Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La mia esperienza con i non vedenti

Quando mi proposero di iniziare alla scherma due ragazzi non vedenti, quattro anni or sono, non ci pensai due volte: mi attirava l’idea di cimentarmi in un campo del tutto nuovo, in cui avrei dovuto imparare a comunicare in modo completamente diverso dal solito. Il nostro senso dominante è la vista, e anche il linguaggio – che diventa, insieme al contatto fisico, il principale canale di comunicazione – è profondamente collegato alle nostre sensazioni visive.

Imparai subito – me lo dissero chiaramente proprio loro, Laura e Alessandro – che non dovevo preoccuparmi delle parole collegate alle esperienze visive, e dei concetti che veicolavano, per loro estranei, ma a cui si erano perfettamente abituati negli anni. La loro rappresentazione della realtà che li circonda è ben diversa dalla nostra, e per certi aspetti, e sensi, sviluppano una sensibilità molto superiore: basti pensare alla capacità di leggere in Braille, cosa per me del tutto fuori portata. Tuttavia, per me più che per loro, ho continuato a prestare attenzione alle parole, per acquisire una maggior consapevolezza delle diverse rappresentazioni della realtà che ci circonda.

Ho dovuto anche capire che il linguaggio non verbale passa attraverso il contatto fisico: per far comprendere un movimento devo farglielo sentire guidando le loro mani, o facendo loro appoggiare le mani su di me, quando dimostro. Ho dovuto anche prestare particolare attenzione alla precisione del linguaggio: nelle lezioni ai vedenti un esempio visivo corregge o spiega ampiamente quel che può mancare nel messaggio auditivo. Ma nel nostro caso la descrizione deve essere molto più minuziosa, e includere tutti i punti di repere necessari per eseguire un movimento corretto. Non facile, e faticoso, specialmente in un ambiente rumoroso.

Ma veniamo alla scherma, all’insegnamento della tecnica: non potendo vedere l’avversario, cambiano tante cose. La tecnica deve basarsi sull’allineamento alla linea direttrice, su cui si trova o dovrebbe trovarsi l’avversario (di questo, delle regole e dell’arbitraggio, dirò dopo). Bisogna sviluppare la sensibilità sul ferro, il senso del ritmo, la capacità di osservazione (ecco la vista che torna a intrufolarsi…) e di memorizzazione, per sviluppare strategie e tattiche.

A me, poi, piace in particolare sviluppare i compiti “impossibili”: mi piace chiamare così quei compiti che appaiono impossibili a prima vista (e dagli…), ma che, una volta portati a termine, generano meraviglia negli spettatori, genitori compresi, e soprattutto fiducia e autostima negli atleti: non solo i non vedenti. Ad esempio, i giochi sul tempo e con la corda, giocare con la palla (con i piedi, o tirandola nel canestro), gli esercizi a coppia sulla misura, la cavazione in tempo, l’origami… A questi si aggiungono gli esercizi sul respiro e sull’equilibrio, e normali esercizi per la preparazione fisica, per loro ancor più necessari.

 

 

La scherma dei non vedenti non ha ancora grandi numeri, ma sta lentamente crescendo. Si potrebbe fare di più e meglio con regole chiare e condivise – che lascino poco spazio alla libera interpretazione – e ad un arbitraggio preciso e competente: diretta conseguenza del punto precedente, ma anche di una preparazione specifica, talvolta insufficiente. Le competizioni non hanno ancora raggiunto il riconoscimento ottenuto dalle altre discipline paralimpiche, anche perché non c’è un accordo internazionale sulle regole: e anche in campo nazionale non tutti la pensano allo stesso modo, e le regole imposte dall’alto, senza sufficiente sperimentazione, spesso non convincono.

In una sala di scherma l’attività dei non vedenti non è facile, né remunerativa. Crescono i segnali di una maggior attenzione ad attività cosiddette inclusive, ma c’è ancora molto da fare. Ad esempio, c’è la necessità di avere pedane dedicate, con un rilievo centrale come linea direttrice, e suoni differenti per le due luci; la necessità, con le regole attuali, di tirare solo di spada, e di convalidare le botte solo se c’è contatto di ferro (quanto tempo prima del colpo?); le mascherine che lasciano ancora molto a desiderare, e creano situazioni di disparità fra vedenti che gentilmente si prestano ad assalti misti, non vedenti e ipovedenti; la tolleranza a geometria variabile per movimenti o trucchetti che sarebbe meglio regolamentare in modo preciso.

Per quanto mi riguarda, sto seguendo un’altra strada, per ora in assoluta solitudine, almeno per quanto riguarda il mondo della scherma. Mi sono riproposto di ridurre al massimo, per quanto possibile, la distanza fra i due tipi di scherma: i non vedenti relegati su una pedana diversa dalle altre, magari messi in un angolino, limitati da regole diverse, con difficoltà a trovare avversari disponibili… qualcosa si può fare. La moderna tecnologia ce lo permette.

Ho ideato perciò un’apparecchiatura che permette, indossata da due avversari privi della vista, o bendati, di “sentire” rapidamente la distanza dall’avversario e la sua variazione, e la direzione in cui si trova. Un amico programmatore, Andrea Basilico, ha preso a cuore la cosa, e sta da tempo lavorando all’ottimizzazione del progetto: dal punto di vista dell’hardware, con microprocessori più performanti e miniaturizzazione più spinta, e del software, con una programmazione più efficiente. Andrea ha comunicato il suo entusiasmo ai suoi amici, Marco Albini, Roberto Nivolo, Massimo Milani, Alexander Pechenoga, Simone Fresco, Erica Naj e al capo della ditta per cui lavora, Gabriele Sangaletti della Selt: pur non conoscendoli di persona, desidero ringraziarli per la disponibilità e sensibilità.

Si lavora, poi, alle barriere laterali a infrarossi, per evitare la necessità del rilievo centrale sulla pedana. All’interfaccia con l’apparecchio di segnalazione (suoni differenti, e verbalizzazione del punteggio) lavoreremo in seguito. Ringrazio quindi anche il nostro Francesco Bellomo (dell’esperienza fra i Master dirò un’altra volta), e il suo responsabile Direttore Generale Massimo Porta, della Omron Electronics, per l’aiuto ricevuto in questo settore.

È già possibile vedere sul mio canale di Youtube qualche video con i primi prototipi, eccone qui uno:

https://www.youtube.com/watch?v=NqS7ovx3yM4

Nella foto, invece, potete vedere un momento di un assalto su una pedana normale, con un successivo prototipo, montato sulla maschera, senza obbligo di contatti di ferro.

 

Spero di poter presto presentare in pubblico l’ultima versione di questi apparecchi. Dagli esperimenti fatti in sala risulta già chiaro che sarebbe da abolire la regola dell’obbligo del contatto di ferro prima della stoccata, con tutte le sue ambiguità, perché non più necessaria. E la scherma per i non vedenti potrebbe praticarsi anche col fioretto o la sciabola. Un futuro possibile, e non tanto lontano.

Scrivo questo articolo con la speranza di sollevare un maggiore interesse per questa disciplina, e magari un dibattito costruttivo: sarebbe interesse di tutti non limitarsi al proprio orticello, ma impegnarsi per farla crescere e prosperare. Una speranza, e un augurio sincero.

 

Giancarlo Toràn

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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