La Frase Schermistica, Tesi, racconti e pubblicazioni varie

Barbolini e il Maestro di scherma

“Giancarlo, ci sei il tal giorno per una visita? Roberto Barbolini, noto scrittore, vorrebbe visitare il Museo con la moglie Silvia!”. Così mi scrive Alberto Pensa, facendomi cadere dal pero: confesso l’ignoranza, di Barbolini non sapevo nulla. Ma il tal giorno non posso, sono fuori per gare. Per fortuna c’è Elena Merlin, la nostra Maestra di scherma storica, che si dichiara subito disponibile, e così parto tranquillo: avrò tempo per documentarmi.

La visita va bene, Alberto ed Elena mi confermano il gradimento degli ospiti. Tempo dopo mi arriva un raccontino, di Barbolini, trasmessomi da Alberto: lo leggo, mi incuriosisce lo stile leggero, ironico e surreale, e poi il titolo, che mi riguarda… e lo metto nel cassetto. Il sito, questo qui, ancora non era pronto: mi dico che il raccontino tornerà buono in futuro, e me ne dimentico. Poi, per un caso fortunato, salta fuori all’improvviso. Il sito ora c’è, chiedo il permesso all’Autore, che subito me lo concede – grazie mille! – e vado a leggere qualche recensione. Trovo su Internet il suo sito, questo:

https://www.robertobarbolini.it/

dove trovate notizie sui suoi scritti, e qualcuno ne potete anche scaricare. Gli ultimi suoi lavori sono, nel 2019, “L’ombelico del mondo. Viaggio sentimentale intorno alla Città della Potta” (Asterione Editore) e, nel 2017, “Vampiri conosciuti di persona”, (edito da La Nave di Teseo).

“Autore fra i più riconosciuti, e meno conosciuti”, leggo fra le recensioni: confermo. Dovrò colmare la lacuna. Fatelo anche voi, e incominciate da qui.

 

IL MAESTRO DI SCHERMA

(di Roberto Barbolini, dopo una visita al Museo dell’Agorà)

Tirare di scherma con questo caldo indossando una maschera in maglia dacciaio con gorgiera bianca sul collo e una giubba aderente poco adatta alla mia stazza gigantesca, credetemi, è un vero inferno. Aggiungeteci che mi sto strizzando le coglie dentro a un paio di braghe bianche strettissime acquistate di seconda mano su e-Bay, e avrete il quadro completo del mio sfacelo. Eppure a questo mi sono ridotto, e dati i tempi è grasso che cola. Devo anzi essere grato al barone Lo Cicero che mi ha trovato lavoro in questa palestra scalcinata alla periferia di Roma, lupa insaziabile dal cui ventre, io che ai piaceri del ventre ho tanto sacrificato, sono stato lentamente divorato fino quasi a perdere la memoria di me stesso.

La palestra si chiama Vigor (non un grande sforzo di fantasia) ed è gestita da un ex rugbista che s’è innamorato della scherma dopo un placcaggio malriuscito costatogli tre mesi dospedale. Il barone Lo Cicero gli ha chiesto di assumermi come maestro per i corsi estivi dei principianti. Un lavoro precario e umiliante per uno spadaccino della mia esperienza; ma sempre meglio del posto da giardiniere che, incurante delle mie palle araldiche, avevo elemosinato al mio nobile amico.

«Anche tu fosti barone, perciò non puoi diventare servitore d’un tuo pari grado», mi aveva liquidato Lo Cicero con un benevolo sorriso di stampo feudale.

Ed eccomi qui, con trentacinque gradi allombra, a tirare stoccate per finta a mocciosi supponenti e a ragazzine in attesa del menarca, cercando di instillare nelle loro zucche dure e nelle loro membra torpide i cosiddetti fondamentali della nobile arte della scherma: cavazioni, finte, affondi, botte dritte con la lama in linea retta a cercare il bersaglio per la via più breve.

Ma sì: è già molto insegnargli a tenere la guardia, con lavampiede destro in direzione dellavversario e lavampiede sinistro orientato verso il bordo della pedana. Il saluto si fa portando larma in linea per poi flettere il gomito, alzare la coccia fino a sfiorare il volto, e distendere nuovamente il braccio. «En garde!». Il combattimento può finalmente incominciare.

Il vero spadaccino è ghiotto della lama, perennemente affamato di duelli. Ma deve saper frenare la sua furia: la parola scherma deriva da schermirsi, ossia proteggersi, ripararsi.

«La prima cosa da imparare è la difesa»: questo il signore di Treville insegnava a noi cadetti; questo io e i miei amici inseparabili cercammo a nostra volta di inculcare nella testa di quel giovane guascone irruente che poi divenne il migliore di noi. Assieme formavamo un quartetto invincibile, nessun avversario era in grado di resisterci. Persino le guardie del Cardinale ci facevano un baffo, che portavamo fieramente all’insù. O, come allora si diceva, alla moschettiera”.

Erano tempi memorabili: succhiavamo il midollo della vita. Vino, donne, musica; e poi duelli, zuffe, sfide a nemici soverchianti: rischiare ogni giorno la pelle ci rendeva più preziosa la vita. Se allora mavessero ucciso, sarei morto da re. Invece il barone Porthos du Vallon de Bracieux de Pierrefond, gigante strizzato in una bianca tuta striminzita, è qui che suda in una palestra di periferia cercando vanamente dinsegnare i fondamenti di unarte che il mondo non può più capire.

Che importa? Da sempre sono abituato alle sfide. E sono ancora ghiotto della lama. Ecco, me la sento penetrare nel petto, fredda e precisa come la morte. Ansimo, mi manca laria, ma non ho paura. Mentre lascio cadere il fioretto e cerco di strapparmi la gorgiera vedo Athos, Aramis e DArtagnan venirmi incontro sorridenti.

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