Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Don Enrico, e il controllo della misura

Nell’articolo pubblicato in precedenza, “La velocità della scherma”, che potete leggere su questo stesso sito, si trovano anche i link ad articoli sulla scelta di tempo e sulla misura, scritti qualche anno fa. Qualche gentiluomo si è premurato di sabotare quel sito, impedendo la visione di numerosi articoli e documenti che avevo pubblicato, e che proverò, tempo permettendo, a riproporre qui.

Inizio da questo raccontino, scritto per partecipare al concorso letterario “Sul filo di lama” ideato da Antonio Fiore: integra idealmente altri tre miei fortunati articoli tecnici, sul tempo, la misura, e dove e come guardare, che potete scaricare cliccando sui link che seguono:

http://www.carmimari.com/blog/wp-content/uploads/2019/09/2007-La-misura-nella-scherma_Tor%C3%A0n.pdf

http://www.carmimari.com/blog/wp-content/uploads/2019/09/2009-La-scherma-e-la-scelta-di-tempo_Tor%C3%A0n.pdf

http://www.carmimari.com/blog/wp-content/uploads/2019/09/2008-Come-guardare-dove-guardare_Schermaonline_Tor%C3%A0n.pdf 

Il racconto è autobiografico: si parla di misura, e di una scoperta illuminante.

 

Don Enrico

di Giancarlo Toràn (25 ottobre 2007)

Il treno arrivava sempre un po’ in anticipo sull’orario d’inizio delle lezioni.
Da poco diplomato maestro, andavo ogni giorno da Napoli a Salerno, per insegnare nella sala di scherma della Nedo Nadi. Lì mi aspettava lui, don Enrico, il custode: gli sono debitore, anche se non l’ha mai saputo. Oggi gli rendo omaggio, alla memoria.
Pensionato di età indefinibile, piuttosto basso di statura, pochi e traballanti i denti superstiti, esalava purtroppo un alito sconvolgente: per me, soprattutto, che dovevo tenergli compagnia per quel lunghissimo quarto d’ora che mi separava dai primi allievi della giornata.
A sentir lui, aveva inventato di tutto, l’elicottero, la mitragliatrice, le più belle canzoni napoletane ma, destino crudele, gli avevano sempre soffiato l’idea.
Le sue storie mirabolanti lo rendevano un nonno simpatico ai ragazzi, che lo ascoltavano volentieri, ma fino ad un certo punto. Diceva anche di avere qualche potere magico: una volta, prima dei campionati assoluti, benedisse la sciabola di Michele Maffei, che il giorno dopo, con quella, vinse il titolo. Beh, forse avrebbe vinto lo stesso, ma qualche dubbio restava.
Don Enrico soffriva di solitudine, ed aveva un gran bisogno di raccontarsi: grande quanto l’abilità degli altri di dribblarlo, di defilarsi, frustrandolo. Poi ero arrivato io, che non potevo sfuggirgli. Di là dovevo passare per forza, ed ero ormai rassegnato. Quasi…
La scena: arrivavo, mi agganciava, iniziava a parlarmi di qualcosa, ma da vicino, troppo da vicino. Me lo sentivo addosso, non so se mi spiego, e arretravo, arrivavo al muro, scivolavo di lato; e intanto respiravo pian pianino, facendo sì con la testa, toccandomi il naso come per riflettere meglio sui profondi concetti, ma in realtà per frapporre una piccola barriera tra il suo fiato e il mio olfatto. Intanto speravo nella salvezza, rappresentata dall’arrivo dei miei nuovi allievi: puntualissimi, purtroppo. Mai che anticipassero di qualche minuto!
Si sa che è nei periodi difficili che si tira fuori il meglio di sé. Quindi resistevo, speravo e rimuginavo. Come fare? La scherma, lo penso ancora dopo trent’anni, è una metafora della vita. Spada, sciabola o fioretto. Se volete, bastone, katana, pugni; e anche discussioni, litigi, ogni tipo di contrasto. Se siete sposati, mi capite senz’altro. La scherma è una, dicevano gli antichi maestri: tempo, velocità e, più importante di tutto, la misura, la distanza. Mi sforzavo perciò di capirla, di penetrarne i segreti. E don Enrico, nei nostri duelli quotidiani, mi ridicolizzava ogni volta.
Avevo letto, quel giorno, un libro sulla prossemica: il significato della distanza fra le persone. L’autore spiegava perché gli arabi, che parlano da vicino, e gli inglesi, che preferiscono una distanza maggiore, non si amano troppo: invadenti, o scostanti. Questione di cultura.
Con questi pensieri nella testa, scesi dal treno e mi avviai verso il purgatorio quotidiano.
Entrai nell’atrio della Nedo Nadi, dove don Enrico mi aspettava, implacabile. Salutai, come sempre, e mi posi stoicamente al centro dell’ampia stanza, pronto al duello, rassegnato alla sconfitta ma, speravo, con dignità.
Avanzò deciso verso di me, e iniziò a raccontarmi… non ricordo cosa. Del resto, non trattenevo quasi nulla di quel fiume di parole. Badavo a sopravvivere, e a tener la misura, da bravo schermitore: ma il muro della mia vergogna si avvicinava sempre di più. Quel giorno, però, quel bellissimo giorno, ero destinato a ricevere una piccola illuminazione. Una scoperta, chiamatela come volete: ma di quelle che, quando vi accadono, vi riempiono, vi danno l’impressione di aver trovato un mondo.
Arretravo, dunque, e dentro di me lavoravano, nel buio, le parole del libro di Hall.
Don Enrico aveva bisogno, per comunicare, della distanza breve. Io mi sentivo a mio agio con una più lunga. L’arabo, e l’inglese. Come uscirne? Come?
Il muro era ormai vicinissimo quando, all’improvviso, una domanda affiorò alla coscienza: e se don Enrico trovasse un arabo più arabo di lui? Cosa farebbe? Immaginai la scena, e capii d’un tratto di aver trovato la soluzione. Perfetta, limpida, irresistibile. Un’illuminazione, appunto.
Avevo fatto ancora un passo indietro, verso il muro, e don Enrico avanzò, come da copione. Questa volta, però, non arretrai. Avanzai invece subito anch’io di un passettino, e per un attimo ci trovammo vicinissimi: troppo, anche per lui. Ci fissammo. Mentre continuava a parlare, colsi nel suo sguardo una perplessità. Non s’interruppe, era pretendere troppo. Ma si fermò, e… fece un passo indietro! Prontissimo, feci un passo indietro a mia volta, e attesi, fiducioso. Don Enrico esitò, mi vide troppo lontano, e avanzò di nuovo. Avanzai subito anch’io. Arretrò un’altra volta.
E continuammo così, fino alla salvezza, che ormai non invocavo più. Mi stavo divertendo come un matto, e già pensavo a come portare in pedana quella straordinaria scoperta. Caro don Enrico, ti ringrazio: la devo a te!

Giancarlo Toràn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *