Articoli di Giancarlo Toràn

Il colpo da duecento scudi

Madrid, 1866. L’affascinante avventuriera doña Adela de Otero, abile spadaccina, si presenta dal più rinomato maestro di scherma della città, don James Astarloa, per convincerlo a darle lezioni di scherma: vuole imparare il colpo da duecento scudi, una botta segreta con cui ucciderà – questo però il maestro lo saprà solo dopo – il marchese Luis de Ayala. Duecento scudi, all’epoca, erano una bella somma – non chiedetemi quanto – e pochi potevano permettersi questo lusso: sicché la botta poteva restare segreta quanto bastava per non perdere la sua efficacia. Cercherà di applicarla anche contro il maestro, nel duello che conclude il film, e il fortunato romanzo da cui è tratto: “El maestro de esgrima” di Arturo Perez Reverte. Romanzo tradotto in numerose lingue, e anche in italiano. L’autore ne ha scritti molti altri, e la scherma la fa spesso da padrona: pensate al capitano Alatriste, e al film “Il destino del guerriero”. È logico quindi pensare che la scherma abbia avuto una parte nella vita di Perez Reverte, e che la sua conoscenza dell’arte non sia superficiale.

Naturale, perciò, fu la mia curiosità quando lessi il libro, nella versione italiana. Volevo capirne il meccanismo, ma non riuscii a venirne a capo, malgrado la descrizione abbastanza accurata. Poi venne il film omonimo, col maestro che spiega il colpo nel dettaglio. Le mie perplessità aumentarono, invece di svanire. Infine lessi il romanzo in lingua originale, e compresi, almeno credo. Ed eccomi qui a condividere le mie conclusioni, e a spiegarvi perché era tanto difficile, almeno per me (ci avete provato anche voi?), capire la tecnica di questo colpo. Meglio: di questa frase d’armi.

Mi metto nei panni anche del maestro d’armi che ha dovuto progettare il duello e la lezione, nel film. Testo e video, per forza di cose, portano in due direzioni differenti. La componente emozionale, giustamente, ha il sopravvento su quella tecnica, e lo spettacolo ha le sue regole.

Sul Web si trovano vari frammenti del film e forse, cercando bene, anche il film tutto intero. Qui, ad esempio, trovate i due frammenti che ci interessano: quello in cui il maestro insegna il colpo da duecento scudi, e il duello finale:

https://www.youtube.com/watch?v=QNEkf3V7imA

https://www.youtube.com/watch?v=pAiZIvVjXkE

Perché è difficile comprendere la dinamica questo “colpo segreto”, che pure è descritto tanto minuziosamente? Il motivo è presto detto.

Nel romanzo, la versione originale, in spagnolo, e quella italiana, differiscono significativamente per la traduzione approssimativa dei termini tecnici: per fare qualche esempio, abbiamo un “tiempo marcado” che diventa una “finta in tempo”, concetto distante anni luce da quello originale; la “parata di contro di terza”, diventa una “controparata di terza”; “tirare in quarta” ha un significato diverso in italiano e in francese… perché la scherma di cui si parla è di origine francese, come francese era il maestro di Astarloa, e le armi impugnate nel film, quando doña Adela prende lezione. Quindi, anche la tecnica, e la terminologia, erano prese da quella francese, e bisogna tenerne conto. I fioretti da esercitazione erano tipici dell’epoca, con la coccia formata da due larghi anelli più una lamina di cuoio a protezione delle dita, che diventano due valve metalliche nelle spade da lato in uso a quei tempi.

 

Ed eccoci alla lezione in cui il maestro insegna la botta da duecento scudi.

“È molto semplice. Attenta, per favore”. Jaime Astarloa alzò il ferro e lo incrociò delicatamente con quello di lei, in modo così lieve che sembrò una carezza metallica.”

Nel film, maestro ed allieva sono a distanza – nel gergo schermistico la chiamiamo misura – di affondo, e il maestro prende contatto col ferro di lei in terza: entrambi hanno le punte sollevate rispetto alla coccia, e il contatto avviene sulla destra delle lame, al centro dei ferri. Per la scherma italiana questo era un legamento di terza imperfetto, perché nessuno dei due domina il ferro dell’altro.

“La stoccata da duecento scudi inizia con quella che chiamiamo finta in tempo: un falso attacco che presenta all’avversario un’apertura in quarta, per incitarlo a tirare in quella posizione… Così. Proprio così. Rispondetemi in quarta.”

I problemi incominciano qui, da una cattiva traduzione: e non me ne voglia chi l’ha fatta, perché senza precise cognizioni schermistiche l’impresa era davvero difficile.

La finta in tempo, nella scherma italiana, è tutt’altra cosa. Nel testo originale si parla di tiempo marcado, che potrebbe voler dire un tempo preciso per l’inizio dell’azione, e precisamente quello del falso attacco iniziale: un movimento che sembra l’inizio di un attacco vero, ma in realtà è solo una provocazione, per ottenere una determinata reazione. Nel film si vede il maestro che fa pressione a destra (in terza, quindi) sul ferro di lei per convincerla a tirare dal lato opposto, dopo aver svincolato il ferro. Tecnicamente, all’invito di legamento (come si diceva una volta), che scopre il petto dal lato interno, rispetto al ferro, cioè a sinistra della lama, lei risponde con una cavazione: fa passare la punta sotto la mano del maestro e cerca di colpire il bersaglio dall’altra parte. “Rispondetemi in quarta” vuol dire, alla francese, la stessa cosa: ma non si tratta tecnicamente di una risposta, che è il colpo che segue la parata, bensì di una reazione alla provocazione iniziale del maestro.

“Perfetto. Io controparo di terza, vedete? Distacco e tiro, mantenendo sempre l’apertura per indurvi a oppormi una parata di contro di terza e tornare subito a tirare in quarta… Molto bene. Come potete vedere, fin qui non c’è alcun segreto

Ed ecco un nuovo equivoco, dovuto alla traduzione, e poi un problema, dovuto alla differente terminologia. Nel testo originale è scritto “paro con la contra de tercia”, che vuol dire parare il colpo (la cavazione di lei) compiendo, con la propria lama, un giro completo intorno a quella dell’altro, riportandosi e riportandola, dopo averla così raccolta, nella posizione iniziale, la terza; e non “controparo”, che significa parare, in un modo o in un altro, una risposta, cioè il colpo che segue una parata, che lei non ha ancora eseguito.

Dunque, il maestro para la sua bella contro di terza e risponde “… mantenendo sempre l’apertura per indurvi a oppormi una parata di contro di terza e tornare subito a tirare in quarta”.  Rimando ad un futuro articolo gli approfondimenti sulla scherma francese, e sul significato di “tirare in quarta”, che può riferirsi alla posizione del pugno, o al bersaglio da colpire. Qui, nel testo, si capisce che l’azione viene ripetuta due volte, e che il maestro risponde in modo da favorire la parata dal lato esterno, sulla destra di chi para, appunto la terza, spostando però la mano in modo da lasciar più scoperta per la risposta la parte destra, esterna, del bersaglio.

 

A complicarci la vita provvede il video, che mostra una parata di contro di terza “volante” del maestro, cioè seguita dal distacco dei ferri, con una risposta di coupé, come diremmo oggi, passando la lama davanti alla punta dell’altro. Nel video, però, considerando che le spade di allora avevano ancora i bordi taglienti, la risposta del maestro sembra più una sciabolata alla testa, cui la bella Adela oppone una parata di quinta, con la mano ben alta e la lama quasi orizzontale, in senso trasversale, facendola seguire da una risposta sul ferro, un tentativo di “filo di terza” molto alto, parato dal maestro di nuovo in terza, senza distacco dei ferri. Oggi diremmo “con una parata di controfilo”. Qui, nel video, si aggiunge una spiegazione che tecnicamente sarebbe superflua, ma serve a portare i due a contatto, e a evidenziare i turbamenti del maestro, evidentemente attratto dal fascino dell’allieva.

 

Il maestro spiega che una breve esitazione potrebbe indurre l’avversario ad aspettarsi una risposta differente (all’esterno, quindi) da quella normale (il filo di terza). Si avvicina, sempre dominando il ferro sulla terza, e portando avanti la gamba posteriore, poi risponde facendo passare la lama dietro la schiena, per un’altra parata di terza di lei, che risponde istintivamente all’esterno: dove il maestro è pronto a parare di nuovo in terza, ma ad una distanza molto ravvicinata. Questa risposta di lei è l’errore che permette al maestro di eseguire la stoccata finale.

 

Dunque, il maestro è in guardia sinistra (direbbero i pugili), cioè ha parato terza “di passata”, la sua spalla sinistra è quindi davanti a quella destra, e i due sono vicini: da questa distanza uno svincolo, liberare il ferro, è impresa ardua. Il maestro gira il pugno con le unghie in basso, alza l’arma all’altezza della fronte e dirige la punta sulla clavicola, se vuol limitare il danno, o sulla gola dell’avversario, se vuol farla finita. Sbaglia un po’, nell’esecuzione cinematografica, quando nel colpire abbassa di nuovo il pugno, che avrebbe dovuto restare in alto, rendendo quindi più agevole un’eventuale parata… ma va bene così, siamo stati già abbastanza pignoli.

 

Più tardi, Adela, quando andrà a trovarlo per raccontargli le sue motivazioni, e poi tentare di ucciderlo, gli dirà che con quel colpo ha trafitto il marchese de Ayala. E con quel colpo, in un duello impari, spada vera contro fioretto col bottone, proverà a spedire all’altro mondo anche il maestro. Che però conosce il colpo e, nel film, non nel romanzo, lo para con quella che oggi chiameremmo una parata di ceduta di prima: al filo di terza alto, che concludeva il colpo dei duecento scudi, oppone questa parata e poi, portando a sua volta decisamente in avanti l’altra gamba, e il braccio disarmato, a impedire una rimessa, la uccide con una stoccata in un occhio. Anche i fioretti bottonati possono essere pericolosi, senza maschera!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel romanzo, il finale è diverso: il maestro lancia stoccate verso il viso della giovane, che para, per evitare il rischio di essere sfigurata. Lui intuisce una possibilità, e decide di correre il rischio. O la va o la spacca. Tira il suo colpo, finge di tornare in guardia, e invece tira una rimessa, un nuovo colpo identico al primo, che l’altra non si aspetta, e raggiunge il bersaglio, ponendo fine alla questione.

Bene, abbiamo finito. Oltre al divertimento, cerchiamo di trarne una morale: e non mi riferisco al duello, di cui si è detto tutto il possibile, nel bene e nel male, prima che divenisse un relitto archeologico, o una faccenda sportiva.

Vorrei sottolineare l’importanza della terminologia, un discorso che può facilmente estendersi anche al di fuori dell’ambito schermistico. Una comunicazione corretta – capire e farsi capire – presuppone un linguaggio comune, un significato condiviso e preciso dei singoli termini. Sarebbe utile a tutti, ma nella scherma è particolarmente importante per chi ne discute, e la insegna.

Questo non vuol dire rifiutare il nuovo, o conservare a tutti i costi quanto non è più attuale. Vuol dire inserirlo, con intelligenza e rigore, in un contesto teorico che è stato costruito nei secoli, in Italia in particolare, e di cui dovremmo essere orgogliosi.

di Giancarlo Toràn

 

 

 

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