Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Ricordando Livio Di Rosa

Il Presidente del Comitato Organizzatore dei mondiali Master 2019 al Cairo, Abdel Monem El-Husseini, che a suo tempo (nel 1984 e nel 1988) fece parte della squadra egiziana alle Olimpiadi, mi ha gentilmente inviato alcune foto di Livio Di Rosa, che per oltre un decennio insegnò anche in Egitto, lasciandovi un ottimo ricordo.

Livio Di Rosa è stato un grande Maestro, che tutto il mondo ci ha invidiato, ma purtroppo non ci ha lasciato nulla di scritto. Sono reperibili sul Web alcuni video che lo riguardano, ma che non bastano certo a dare un’idea compiuta del suo metodo. La sua eredità schermistica è tutta nelle mani e nel cuore dei suoi numerosi allievi, che ne seguono le orme: alcuni dopo essere stati anche grandi campioni. Di lui non esiste neanche una voce, ad esempio, su Wikipedia: onore invece concesso a suo fratello Manlio, come lui allievo di Beppe Nadi, e campione mondiale e olimpico di fioretto. Non sono riuscito, ad esempio, neanche risalire alla sua data precisa di nascita (l’anno, forse, è il 1912), mentre è nota la data della sua scomparsa, il 12 settembre del 1992. Credo che Livio meriterebbe espressioni di una maggior gratitudine dalla scherma italiana, cui ha dato tanto, e dalla città cui ha portato un invidiabile prestigio sportivo.

Nel condividere con voi le foto inviatemi dal Presidente El-Husseini, colgo l’occasione per riproporvi qui il pezzo che scrissi su di lui nel secondo volume di FIS 100, realizzato per la Federazione nel 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIVIO DI ROSA

Il nome di Livio Di Rosa è ormai legato in modo indissolubile ai suoi campioni e al Circolo Scherma Mestre.
Ma quando vi approdò, a cinquant’anni suonati, di strada ne aveva già fatta tanta. Iniziò ad apprendere la scherma a Livorno, nei corridoi dei Salesiani, prima di passare alla scuola celeberrima di Giuseppe Nadi. Non fu un grande atleta, come invece il fratello Manlio, campione del mondo, ma qualche soddisfazione se la prese: come quando nel 1931, diciannovenne avanguardista, vinse il torneo di sciabola, davanti a personaggi che sarebbero diventati presto famosi. “Contrariamente alle previsioni, nella lotta a distanza ingaggiata dai favoriti Pinton e Galante, la meglio toccava a Livio Di Rosa, livornese di nascita, ma di religione… protestante. Le ha rintronate di lamenti e di proteste il focoso allievo di Beppe Nadi, le orecchie dei giurati, per tutti i giorni di gare! Col bel risultato che proprio quella volta che veramente aveva ragione di strillare, nessuno l’ha preso sul serio”. Di Rosa capì presto che la sua strada era l’insegnamento, ma in Italia c’era poco spazio e i maestri erano pagati poco. Così, già nel 1936, e sino al ’49, insegnò in Cecoslovacchia, a Praga. Poi andò in Egitto, sino al 1962, e i risultati del suo lavoro incominciarono a essere notati. Fu anche maestro di Re Faruk, oltre che della nazionale. Lavorò bene, tanto che un suo allievo raggiunse la semifinale dei campionati del mondo dei giovani, a Varsavia, nel 1957: si chiamava Hussein, e fece meglio nella spada che nel fioretto. La nazionale egiziana scomparve tutta insieme nel 1958 in un disastro aereo, durante il trasferimento per i mondiali di Filadelfia. Sei mesi prima la Federazione egiziana per affiancare Di Rosa aveva assunto Andrea Tilli, campione del mondo di fioretto con la squadra ungherese. Due eventi che, a rileggerli ora, danno ragione della decisione di Livio di tornare in patria. Era il 1962. Chiese aiuto alla Federazione, ma non ricevette spinte né proposte da circoli importanti. Alla fine si fece avanti il Circolo Scherma Mestre, da poco fondato grazie all’iniziativa di Angelo Giuseppe Cecchinato con l’industriale Renzo Vidal, che ne fu presidente, affiancato dal segretario, Luigi Nonino. A Vidal, che gli chiedeva un programma, rispose: “Giudicherà dai risultati”. E i risultati si videro, ma non subito. Dal ’75 presidente sarà Nonino, che potrà gloriarsi del primo titolo olimpico della sua società, quello di Fabio Dal Zotto. Seguiranno poi i nomi di tanti altri grandi campioni, tra cui Mauro Numa, anch’egli campione olimpico individuale, e Andrea Borella, Dorina Vaccaroni, Andrea Cipressa, Francesca Bortolozzi, Matteo Zennaro.

Le notizie su Di Rosa, purtroppo, sono vaghe e imprecise. La stampa si concentrava sui suoi allievi, su di lui faceva poesia. Cercava di descrivere i segreti del suo metodo, ma senza riuscirci. Per la verità, non ci riuscivano nemmeno i maestri italiani, che seguivano i suoi successi con un misto di ammirazione e invidia. Quando fu chiaro che la fortuna non c’entrava per nulla, i più volenterosi si misero a studiarlo. I più anziani e tradizionalisti si limitarono a criticarne il metodo, o la forma con cui lo esponeva, perché non aderiva ai trattati. C’ero anch’io: tra i volenterosi, per mia fortuna. E ricordo le sterili dispute, le contestazioni formali, quando sarebbe stato meglio utilizzare il tempo per vederlo lavorare, cercando di rubarne i segreti. Non è che Di Rosa, a onor del vero, rendesse facile l’impresa. Era impossibile, ad esempio, fatta una domanda, riceverne una risposta lineare. Ti rispondeva con un’altra domanda che ti confondeva ancor più le idee. Mi stancai presto di cercare il pelo nell’uovo, sport prediletto dai suoi contestatori. Mi feci, del suo metodo, un’idea tutta mia, che forse i suoi allievi contesterebbero. Eccola. Di Rosa era un acuto osservatore. Le azioni che insegnava ai suoi allievi non venivano dai trattati, ma dalle sue osservazioni. Se una cosa funzionava, andava bene. E la insegnava. Sembra una sciocchezza, ma non immaginate quanto coraggio ci volesse, allora, in Italia, per deviare dalla retta via, che era quella — la sola — dei trattati. E le sconfitte a ripetizione del nostro fioretto, da Roma in poi, non insegnavano nulla. Non spingevano i tradizionalisti a cambiar strada. Di Rosa, invece, insegnò a stare in guardia e a camminare in modo diverso. L’invito era con la punta in fuori, così da costringere l’avversario ad allargare il suo movimento per cercare il ferro; e il pugno era girato, con le unghie verso il basso, al contrario di altre scuole che le giravano verso l’alto. Questo permetteva di dare maggior forza all’azione del pollice e cambiare più facilmente la direzione del colpo, col fioretto anatomico. La precedenza di punta fu messa da parte: perché regalare il ferro agli avversari? Era il tempo in cui l’apparecchio elettrico cambiava anche il modo di giudicare. Le stoccate angolate e quelle al fianco, che prima si usavano poco o nulla, ora erano in auge, perché l’apparecchio le vedeva. Il gioco di gambe si fece più veloce e gli arbitri incominciarono a basarsi su quello, per vedere l’inizio dell’attacco. Per la posizione del ferro si diventava più liberi, e Di Rosa insegnò ad allargare le finte, anziché a stringerle: l’avversario era costretto a seguirle, allargava il suo gioco e non riusciva più a parare. Insegnò a camminare alzando prima il tallone, e non la punta, del piede davanti. Per accorgersene, ed essere d’accordo, bastava guardare: lui lo faceva meglio degli altri. Erano finiti i tempi delle guardie larghe, statiche, col peso spostato indietro. In pedana si incominciava a volare. E a sfruttare in modo diverso il movimento: attaccare sull’avanzata dell’avversario, ad esempio. Del resto, questi concetti li aveva già messi a punto quando era all’estero. Scriveva, ad esempio, dall’Egitto: “A mio avviso, e da quello che ho potuto vedere in recenti competizioni, noi italiani ci ostiniamo a voler praticare una scherma che non è nata con noi, a voler purtroppo impostare una cosa nuova che non è atta al nostro temperamento, portato più che altro a provocare per reagire. Ho veduto a Dortmund, in occasione dei Campionati universitari, i tiratori italiani cercare il tempo per poter fare la frecciata, ma non far niente per ottenere questo tempo, non far niente per provocare l’avversario e di conseguenza parare e rispondere. Pertanto la maggior parte delle stoccate, e le più belle ed apprezzate, sono state quelle eseguite su di un attacco, interrotto a causa di cattiva presa di tempo, ma seguite da una buona difesa e risposta. La nostra scherma di difesa non è ottima, ma non ha niente da invidiare o apprendere dagli altri; solo dobbiamo tornare alle origini e riprendere la scherma dei tempi passati, quella che insegnavano i Maestri Giuseppe Nadi e Roberto Raggetti, scherma di tempo, di scelta di tempo e di contro-tempo, che sapeva mettere l’avversario nell’impossibilità di parare, la scherma dei Marzi, Puliti, Bini, Pignotti, del compianto Gaudini, dello stesso Anselmi, i quali hanno saputo tenere in scacco, con questa scherma nostrana, i pur già forti ungheresi. La loro forza era nella tecnica, nella nostra tecnica, e non in quella che oggi cerchiamo di copiare. La nostra discesa è cominciata con l’imitazione e, come in tutte le cose, un’imitazione non è mai uguale all’originale. Per fare la scherma bisogna saper provocare e rubare il tempo, non subirlo. Chi meglio sa preparare questo, chiamiamolo… furto, ha più possibilità di sfuggire all’ arresto.” Le sue idee, e le sue eresie, sono state spesso osteggiate da chi, più di tutti, avrebbe dovuto incoraggiarle: ad esempio da Renzo Nostini, allievo dell’ipertradizionalista Giorgio Pessina, figlio del celeberrimo Carlo, che fu direttore della Scuola Magistrale dopo Masaniello Parise e Salvatore Pecoraro. L’unica scherma valida era quella che aveva imparato lui. Fu solo a suon di risultati e dopo essere stato messo più volte da parte, che il ruvido Di Rosa, privo di peli sulla lingua, ebbe il ruolo che gli spettava. Del resto, mentre la FIS lo sottovalutava, da tutto il mondo accorrevano a Mestre — anche i francesi! — per capire come funzionasse questa fabbrica di campioni che aveva rivoluzionato il fioretto mondiale.

La parte più importante del suo metodo, secondo Di Rosa, era l’impostazione. Ma non era facile fare come lui: “Fin dal primo giorno non bisogna mai dire al bambino le cose che deve fare. Non si deve dargli la risoluzione del problema. Egli deve imparare a percepire la situazione, a comportarsi di conseguenza, e a verificare l’esattezza del suo comportamento”. Ognuno aveva diritto a tre lezioni alla settimana: diritto riconosciuto, però, solo a chi era in fase di impostazione: “Tre quattro mesi dopo l’inizio delle lezioni —spiegava — il ragazzo va in pedana, comincia a tirare: quello che conta è l’impostazione, e per questo intervengo quando ne vedo il bisogno”. Con questo sistema, e con i pochi allievi dei primi tempi, l’inizio fu difficile. Il figlio di Cecchinato, qualche suo amico. Nel 1970 il primo titolo regionale, poi il primo titolo nazionale, di terza categoria, grazie a Maurizio Galvan, oggi maestro. Poi i cugini Borella, Dal Zotto, Numa, la giovanissima Vaccaroni: ognuno valorizzato per quel che poteva e sapeva dare. Non li inquadrava in un modello Di Rosa, li assecondava nelle loro migliori attitudini, e continuava a imparare, osservandoli. Di Dal Zotto disse una volta: “Fa delle cose meravigliose e sai la cosa buffa? Non gliele ha insegnate nessuno, nemmeno io”.

“Riusciva ad intuire e a conoscere le persone guardandole negli occhi — lo ha ricordato Dorina Vaccaroni — o come accadde a me quando, a nove anni, dopo una stretta di mano disse che sarei diventata forte”. “Un mago del fioretto ma soprattutto della vita. Era un padre cui mi rivolgevo nei momenti tristi e difficili della carriera e della vita: un punto di riferimento per noi tutti che non potrà mai essere sostituito”. “Era tanto carismatico che perfino io, che è noto quanto sia refrattaria a ricevere consigli, lo stavo a sentire, gli obbedivo…”

Mauro Numa ha detto che il maestro gli ha insegnato “a stare correttamente in pedana e a comportarsi con la stessa compostezza nella vita”. E Andrea Borella, uno dei suoi allievi migliori, anticipando il sentire di molti degli allievi, così descrive il suo sentimento verso il maestro: “Non si possono riassumere venticinque anni di esperienza, di emozioni, di insegnamenti che valgono una vita, in poche e inevitabilmente vacue parole. Desidero allora custodire gelosamente in me tutto quello che dal Maestro ho ricevuto. Spero solo di riuscire a mettere a frutto in pedana come nella vita questo immenso tesoro”. Certo, Di Rosa è stato unico e non potrà essere sostituito. Ma il suo lavoro — dopo la sua scomparsa, il 12 settembre 1992, a Mestre — ha continuato a dare frutti, pur se interpretato da altri. Dai suoi allievi, ad esempio, maestri che oggi si chiamano Borella, Bortolaso, Omeri, Zennaro, Numa, Galli, Galvan, Bressan. E da chi allievo non è stato, ma da lui ha tratto spunto e ispirazione per creare i propri. Perché la scherma, come diceva Livio Di Rosa, non è imitare, ma creare. Arte e scienza, come si diceva un tempo. Con Di Rosa, soprattutto arte.

di Giancarlo Toràn

 

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