Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Il cono di protezione

Sarà perché la geometria ad alcuni proprio non va giù, ma questo benedetto cono di protezione torna periodicamente alla ribalta solo per far capire che… non si capisce. L’articolo del 2013 in cui tentavo di spiegare più compiutamente il concetto non è più reperibile, perché il vecchio sito è stato distrutto. Lo ripropongo a beneficio dei nuovi lettori, o di chi volesse chiarirsi qualche dubbio.

Mi affannai, nella prima stesura, a trovare esempi e immagini che servissero a chiarire il punto, anzi, il cono, nella speranza di riuscire ad aiutare anche i più refrattari: l’argomento non l’ho inventato io, e per una comprensione della geometria della spada è necessario che almeno chi la insegna lo conosca.

Una piacevole sorpresa l’ho avuta, inaspettatamente, leggendo l’articolo di Joseph Renaud, notissimo spadista, duellista e scrittore francese dell’inizio del ‘900, pubblicato sul vecchio sito: se vi interessa, posso recuperarlo.

Ebbene, proprio in questo articolo, verso l’inizio, il buon Renaud parla del “còne de protection”, e vi assicuro che proprio non lo sapevo. È però un po’ diverso da quello che descrivo nel mio articolo, perché pone il vertice del cono sulla punta della spada, anziché sul punto d’origine della lama avversa, ma la differenza, in tempi di scherma rigorosamente in linea, è minima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cono di protezione

16 Aprile 2013

La spada, si dice, è l’arma più tecnica. Fiorettisti e sciabolatori potranno non essere d’accordo, soprattutto se non la praticano, ma ci sono buoni motivi per sostenere questa tesi. Il più importante, perché più gravido di conseguenze, è l’assenza di convenzione. Chi tocca ha ragione, senza le complicazioni della ragione e del torto, troppo diversamente interpretabili: che hanno come spiacevole conseguenza, spesso, l’abbandono delle armi convenzionali – fioretto e sciabola – e il passaggio alla spada.

Da questa assenza di convenzione nasce l’idea che la spada sia più realistica delle altre armi, pur con tutti i limiti più volte espressi, primo fra tutti la paura della morte che non c’è più. Ma limitiamoci ad un semplice fatto: nella spada, il colpo doppio vale un punto per entrambi. Se lo si vuole evitare, bisogna difendersi mentre si offende. E lo strumento principale, anche se non l’unico, con cui si può raggiungere l’obiettivo, è la coccia della propria spada.

Intendiamoci: anche nella altre due armi la coccia svolge, di fatto, la stessa funzione. Ma in modo meno determinante, e quindi possiamo qui trascurarla. Chi volesse approfondirne l’uso, può sempre rivolgersi alla spada. Qui ci occuperemo del concetto di “cono di protezione”, che non a tutti riesce chiaro, pur avendo grande importanza.

Nel corso dei secoli, la protezione della mano è diventata sempre più importante, man mano che si passava da una scherma prevalentemente di taglio, e con armi pesanti, ad una di punta, con lame molto leggere, e quindi capaci di movimenti più rapidi e stretti. Si è giunti, alla fine, alla coccia a tazza, tipicamente spagnola, che garantiva completamente la mano. Successivi perfezionamenti hanno decentrato il foro di uscita della lama, per consentire contemporaneamente una maggior protezione della mano e una linea (arma in linea) più coperta.

Vari autori si sono affannati a dimostrare geometricamente come fare una cavazione più stretta, o come e quanto la coccia fosse in grado di difendere il bersaglio: che è l’argomento che qui ci interessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà quindi utile, e per molti interessante, vedere alcune immagini da trattati di autori che si sono occupati dell’argomento. Ferdinando Masiello, ad esempio, era un convintissimo assertore delle cavazioni con vertice nella spalla, e le sue dimostrazioni geometriche non fanno una piega. Athos di San Malato, invece, propugnava una scherma rigidamente in linea, e nelle sue immagini dimostra come la spada dell’avversario descriva un cono intorno alla coccia di chi è in linea. René Lacroix, in un articolo del 1904, dopo aver assistito ad una conferenza di San Malato, scrive: “Quando lo  schermidore è in guardia, se dalla punta si traccia un cono che passi per la circonferenza esterna della coccia, la zona di protezione è tale che non si può esser colpito. San Malato, altrove, scrive di “Cono d’impenetrabilità”.

Ma è il siciliano Blasco Florio che si avvicina maggiormente alla moderna descrizione del cono di protezione, nel suo trattato “La scienza della scherma” del 1844.

