Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Irene Camber, prima medaglia d’oro femminile della scherma italiana

Nel giorno del suo compleanno, credo che l’omaggio migliore che io possa fare a Irene Camber sia la pubblicazione di un articolo che scrissi otto anni fa, per il secondo volume di 100FIS, pubblicato da Nomos per il centenario della Federazione Scherma. Ho ancora un graditissimo ricordo della visita che le feci e delle parole che mi disse. Rimasi colpito della fiducia che mi dimostrò, prestandomi l’archivio dei suoi ricordi, da cui provengono anche alcune delle foto inedite che troverete in fondo all’articolo.

Auguri, quindi, alla prima schermitrice italiana vincitrice di una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Come leggerete, è stata prima, e grande, in tante altre cose. La scherma italiana le deve molto.

 

IRENE CAMBER E IL FIORETTO FEMMINILE ITALIANO

Chissà cosa avrebbe pensato Nedo Nadi, se fosse stato ancora vivo, vedendo salire sul più alto gradino del podio un’italiana. Le fiorettiste, alle Olimpiadi, c’erano dal 1924. Ma le italiane, in Italia, non erano ritenute all’altezza del compito. Secondo i vertici federali non meritavano la spesa necessaria a portarle in giro per il mondo, come i maschi. Non le si prendeva sul serio: e forse era questo il principale ostacolo al loro progresso. Prima di dire della Camber, ricordiamo chi l’ha preceduta.

Fra le due grandi guerre, la scherma femminile – solo il fioretto e solo la gara individuale – comparve per la prima volta a Parigi, alle Olimpiadi del 1924. Per la gara a squadre, il primo campionato fu a Copenaghen, agli europei, che furono sostituiti dai mondiali nel ’37. La prima volta olimpica, invece, fu a Roma nel 1960. Alle Olimpiadi individuali di Parigi le italiane erano assenti, e mancheranno anche alle quattro Olimpiadi successive. Iniziarono con i campionati mondiali (che allora si chiamavano europei) del 1929: si tennero a Napoli, e questo aiuta a capire. La Schwaiger – che a dispetto del nome era italiana e si chiamava Germana – e Marisa Cerani, si classificarono al sesto e nono posto, mentre Giuditta Rusconi finì tra le ultime due. Vinse la Mayer, che prese l’unica sconfitta dalla Schwaiger. In tutto erano dodici e la stampa non fu tenera con loro. Il più caustico e impietoso fu Nedo Nadi, ma anche Mario Argento scrisse, in controtendenza: “La donna potrà senza dubbio progredire nella scherma, ma a lei si attaglia più il minuzioso gioco di spada che il complesso stile di fioretto. Ma, forse, la scherma in genere non è fatta per la donna.”

Malgrado le critiche feroci, si continuò. Nel 1930, a Liegi, la Schwaiger fu seconda e la Cerani quinta. L’anno dopo, a Vienna, erano al sesto e settimo posto. Dal 1932, a Copenaghen, si disputarono anche gli europei a squadre. L’Italia non c’era. Alle Olimpiadi di Los Angeles, neppure: si ritenne eccessiva la spesa da affrontare. A Budapest, nel ’33, l’Italia partecipò solo nell’individuale: la Cerani giunse ottava. L’anno

dopo, a Varsavia, andò male alle italiane nell’individuale, ma a squadre furono seconde. Un anno dopo, nel 1935, quando i mondiali erano a Losanna, invece di incoraggiarle, la Federazione lasciò a casa le ragazze. A San Remo, nel ’36, a squadre, l’Italia fu quarta.

L’atteggiamento dei dirigenti federali è ben rappresentato dai commenti di Nedo Nadi che nel 1932, da commissario tecnico, scrivendo sui giornali prometteva alle donne che sarebbero andate a Berlino: “Crediamo di potervi dire che a Berlino una rappresentanza italiana, larga se occorre, nella scherma femminile non mancherà”. Ma più avanti, nello stesso articolo: “Anche sulla pedana la donna può trovare un dilettevole esercizio fisico. Intendiamo parlare principalmente del fioretto, su cui devono, per necessità di cose, convergere i nostri sforzi; ma vorremmo che l’attività schermistica muliebre fosse limitata al combattimento cortese, senza invadere il campo direttivo, come già si tenta nel Nord Europa, e tanto meno le giurie, come si è recentemente visto anche da noi. Finché la scherma è esercizio delle membra e dell’intelletto, finché essa è mezzo e fine per le conquiste olimpiche, la donna sarà incoraggiata e protetta. Andare più in là non ci sembra grazioso né opportuno. Ma quattro anni dopo Nadi, ormai presidente della FIS, non ritenne di farle andare nemmeno fin là, dove aveva promesso: nel 1936, l’anno delle Olimpiadi di Berlino, trionfali per i nostri atleti maschi, le donne furono lasciate a casa, ancora una volta.

La Cerani, milanese, fu la prima campionessa italiana di fioretto nel 1928. Rivinse nel ’33. Tra le due date, e poi ancora nel ’34, vinse la Schwaiger, di Treviso. Poi la livornese Ada Biagini, per quattro volte di fila, e la genovese Velleda Cesari, nei tre anni che seguirono, dal ’35 al ’41. Ma il fioretto femminile doveva attendere ancora a lungo la sua occasione.

Alla ripresa, nel 1947, ai mondiali di Lisbona l’Italia è presente in entrambe le gare, quella individuale e quella a squadre: Silvia Strukel, triestina, risultò seconda nella gara individuale, Elena Libera settima, mentre la squadra si aggiudicò il bronzo.

Ed ecco, finalmente, per il nostro fioretto femminile, il battesimo delle prime Olimpiadi, a Londra, nel 1948. Vinse la Elek, ungherese, che riprese lo scettro conquistato a Berlino, dodici anni prima. Velleda Cesari entrò in finale, settima. Irene Camber si fermò in semifinale e Libera nei quarti. Le italiane crescevano, e si vedeva. Ai mondiali successivi, al Cairo, il fioretto femminile a squadre non c’era. La Strukel era di nuovo tra le prime otto. Dall’anno successivo, il 1950, l’Italia sarà regolarmente presente. A Montecarlo la Camber fu sesta, la migliore, mentre la squadra fu quarta. A Stoccolma, nel ’51, nessuna italiana fra le prime otto.

E arriviamo a Helsinki. La gara di fioretto femminile iniziò alle due del pomeriggio. Dopo la mezzanotte, le fiorettiste lottavano ancora. Irene Camber aveva raggiunto la finale delle prime otto e venne subito sconfitta dalle due statunitensi. Gli italiani erano andati tutti via, per un motivo o per l’altro, tranne i pochissimi indispensabili. La Camber, dovevano aver pensato, aveva già fatto abbastanza. Di più non avrebbe potuto. Invece, assalto dopo assalto, Irene costruì dentro di sé la convinzione di potercela fare. Superò la favoritissima Helek, costringendola allo spareggio. Poi la batté di nuovo. L’Olimpiade era sua! Per la prima volta un’italiana vinceva l’oro nella scherma. Era la seconda medaglia olimpica femminile italiana: la prima l’aveva vinta a Berlino un’ostacolista, Ondina Valla: il suo vero nome era Trebisonda.

Come abbiamo anticipato, i giornali titolarono “L’inattesa Camber”. Titolo ripreso da Cristina Sartori per il suo libro sulla campionessa olimpica. Non se l’aspettava nessuno, anche se i segnali c’erano tutti. Irene aveva vinto gare importanti, nei mesi precedenti, battendo anche la stessa Helek. Dopo tanta anticamera, si apriva per le donne un filone che si sarebbe rivelato ricco di frutti qualche lustro più avanti. E che ancora continua, più generoso che mai.

Come per i campioni che verranno, non è questa la sede per fare il conto delle medaglie. La Camber ha vinto individualmente un’Olimpiade, un campionato del mondo assoluti e uno universitario, due titoli italiani e tante altre gare importanti. A squadre ha contribuito, tra l’altro, all’inaugurazione del ricchissimo bottino olimpico del nostro fioretto femminile, con il bronzo di Roma ’60. Ha partecipato, come atleta, a quattro Olimpiadi, rinunciando a quella di Melbourne nel 1956 per sposarsi con Giangiacomo Corno e per non sacrificare il lavoro: lei che è stata, nel dopoguerra, la prima donna a laurearsi in Chimica industriale, nel 1950.

Sono andato a trovare Irene Camber a Lissone, dove abita, nella casa di famiglia del marito, accanto all’azienda. Ho conosciuto una bella signora, dagli occhi luminosi, molto gentile e disponibile, per nulla compiaciuta dei suoi successi, che non sono da poco, nello sport come nella professione. Mi ha colpito per alcune sue affermazioni: “Che bella cosa, la disciplina!” ha esclamato con convinzione.

 

Nata a Trieste il 12 febbraio 1926, ebbe dal padre, avvocato e poeta nonché patriota, ma inviso al regime fascista, un’educazione molto severa per gli standard attuali: ma lei la ricorda con grande riconoscenza. Per insegnarle a nuotare, il padre la buttò in acqua dalla barca, a quattro anni. Quando vinse la sua prima gara, la portò via prima della premiazione: “Hai vinto, non ti basta?”. Se ne ricordò forse tanti anni dopo, a Roma nel ’60, quando se ne andò prima della premiazione, per non lasciare soli i suoi bambini. Ed era la prima medaglia olimpica della scherma femminile italiana.

Per lei lo sport ha rappresentato una grande occasione di crescita, per confrontarsi, come le avevano insegnato, in primo luogo con l’avversario interiore. Lo sport le ha dato amicizie, ma soprattutto, come mi ha detto, una grande capacità di organizzare il suo tempo e, appunto, un’ottima autodisciplina. Nella sua scala di valori lo sport non è stato certo al primo posto, lo ha dimostrato rinunciando a occasioni importanti, quando la famiglia o il lavoro potevano soffrirne più del giusto. E le amicizie: quella con le avversarie, come la Elek, o Velleda Cesari, che fu anche sua compagna di squadra e di allenamento. Quando seppe che era sola e ammalata, a Genova, la invitò a casa sua e le fu vicina nei suoi ultimi giorni.

Mi ha colpito anche il ricordo affettuoso e riconoscente per i suoi maestri di scherma: tutti, incominciando da quello che l’aveva messa in guardia, Carlo De Palma, della classica scuola napoletana, che dopo un lungo periodo di insegnamento in Ungheria concludeva la sua lunga carriera tornando per la seconda volta a Trieste dove fu maestro anche di Rosetta Cecovini e Clelia Visa. Poi fu la volta di Dino Turio, della scuola livornese di Beppe Nadi: a lui va il merito di aver creato un forte nucleo di fiorettiste, tra le quali anche Silvia Strukel, già ricordata, e Maria Rottl. Più tardi, a queste si aggiunse Claudia Pasini, che fece parte della squadra olimpica vincitrice del bronzo a Roma. Al gruppo triestino, ma allieva del maestro Vittorio Tagliapietra apparteneva anche un’altra nazionale, Alberta Lorenzoni.

Nel 1947, iscritta a Padova alla Facoltà di Chimica industriale, Irene Camber aveva da un po’ abbandonato la scherma, quando si convinse a riprendere in mano il fioretto: da quelle parti c’era la famosa Accademia Comini, dove Guido, il figlio del fondatore Giuseppe, allevava i migliori sciabolatori d’Italia. Unica donna a frequentare la sala, fu accolta con affetto e rispetto. Aveva 21 anni e seppe ben approfittare dei nuovi insegnamenti. Comini rinforzò il suo gioco di gambe e perfezionò il suo gioco contro le mancine, perché dava lezione anche con la mano sinistra. Fu selezionata per le Olimpiadi di Londra, col disappunto per l’esclusione dell’amica Strukel, che lei riteneva più meritevole. Ma ancora oggi non ha dimenticato le lezioni dell’olimpionico Gustavo Marzi, che accompagnava la squadra nel 1952, a Helsinki.

Dopo le Olimpiadi di Roma, la Camber partecipò anche a quelle di Tokyo, ma solo a squadre. La tennero fuori dall’incontro per il terzo posto, contro le sovietiche che lei aveva battuto pochi mesi prima, e l’Italia finì quarta. Decise, così, di lasciare la scherma, come atleta. Fu però commissario tecnico del fioretto femminile per le due successive Olimpiadi. Ebbe il piacere di accompagnare, con questo ruolo, la squadra femminile a Monaco, nel 1972, quando Antonella Ragno raccolse il testimone e fu la prima a vincere l’oro dopo di lei. Esattamente vent’anni più tardi.

di Giancarlo Toràn

 

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