Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La lezione di scherma

Maestro, facciamo lezione?

Dietro questa domanda, e le risposte che genera, c’è un mondo di cui pochi si rendono conto: né gli “esterni”, né i fruitori. Talvolta, neppure gli stessi maestri sono pienamente consapevoli di tutto quello che “passa” nella lezione che danno. Stavo per scrivere “che impartiscono”, ma mi sono corretto in tempo: quel che passa va in entrambi i sensi: dal maestro all’allievo, e dall’allievo al maestro. La differenza è che il maestro è – dovrebbe essere – consapevole di quel che accade, durante e intorno ad una lezione.

Incominciamo dalle finalità. L’allievo vuole imparare un nuovo gioco, diventare più bravo, vincere di più, e si affida al maestro. Raramente ha un’idea precisa di quel che desidera, e qui dobbiamo fare una prima distinzione basata sull’età, e sulla maturità dell’allievo. Il bambino si affida totalmente, non sa nulla, si vuole divertire, e spesso per lui la cosa più importante è avere l’attenzione del maestro. L’adulto è più consapevole delle sue manchevolezze, e può presentarsi a lezione con delle richieste più precise. A queste, si aggiungono sempre le valutazioni del maestro, che guideranno il lavoro verso la direzione più proficua.

La lezione, però, non è certo solo una questione di tecnica schermistica, come molti potrebbero pensare. Il discorso è molto più ampio, e finisce col coinvolgere l’intera organizzazione della sala, con tutti i problemi legati al territorio, al bilancio, alla disponibilità delle persone, agli obiettivi. Argomento troppo vasto per un articolo come questo, per cui sono costretto a semplificare.

Uno schema che trovo utile è quello che individua i quattro settori di intervento, da cui gli ingredienti che il maestro doserà, nella sua personale ricetta, secondo convenienza:

il settore fisico (lezione allenante);

il settore tecnico (lezione tecnica);

il settore tattico (lezione tattica);

il settore psicologico (lezione motivante).

Credo che nella singola lezione, come in un ciclo di lezioni, debbano sempre essere presenti, chiaramente in misura molto variabile, tutti questi elementi.

Questo vale anche per la lezione collettiva: un lavoro che può essere considerato meno efficace dal punto di vista tecnico, ma può anche avere grande valenza per gli effetti socializzanti, per lo spirito di gruppo, per l’emulazione. Cominciamo da qui.

La lezione collettiva può “funzionare” in diversi modi.

  • Movimenti individuali (senza avversario o compagno di esercizi), con o senza arma. Il maestro controlla l’intero gruppo, dà le spiegazioni e i comandi necessari, corregge a voce e rapidamente, mostra l’azione dando l’esempio, o utilizzando un allievo più esperto. Da qui l’importanza, per il maestro, di saper eseguire correttamente il movimento, e di saperlo spiegare concisamente ma con chiarezza. Non conta, per l’esempio, la velocità, ma la correttezza formale e linguistica: requisiti, per inciso, richiesti anche per gli esami da maestro. Questo tipo di lezione incide soprattutto sul settore fisico, potendone variare durata e intensità. Gli aspetti tecnici sono collegati principalmente, ma non esclusivamente, ai movimenti delle gambe, e alla coordinazione, con tutti i limiti che si possono intuire. Molti si riferiscono a questo tipo di lavoro, o ad un aspetto di questo lavoro, chiamandolo “gambe scherma”.
  • Esercizi a coppie, senza arma. Si presta attenzione principalmente alla misura. Le coppie devono variare spesso, e quando il gruppo non è omogeneo, perché le capacità individuali sono molto differenti, può essere opportuno optare per la scelta di accoppiare allievi di capacità simile, per una migliore resa dell’esercizio; oppure accoppiare i più bravi con i meno bravi, dando ai primi la funzione di istruttori, e stimolando così i legami individuali e il senso di responsabilità. Per insegnare con efficacia qualcosa bisogna capirla, e quindi porsi delle domande: un passaggio molto educativo nella crescita dell’allievo.
  • Esercizi a coppie, con l’arma. Utilissimi sia sotto l’aspetto tecnico e coordinativo, sia per prendere confidenza con la chiarezza del gesto schermistico: dare il ferro, legare, invitare, seguire uno schema prestabilito, più o meno complesso. Si evidenzia, in questo caso, anche la necessità di collaborare, la disponibilità a lasciarsi colpire, la difficoltà di dare il ferro correttamente per alcuni tipi di azioni, l’attenzione costante alla misura. È necessario anche avere la giusta protezione, o scegliere attrezzi, come ad esempio quelli di plastica, che non producano effetti dolorosi, eliminando così il piacere e l’utilità dell’esercizio. Per azioni più complesse e realistiche, con armi regolamentari, è necessaria la lezione individuale.

La lezione individuale, necessariamente seguita dall’esperienza dell’assalto e della gara, è un aspetto determinante del lavoro tecnico, ma comporta anche un limite difficile da superare per far quadrare i conti delle sale di scherma: una lezione di qualità ad un atleta di buon livello può durare anche a lungo, limitando il numero di lezioni che un maestro può dare nel corso della giornata, e quindi, in definitiva, il numero di allievi che può efficacemente seguire. Lavorare nell’ambito di una sala di scherma, e delle sue necessità, è completamente diverso dal lavorare, ad esempio, per un raduno nazionale.

Premesso questo, e limitandoci all’aspetto tradizionale della lezione individuale, il maestro dovrà aver chiaro in mente l’obiettivo di quella specifica lezione, per dosarne gli ingredienti dei quattro settori individuati in precedenza. Chiariamoli un po’ più in dettaglio.

  • La lezione allenante comporta una maggior durata e intensità, minor attenzione agli aspetti tecnici, tattici e motivazionali: il che si traduce in una maggior tolleranza agli errori di esecuzione, la cui frequente correzione porterebbe ad un calo dell’intensità della lezione.
  • La lezione tecnica riguarda l’esecuzione corretta delle azioni. In questo campo vi sono scuole di pensiero differenti.
    • La lezione classica tende a far aderire l’allievo ad un modello esecutivo che il maestro ritiene corretto ed efficace, secondo una progressione logica. Il maestro descrive l’azione e la misura di partenza, e ne controlla in modo ripetitivo i dettagli. I limiti di questo tipo di lezione, che pure ha prodotto tanti allievi eccellenti in passato, sono dovuti sia al fatto che non tutti gli allievi sono in grado di adattarsi ad un modello prefissato; sia al fatto che la scherma è in continuo cambiamento, e nessuno ha la certezza – oggi più di ieri – di quale sia il modello più giusto. Oltre alla scherma, e alla velocità con cui si esprime in pedana, sono cambiati anche gli allievi: generalmente meno disciplinati che in passato, meno disposti alla concentrazione prolungata e alla ripetitività delle azioni.
    • La lezione moderna – la chiamerò così – potrebbe anche definirsi come lezione stimolo-risposta, o lezione a vedere. Una lezione che, al contrario della prima, prevede che anche il maestro “si muova” avanti e indietro sulla pedana, mentre fa eseguire le azioni, e quindi si stanca più rapidamente, specialmente con gli allievi più forti. Quando si manifestarono i primi tentativi di distaccarsi dallo schema della lezione classica, la si chiamò anche lezione globale, o lezione muta. Ciascuna denominazione ne coglie qualche aspetto, senza spiegarla del tutto. In questo tipo di lezione – meglio sarebbe dire “questi tipi”, per la gran varietà di interpretazioni possibili – il maestro propone stimoli spesso diversi, lasciando l’allievo molto più libero di trovare le proprie soluzioni: anzi, spesso, stimolandolo a trovarne. Un limite di questo tipo di lezione, come della precedente, è dato dal fatto che l’iniziativa è pur sempre nelle mani del maestro. Un altro limite è nel fatto che non esiste, come invece per la lezione classica, una codificazione del procedimento, se non a livello molto generico, come invece avveniva nei trattati. Per questo motivo, alcuni hanno parlato di “non metodo”: la qual cosa rende molto difficile spiegare e soprattutto trasmettere una procedura efficace. Si finisce col copiare quel che si capisce, e trascurare il resto, che spesso è più importante. Oppure col trascurare l’importanza di una teoria, cioè di una descrizione ordinata del perché e del percome delle posizioni, dei movimenti e delle azioni.

  • La lezione tattica tenta di superare questi problemi, lavorando, appunto, sul perché e sul percome, sull’osservazione delle caratteristiche dell’avversario, sulle conseguenze logiche delle azioni precedenti, sulla capacità di preparare l’azione. Si lavora sulla percezione del tempo, e quindi sulle uscite in tempo, il controtempo e la seconda intenzione. Si impara a interpretare i minimi segnali rivelatori delle intenzioni dell’avversario, a evitare di rivelare le proprie, e a comunicare segnali fuorvianti: la grammatica e la sintassi della comunicazione schermistica in pedana.
  • La lezione motivante è un termine nuovo che mi pare appropriato, come conseguenza della suddivisione iniziale. Richiede da parte del maestro un’attenta valutazione delle caratteristiche e delle possibilità dell’allievo che ha di fronte, e in quella precisa situazione. Il compito assegnato deve essere stimolante: difficile ma superabile, e il maestro deve saper graduare la difficoltà, e servirsi del rinforzo positivo più che della critica.

Come già detto in precedenza, una lezione comprende sempre tutti e quattro gli ingredienti. Sta al maestro saperli dosare, con competenza sensibilità. Doti che si affinano nel tempo, purché rimanga sempre viva la voglia di imparare e perfezionarsi. Gli schemi, come quello qui illustrato, servono inizialmente a fare ordine, a inquadrare la materia, ad avere delle linee guida. Poi, inevitabilmente, devono essere abbandonati. Si passa dal metodo al “non metodo” perché la sensibilità del maestro è cresciuta, e non si affida più alla memoria, ma alla situazione presente.

 

L’immagine di copertina è di Isabella Panzera, che ringrazio.

(1) Comment

  1. Ho trovato interessanti gli aspetti trattati e mi hanno illuminato su alcuni aspetti che guarderò cn maggiore attenzione nel lavoro in sala.

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