Leggiamo la prima parte della sua dimostrazione:

“La coccia mentre da una parte difende dai colpi la mano che impugna la spada, fa divergere dall’altra la lama nemica dalla linea di offesa, ed in conseguenza (ch’è il suo principale uffizio) allontana la punta dal bersaglio cui è diretta. La sola ispezione oculare basta a farlo conoscere, ma volendosene la dimostrazione, eccola dalla geometria.

Dati due schermitori, che chiameremo l’uno A e l’altro B, i quali trovandosi rispettivamente in perfetta guardia, a giusta ed eguale linea del bersaglio: se A vibra una botta dritta a B, questi per effetto della coccia della sua spada, non potrà esser colpito dalla punta di A.

Le posizioni date fan sì, che la lama di A debbe incontrarsi in quella di B, passar tangente alla sua coccia, e prendere una direzione obbliqua e divergente dal petto di B.

Quello che si deve trovare si è la misura di tale obbliquità, e con essa dello spazio difeso dalla coccia relativamente al petto di B, e questo dopo lo sbracciamelo della stoccata di A.

Dal movimento della lama di A si genera un lato d’un cono avente per apice l’ultimo punto d’incontro delle due lame, per base il semi-diametro del bersaglio, che ipoteticamente pel momento si suppone tangente alla punta della lama del detto A, e per altezza lo spazio interposto tra il bersaglio ed il punto d’intersezione delle due lame, il quale spazio viene rappresentato dalla lunghezza del braccio e mano di B, ch’è la distanza dal petto al polo della coccia, e da questa al punto d’intersezione suddetta.

Siccome la lama è la generatrice della superficie conica, in qualunque sua posizione viene a formare la ipotenusa d’un triangolo rettangolo, in cui la distanza dal punto d’intersezione delle lame al petto sulla linea di offesa, ed il diametro del bersaglio formano gl’altri due lati: ovvero l’asse del cono ed il diametro della base del cono, formano i lati adiacenti all’angolo retto. Le nostre considerazioni adunque, senza mancare punto di generalità, si possono restringere a quelle de’ due triangoli rettangoli… (tav. I, fig. 8).”

Vi risparmio il seguito. Dal Rosaroll-Grisetti in poi, in Italia, e per più di un secolo, le dimostrazioni geometriche hanno preso grande importanza, e sono servite a dare una veste di credibile ed apparente scientificità ad una disciplina che proclamava, per bocca dei suoi cultori, di essere “arte e scienza”. La Spagna, dal punto di vista della teoria schermistica, aveva preso le mosse dal nostro Agrippa, un ingegnere, per esasperarne oltre ogni dire gli aspetti geometrici: probabilmente – dovrò appurare la cosa – avranno anticipato ed esagerato questa tendenza, anche per quanto riguarda l’uso della coccia, che in fondo si deve a loro.

In tempi molto più recenti, nello scrivere le “Dispense di spada”, oggi “Complemento per la didattica” nel libro di testo di spada del Coni, per gli esami di istruttore e maestro di scherma, ho ritenuto di dover precisare ulteriormente il concetto: “Si immagini un cono, col vertice sulla coccia di chi porta l’offesa, nel punto in cui fuoriesce la lama, e con la superficie tangente al profilo esterno dell’altra coccia, prolungatesi indefinitamente sino ad incontrare il bersaglio, e oltre. Se l’arma viaggia verso il bersaglio nella direzione della propria lama [escludendo, quindi, i colpi sferzati, o di fuetto], tutti i bersagli interni alla superficie del cono risulteranno coperti. ”

Se proviamo a visualizzare questo cono, o magari lo disegniamo su un foglio di carta, in varie situazioni, vediamo che il cono aumenta notevolmente la sua ampiezza, e quindi il suo effetto protettivo, avvicinando le due cocce. In caso, poi, di offesa simultanea (attacco di entrambi, oppure offesa e controffesa), i coni di protezione da considerare sono due, e riguardano il bersaglio di entrambi gli schermidori. Inoltre, per effetto di leva, il primo che occupa lo spazio davanti a sé più facilmente devia la lama dell’altro: se entrambe le lame poggiano sulle cocce avverse, come spesso avviene.

Il  concetto di cono di protezione, quindi, serve a far comprendere, a chi tira e a chi insegna, l’importanza della copertura generata dalla coccia, e dai suoi spostamenti. Più precisamente, da entrambe le cocce: di cui l’una, quella di chi tenta di colpire, viene spostata per evitare che la punta della stessa spada vada in direzione di un bersaglio interno al cono; l’altra, quella di chi si difende, si sposta per ottenere l’effetto opposto. Ma i bersagli sono diversi, e a varie profondità, e inoltre difesa e offesa vanno a braccetto: nella spada è comunissima la situazione in cui chi si difende vuole anche offendere (controffesa), e chi offende vuole anche difendersi.

Si chiama opposizione, nella scherma, lo spostamento della coccia verso la lama dell’avversario, al fine di tenere il proprio bersaglio all’interno del proprio cono di protezione. Angolazione, invece, significa creare un angolo, o più angoli, se sono coinvolte più articolazioni (polso, gomito, spalla) per portare la propria punta sul bersaglio in condizioni più favorevoli, evitando il cono di protezione dell’altro. Nelle azioni di filo, di attacco o di risposta, e in certe contrazioni, è possibile che angolazione e opposizione coesistano.

Non sarebbe necessario teorizzare sul cono di protezione se il nostro occhio vedesse la stessa cosa che vede “l’occhio” della spada: che possiamo idealmente porre al centro della coccia, là dove ne esce la lama. Perciò, spesso, abbiamo percezioni errate circa l’effettiva vulnerabilità di un bersaglio che il nostro occhio vede, ma la nostra spada non vede. E viceversa: a volte non vediamo bersagli scoperti per “l’occhio” della nostra spada, ma coperti per il nostro occhio. Solo l’esercizio, la lezione e l’esperienza ci aiuteranno a “sentire” i bersagli scoperti, nostri e dell’avversario. E una chiara comprensione geometrica può darci una buona mano.

Si potrebbe obiettare che i colpi sferzati, o di fuetto, possibili grazie alla grande flessibilità delle lame sportive, permettono con relativa facilità di toccare anche bersagli coperti. Sono colpi che presentano vantaggi e svantaggi, ma non sono efficaci per tutte le mani, o a tutte le età. Mani troppo giovani, polsi deboli, o in generale meno forti, come nella maggior parte delle donne, sono poco adatti a questi colpi, da cui bisogna, in ogni caso, imparare a difendersi.

Ai giovani maestri suggerisco di curare sin dall’inizio, nell’allievo, il senso della copertura del bersaglio, durante ogni azione d’offesa: evitando di favorire troppo l’attacco o la risposta dell’allievo, ritirando il braccio, e quindi la coccia, per non creare ostacoli. Bisogna invece, a mio parere, esercitarsi a dare bene il ferro, senza togliere la linea, ma limitandosi a spostare la coccia nella direzione opportuna, affinché l’attacco o la risposta, o la controffesa, siano possibili, ma non troppo facili, come nelle reali condizioni dell’assalto.

La teoria è necessaria, come la pratica, e le due cose vanno insieme. Solo con una buona conoscenza teorica ci si può emancipare dalla necessità di copiare, sempre e comunque, le innovazioni altrui. Ma a molti il ragionamento astratto, o geometrico, proprio non va giù, pur insegnando della buona scherma. Per queste persone, gli esempi devono essere più pratici, più legati all’esperienza quotidiana, anche in altri campi. Per loro, potrebbe andar bene una metafora calcistica. Proviamoci.

Hai superato la difesa, entri in area col pallone e vedi il portiere tra i pali. Segnare sembra facile. Ma il portiere esce, e ti viene incontro. Così facendo, “chiude lo specchio” della porta, come si dice. Lo spazio utile per tirare, a destra e sinistra, si riduce o, se il portiere riesce a venirti ancora più vicino, si annulla del tutto. Per mandare la palla in rete, devi spostarti di lato, o far spostare il portiere in uscita, con una buona finta.

Stesso discorso per le cocce. La coccia dell’avversario è il portiere. Se viene avanti, chiude maggiormente il bersaglio. Nel calcio, il bersaglio è lo spazio fra i pali. Si possono immaginare due linee rette, che partono dal pallone al momento del tiro, e passano a destra e sinistra del portiere. Lo spazio utile per segnare è compreso fra queste due linee e quelle che arrivano a sfiorare i pali, dall’interno.

Nella scherma, le linee partono dal centro della coccia (dal punto di origine della lama) di chi tira la botta, e passano rasente la coccia dell’altro. L’insieme di tutte le linee descrive una superficie conica. Tutto ciò che è dentro questo cono, è coperto. I pali sono i limiti esterni del bersaglio. Se le cocce sono molto vicine, l’ampiezza del cono aumenta parecchio, e il bersaglio coperto è molto maggiore.

Ora non resta che calciare, o tirare la botta, al bersaglio giusto. Di velocità e precisione, parleremo un’altra volta.

 

Giancarlo Toràn

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