul bambino e la scherma organizzato a Rimini dalla Fis, il 17 maggio 2005. La bimba di cui scrivo alla fine, Deborah, è la stessa che prende lezione dall’uomo nero. Il video risale, probabilmente, alla fine del 1999, o al 2000: potete vederlo cliccando sul link sottostante

Deborah e l’uomo nero

Me lo raccontò Rossella, la mamma: Deborah tornò a casa un po’ emozionata, perché aveva fatto lezione con l’uomo nero!

Ho utilizzato per la copertina di questo articolo – col permesso dell’autore, che ringrazio – un’immagine tratta dal suo bel libro “Conoscere la scherma”.

 

—————-

Rimini, convegno sul bambino e la scherma, 17 maggio 2005

Sono grato alla Fis per l’invito a questo convegno in onore del nuovo sponsor del GPG: uno sponsor, Montepaschivita, con alle spalle una banca di antichissime tradizioni; il che ci consente di affermare una certa qual affinità fra due tradizioni consolidate, che spero continuino a viaggiare affiancate anche in futuro.

Stretto fra due tecnici della materia, lo psichiatra e lo psicologo, non oso addentrarmi in argomenti che loro sapranno certo sviluppare meglio di me. Mi rifarò, quindi, principalmente alle mie esperienze, dopo oltre 35 anni di pedana.

Sono un tecnico della scherma, e questo fa di me, volente o nolente, un educatore, in quanto punto di riferimento per tanti giovani e giovanissimi che frequentano la palestra in cui opero.

In quanto naturalista sono avvezzo, per formazione accademica, ad un metodo di indagine che ho portato anche nella mia attività successiva, l’insegnamento della scherma: un’attività eminentemente pratica, empirica, che però è giustamente ancor oggi impregnata del suo definirsi “arte e scienza”. La teoria, pur presente e necessaria, trova forza sempre nell’esperienza e nella pratica quotidiana. Quando troppo se ne discosta, è la seconda che finisce col prevalere. Al contrario di molti, coltivo dubbi, piuttosto che certezze, e cerco di rimettermi in discussione ogni giorno. Ma, come mi ha insegnato la scherma, i dubbi non devono portare alla paralisi, bensì alle decisioni ponderate e responsabili, a volte fulminee.

Questo è vero in pedana, e ancor più in quella pedana metaforica che è la vita. E, nella vita del Maestro di scherma, a contatto con i giovani, e corresponsabile della loro crescita, il dubbio e il rimettersi in gioco accompagnano, devono accompagnare un processo di crescita che non è solo dell’allievo: anche il Maestro cresce con lui, in modo meno appariscente ma altrettanto determinante.

Sono arrivato alla scherma per puro caso, ad un’età in cui molti smettono. Ho aperto quasi per caso la porta della palestra del Cus Napoli, dove il Maestro Vittorio Bassetti insegnava agli universitari. Ero spinto dalla curiosità per uno sport mai visto prima, e dal desiderio di rimettere in sesto un braccio, il destro, rimasto fermo a lungo per i postumi di una frattura alla clavicola, ripetutasi due volte di seguito, mentre praticavo lo Judo. Ho aperto la porta, dicevo, e non ho abbandonato più questo sport, che mi ha affascinato non solo perché, come quello che già praticavo, dava sfogo al mio giovanile desiderio di misurarmi e competere, alla voglia di riuscire e migliorarmi: ma soprattutto per il primato, che potevo verificare, dell’intelligenza sulla forza, del tempo e della misura sulla velocità, della tattica sulla tecnica. La scherma soddisfaceva il mio individualismo, e mi costringeva ad un’autodisciplina e un autocontrollo che mi erano congeniali; pur portandomi a comprendere che non è possibile il successo senza attenzione all’interazione con tutti coloro che lo rendevano possibile, tecnici, compagni di allenamento, società, arbitri.

Dopo pochi anni di rapidi progressi e di buona attività schermistica, l’ingresso risolutivo nel Centro Sportivo dei Carabinieri. Tre anni volano in fretta e, finito il servizio militare, mi ritrovai a dover fare i conti con gli studi non terminati, e la cassa vuota: perché a pagarmi gli studi dovevo provvedere da solo. Decisi, così, di trasformare la passione in impegno lavorativo. Mi sposai, mi laureai, iniziai ad insegnare a scuola, dopo il trasferimento nella mia società attuale: la Pro Patria Scherma di Busto Arsizio, dove insegno ormai da 25 anni, dopo sei anni presso la Nedo Nadi di Salerno. Poi, non sentendomi soddisfatto per la doppia attività, presi la folle decisione di lasciare la scuola, quando avevo già in tasca la nomina annuale per l’insegnamento di matematica e scienze nelle medie. Mi hanno dato tante volte del matto, per questo, ma non ho mai rimpianto quella decisione: un colpo di sciabola, un taglio netto, una scelta di cuore, prima che di testa.

Come coloro che davano fuoco alle navi, per non avere la tentazione di tornare indietro, mi sono tuffato nella mia passione, innamorato della scherma.

Mi ero già reso conto che, per crescere tecnicamente, per dare di più agli allievi, dovevo fare attenzione prima di tutto alle mie emozioni. L’allievo si riflette nel Maestro a fondo pedana. Se il Maestro è agitato, l’allievo ne risente. Un episodio fu per me illuminante: a Salerno, un mio allievo, per la prima volta (la mia prima volta), poteva conquistare la terza (!) categoria, mettendo l’ultima botta ed entrando fra i primi 32. Dal dieci pari, un doppio dopo l’altro, si arrivò fino al 19 pari. Mi sembrava di avere la febbre, ero anch’io in pedana. L’arbitro rimise in guardia gli atleti: “pronti?” chiese. “A voi!”. Ma non fu lui a dirlo. Fortissimo e incontrollato, l’urlo era uscito dalla mia bocca. Tutti si voltarono a guardarmi. Anch’io, dal di dentro. E capii. E vedo, tutti i giorni, che molti fanno fatica a capire: l’allievo, quando si volta verso di noi, deve trovarci forti e calmi. Vuole sicurezza, e dobbiamo essere in grado di dargliela. E non possiamo dare quel che non abbiamo conquistato per noi stessi. Una conquista che dura tutta la vita.

Ma poi, col tempo, ho compreso anche tante altre cose. Perché l’allievo possa raggiungere traguardi sempre maggiori, la tecnica non basta. Occorre occuparsi dei rapporti con gli altri: i dirigenti, gli atleti bravi e meno bravi, gli arbitri, i genitori, la Federazione… bisogna conoscere un intero mondo, rapportarsi con esso, ingoiare a volte rospi amarissimi e indigesti.

Mi soffermo un attimo sul rapporto non sempre facilissimo con i genitori. Può capitare che non ci sia identità di vedute, tra Maestro e genitori, sulla cosa migliore da fare, per far crescere i figli, intendo schermisticamente (e non è poco…). Va da sé che è una cosa delicatissima, da trattare con il massimo rispetto verso coloro che sono i depositari del diritto/dovere di educare i propri figli. Ma può capitare di notare che, a volte, un genitore non si renda conto di limitare la crescita, di bloccare la fiducia, di vanificare con una frase un paziente lavoro fatto in palestra. E che non accetti interferenze col suo metodo educativo, che a noi può apparire diseducativo. Non esistono, in proposito, soluzioni preconfezionate. Solo la sensibilità e l’esperienza di ciascuno possono suggerire la via giusta. E talvolta si fallisce, con grande sofferenza. E si deve accettarlo.

Il legame che si stringe negli anni tra Maestro e allievo può essere fortissimo. Quante volte mi è capitato di sentirmi dire, inavvertitamente: papà. Qualche volta, anche volutamente: sei il mio secondo papà. Qualche altra volta, vi farò sorridere: mamma. Si condividono tante emozioni, in palestra e in gara… Voglio raccontarvene solo due.

La prima: Daniele Crosta, lo psicologo che è qui alla mia sinistra, ha lavorato con me per vent’anni. Ricordo ancora, come fosse ieri, l’ultima lezione che gli ho dato. La difficoltà iniziale di concentrarmi, perché ero perfettamente consapevole del fatto che quella sarebbe stata l’ultima volta: il giorno dopo partiva per gli allenamenti collegiali e poi le Olimpiadi di Sydney, dove avrebbe vinto una medaglia. E poi avrebbe smesso. Vent’anni di lezioni, e quella era l’ultima…

La seconda: proprio ieri, dopo anni che non capitava più, ho accompagnato a cena i bimbi più piccoli, dopo una gara andata bene. Entusiasmo, discorsi piacevoli con i genitori, poi, alla fine, uno di loro si ricorda che io so fare gli origami: quei modellini di animali, fiori, oggetti ottenuti piegando un pezzo di carta. Una cosa che affascina i bimbi, dopo aver affascinato anche me, tanti anni fa. Da un gioco si passa all’altro, mi pare di tornare indietro negli anni. Tutti ricevono un ricordino da portare via, quando ad un tratto la piccola Deborah, argento tra le bambine poche ore prima, sempre timida e schiva con me in palestra, mi si avvicina, mi abbraccia, mi deposita un bacione sulla guancia e mi dice, guardandomi negli occhi e sorridendomi: “E’ bello fare le gare con te!”.

Cosa potevo chiedere di più? Grazie, Deborah!

di Giancarlo Toràn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *