Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La Bibbia di Masaniello Parise

La Bibbia della scherma: così da molti è stato definito il “Trattato teorico-pratico della scherma di spada e sciabola” che vide la luce nel 1884.

Autore, Masaniello Parise, che lasciò questo mondo il 18 gennaio del 1910, compianto e venerato, e da molti esecrato e combattuto in vita, come quasi sempre accade a chi riesce ad eccellere in qualche campo. Il suo, fu quello della scherma. Un destino annunciato, una tradizione di famiglia cui non poteva e non volle sottrarsi.

Prima di raccontarne la storia, sarà bene ricordare agli schermidori di oggi quel che ha rappresentato e rappresenta il trattato di Masaniello Parise, che andava a sostituire, dopo circa settant’anni, un’altra pietra miliare della trattatistica schermistica italiana: “la Scienza della scherma” di Rosaroll e Grisetti, che fu il testo più importante dal 1803, data della prima pubblicazione, al 1871, data dell’ultima.

Desidero anche ringraziare l’avv. Claudio Mancini che mi ha fornito dal suo ricco archivio buona parte delle notizie inedite che qui potete trovare. Il resto, e le foto, provengono dall’archivio del Museo dell’Agorà della scherma, della Pro Patria di Busto Arsizio, in cui sono raccolti documenti digitalizzati di cui non sempre è possibile recuperare e quindi citare la provenienza.

Il trattato del Parise fu, come vedremo, il testo ufficiale della Scuola Magistrale Militare. Continuò ad essere adoperato e studiato come testo fondamentale per quasi novant’anni, quando furono introdotti, all’inizio degli anni ’70, quelli ancor oggi in uso per la formazione dei maestri, comunemente noti come “Pignotti-Pessina” per il fioretto e la sciabola, e Mangiarotti, per la spada.

È lo stesso Masaniello a darci precise notizie sulla sua famiglia, all’inizio del suo trattato, nella dedica allo zio Raffaele:

Mio carissimo Zio, mi é grato porre il tuo nome sulla prima pagina di questo libro per darti un pubblico attestato della mia riconoscenza e per riaffermare così le tradizioni artistiche della nostra famiglia.

     Il padre tuo ed avo mio, Raffaele, nato in Napoli nell’anno 1773 e morto nel 1851, discepolo di Tommaso Bosco e Fucile, fu tra i più celebri maestri di scherma dell’età sua; e la insegnò, con rara costanza, per tutto il corso della sua vita, sia nelle Sale private, sia nei R. Collegi della Nunziatella e della Marina. Egli seppe educare al culto della nobile arte una schiera numerosissima di discepoli, e tutti i suoi cinque figli, che si mostrarono valorosi schermitori quanto ardenti patriotti. Fu tale la passione che Raffaele Parise nudrì per l’arte sua, che non volle sposare la Teresa Faggiano, se prima questa non avesse appreso a schermire; e volle pur anche che le sue figliuole si addestrassero nell’esercizio della spada. A lui tocca il merito di aver saputo nel suo insegnamento conservare le gloriose tradizioni della scherma italiana, serbandole incorrotte da qualsiasi contatto di scuola straniera.

I cinque suoi figliuoli furono LUIGI, ACHILLE, ANNIBALE, AUGUSTO e RAFFAELE.

   LUIGI, non nell’insegnamento, ma negli assalti, superò fin’anche il padre. L’amore alla libertà lo spinse, nel 1848, ad entrare nelle lotte politiche, ed il Borbone lo rinchiuse nel carcere di S. Francesco, ove morì. L’eredità artistica di lui passò al figliuolo Edoardo che, ancora oggi, nel vigore dell’età, continua il valore paterno.

     ACHILLE, che è il padre mio amatissimo, dannato a morte dal Borbone in seguito ai moti liberali del Quarantotto, trovò salvezza nell’esilio; e in Torino, ove ebbe stanza ospitale, tenne per lunghi anni una scuola di scherma, che ha reso grandi servigi all’incremento dell’arte. Egli stesso a Parigi e a Londra, nel 1854, in pubbliche accademie, dié splendide prove della sua valentia, riaffermando con grande onore il primato della scuola italiana.

     ANNIBALE, fu tra i più ardenti amatori di libertà e, dopo lunghe persecuzioni sofferte ne’ rei tempi del Borbone, ritornò nel 1860, all’esercizio della scherma di cui si mostrò fortissimo cultore. Fu egli uno dei tre fondatori della grande Accademia Nazionale di Scherma, in Napoli, alla cui direzione stette per oltre quindici anni.

    AUGUSTO, che non tardò a raggiungere mio padre nell’esilio, fu ed è tuttora un eccellente e rispettato maestro; ed è stato per molti anni alla direzione d’una società di scherma in Modena.

    Ultimo tra i figliuoli del vecchio Raffaele Parise fosti tu, o mio amatissimo zio, che oggi, nella famiglia e nell’arte, ne fai rivivere sì degnamente il nome.

    Tu, che per la imberbe età fosti risparmiato dal Borbone ad atroci pene e che rimanesti unico sostegno della vecchia madre e delle sorelle, sei stato esempio unico, anziché raro, d’abnegazione e d’onestà; ed hai mostrato, come maestro di scherma, che la nobiltà del cuore in te è pari alla valentia del braccio.

    Tu, col tuo esempio e co’ tuoi consigli, richiamasti anche me al culto di quell’arte, che è l’unico vanto della nostra famiglia. È per me dunque sacro dovere di dedicare a te questo mio lavoro.

    Conservati lungamente all’affetto del Tuo

MASANIELLO

 

Annibale, quando Masaniello aveva appena undici anni, insieme a Giacomo Massei e Carlo Cinque aveva fondato, con grande tempismo, l’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli, nel 1861: nel mese di marzo di quell’anno viene proclamata l’unità d’Italia,  in agosto nasce l’Accademia, e già in settembre i fondatori offrono al generale Cialdini la presidenza onoraria dell’ente, ottenendone in cambio un generoso contributo. Sei anni dopo, il sedicenne Masaniello si distingue al seguito di Garibaldi. Ce lo racconta Edoardo De Simone, maestro e uomo di cultura, nella rievocazione che ne fece, nel 1913:

Suo padre, ardente cospiratore contro il dispotismo dei Borboni, dové sottrarsi alla persecuzione di questi, esulando con la famiglia in Piemonte, e così, Masaniello Parise, di stirpe napolitana, nacque in Torino il 2 novembre del 1850. Giovanissimo — aveva appena 14 anni — l’anima calda di sano patriottismo, si arruolò garibaldino e seguì la sorte di quegli eroi leggendari fino al combattimento di Mentana, conservando poi sempre con religione il ricordo di quel tentativo glorioso. «Questa medagliuzza» mi diceva un giorno, mostrandomi la piccola medaglia commemorativa di Mentana, «mi è più cara di tutte le altre decorazioni».

Poco prima del ’70, richiamato dal padre a Firenze, si dedicò, sotto la guida di questi, allo studio severo e ininterrotto della scherma; passò, indi, a Napoli, ove fu perfezionato nell’Arte dallo zio Raffaele, divenendo maestro di spada dell’Accademia Nazionale di Scherma e il campione della scherma napolitana, in ogni incontro che importasse un parallelo con schermitori di scuola diversa.

… É allievo di suo padre Achille: ebbe però come insegnanti anche gli zii Raffaele ed Annibale: è quindi di progenie purissima di schermitori. Gli furono anche maestri il Marchese Mario del Tufo ed il Cav. Giacomo Massei.

Ercole Morelli, che poi divenne Segretario Generale, il secondo, della nuova federazione, scrisse di lui in “Lame Incrociate” nel 1904:

“É nato a Torino dove il padre suo Achille, condannato a morte dal Borbone di Napoli pei fatti del 1848, erasi rifugiato e dove aveva aperto una scuola di scherma che rese grande servizio all’incremento dell’Arte schermistica.

Fu volontario con Garibaldi nelle campagne del 1866-67 e fu promosso caporale per merito di guerra dopo il primo fatto d’armi. Ha la medaglia commemorativa della Campagna per l’indipendenza (1866) e quella per l’Unità d’Italia.

… eletto Vice-Direttore dell’accademia Nazionale di scherma in Napoli (1879); nominato coadiutore maestro di scherma al Liceo Vitt. Emm. in Napoli (1881); eletto maestro di sala dell’Accademia Nazionale di scherma in Napoli (1881); nominato primo maestro della Società di scherma napoletana (1882)”

Quando, nel 1882, il Ministero della guerra decise che due scuole di scherma, nell’Italia unita, non andavano più bene, Masaniello era in pole position, come si direbbe oggi: l’Accademia di Napoli era appena stata elevata ad Ente Morale, e per la prima volta le si riconosceva il diritto di diplomare i maestri su scala nazionale. Fu bandito un concorso: l’autore del miglior trattato sarebbe divenuto il direttore della nuova Scuola Magistrale Militare, con sede a Roma, che avrebbe sostituito quella di Milano: di cui era direttore Radaelli, che aveva creato fior di allievi, soprattutto nella sciabola, ma era morto proprio nell’82. Non bastasse, la scherma napoletana, di cui Parise era allora il più noto interprete, si definiva italiana a tutto tondo, mentre quella milanese era figlia, almeno per la spada, della “Scuola mista” di Alberto Marchionni: mista, perché aveva preteso di mescolare insieme il meglio di quella italiana con quella francese, e in tempi come quelli il patriottismo era un forte valore aggiunto. Intendiamoci: anche il Parise era debitore, e non poco, delle influenze francesi, ben assorbite alla scuola del padre, durante la sua permanenza a Torino. Ma evitò intelligentemente di farlo notare.

 

Il suo trattato vinse a mani basse il concorso. Il rapporto della Commissione Angelini ne spiegò i motivi, ma elegantemente sorvolò sul fatto che facevano parte della Commissione ben tre membri dell’Accademia. La gara era tutta fra il trattato del Radaelli e quello del Parise. Il secondo, in effetti, appariva meglio strutturato e più completo, e meritava di vincere. Ma i radaelliani non gradirono, e ne sorse una polemica infinita e feroce di cui gli alfieri, da quel lato, furono Jacopo Gelli, prolifico scrittore, collezionista e bibliofilo, e Ferdinando Masiello, schermidore e trattatista di prim’ordine. I trattati del Radaelli furono poi stampati dopo la sua morte, con belle illustrazioni, ed ebbero un buon successo, prima che si affermasse il trattato del Masiello.
Oggi quelle polemiche fanno un po’ sorridere, perché ragioni e torti erano da tutte e due le parti. I radaelliani concedevano a Parise qualche merito per la parte che riguardava la spada, ma trovavano pessima quella sulla sciabola. Fatto sta che la concezione di Radaelli era volta soprattutto al mondo militare, con sciabolate che dovevano essere potenti ed efficaci, e grande uso dell’articolazione del gomito, e dei molinelli; mentre la sciabola del Parise era più di vocazione accademica, oggi diremmo sportiva, e si basava principalmente sull’articolazione del polso. Potenza contro leggerezza. Parise la spuntò, ma le critiche non andarono a vuoto. Accolse come vicedirettori alcuni tra i migliori allievi formatisi con l’altro metodo -Pecoraro e Pessina – che in seguito cercarono in qualche modo di fondere le due concezioni, con effetti che si ritrovano anche nei trattati più recenti.


Pochi anni dopo, il problema si pose anche per la spada. Prima di parlarne, devo precisare: il libro di Masaniello, si legge nel titolo, tratta di spada e sciabola. Lo aprite, e pensate di trovarci la spada attuale. Sbagliato! Le immagini, e nell’ultima edizione, la quinta, le foto, mostrano con tutta evidenza che la spada è un fioretto: quello italiano, per la precisione, con gavigliano, archetti e ricasso, e una coccia che copre solo parzialmente il pugno. Leggete ad esempio che la posizione di pugno di prima, quella con il pollice in basso, non si usa più: serviva a proteggere la testa, ma con l’avvento della maschera era caduta in disuso. Questo già la diceva lunga su quanto la scherma di “spada” fosse diventata accademica e poco realistica.
Erano infatti, quelli, gli anni dello sviluppo impetuoso dello spadismo francese: una rivoluzione contro la scherma accademica di fioretto – la spada da allenamento, che da noi si chiamava spada da sala – che sul terreno, nei duelli veri, funzionava maluccio. In Italia l’idea fu raccolta e sviluppata da Atos di San Malato, ideatore della coccia decentrata, e poi dell’impugnatura anatomica, e da Agesilao Greco, seguito dal fratello Aurelio, autore, nel 1907, del primo trattato italiano di spada “vera”.


Masaniello Parise resisteva, e si trovò in contrasto col frutto più prestigioso della sua Scuola, Agesilao, che poi dichiarò: “Ebbi dissensi col Parise, ma puramente artistici, generati dal modo come io concepivo e propugnavo lo spadismo in Italia, di cui mi ero fatto fervente propagandista; dissensi che non ci tolsero affatto la stima che reciprocamente ci tributavamo… Mi trovai perciò a dissentire col Parise; egli conservatore, io avvenirista: ma non ci odiammo. E chi poteva sentire rancore contro il povero maestro morto, che aveva speso tutta la sua vita per un sogno d’arte?

Masaniello si sentì quasi costretto ad aggiungere al suo testo un piccolo fascicolo, “Scherma da terreno”, in cui infilò anche la sciabola. Testo che ebbe poca fortuna, come pure il suo agile Manuale cavalleresco, pubblicato qualche anno prima. La competenza di Masaniello era indiscussa, e fortemente corroborata dalle tante onorificenze, e dall’onorifico e remunerativo incarico di Maestro di sua maestà il Re d’Italia. La sua situazione economica gli permise di convolare a nozze con una sua lontana parente, Raffaella Parise, da cui ebbe sei figlie ed un figlio, che chiamò Raffaele, come lo zio cui aveva dedicato il suo trattato, e il nonno paterno. Le figlie, ci informa un ignoto cronista in un articolo su “Il Messaggero” del 19 gennaio 1910, in cui racconta le circostanze della sua morte, si chiamavano Ersilia, la prima, poi Maria, Vittoria, Bice, Dora e Clelia.

L’arma “triangolare” – dalla sezione della sua lama – aveva ormai imboccato la sua strada, e principalmente con Giuseppe Mangiarotti, qualche anno dopo, avrebbe avuto le sue meritate glorie olimpiche. Il fioretto invece smise di essere la spada da sala per assumere la dignità di disciplina a sé stante.

La Scuola Magistrale Militare, che ebbe in seguito alterne vicende, fino a spegnersi definitivamente, ebbe con Masaniello Parise uno straordinario successo, e diede un grande impulso alla rinascita della scherma italiana, che a lungo aveva sofferto la concorrenza dei cugini francesi, per le note vicende militari e politiche dell’epoca. L’impegno dello Stato, la durissima selezione iniziale dei futuri maestri, ma anche la sicura validità del Parise come direttore e come gentiluomo apprezzato da tutti, al di là delle critiche di cui abbiamo detto, portò frutti copiosi, e contribuì decisamente alla forza della nostra scherma: non dobbiamo dimenticare che Parise, insieme ad Agesilao Greco, fu fra i propugnatori e fondatori della nascente federazione italiana della scherma.

Masaniello, anzi Masaniello Giuseppe, come ha trovato Fabrizio Orsini in un elenco cimiteriale, morì a soli sessant’anni, mentre era dal barbiere, probabilmente vittima di un ictus cerebrale. Il cronista di cui sopra ha lasciato una descrizione accurata dei suoi ultimi momenti: dal nome del barbiere, Andrea Addamiani, all’indirizzo della bottega, in via delle Muratte 33, a due passi dalla Fontana di Trevi. Ci dice anche dove si trovava l’abitazione del Parise, in via dei Serpenti 113.

Masaniello Parise fu molto rimpianto. Riposa al Verano di Roma, e nulla più sappiamo della sua numerosa progenie. Il suo figlio più noto, e forse più amato, vive ancor oggi. È il suo trattato.

(1) Comment

  1. claudio maria mancini mancini says:

    Grazie maestro Toran.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *