Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La scherma a vedere

È ormai da qualche lustro che si sente parlare, qui da noi, in Italia, di “scherma a vedere”. Come quasi sempre succede, il concetto si diffonde e viene accettato senza che nessuno si preoccupi di inquadrarlo o definirlo: col risultato che ciascuno lo interpreta a modo suo, sentendosi nel giusto. Niente di male, se poi non si dovesse, però, condividerlo con atleti e insegnanti. Mi viene in mente la botta di “fuetto” – parola entrata ormai nell’uso – che stava virando decisamente verso “fluetto”, perché l’immagine suggerita era più suggestiva ed immediata: ma la parola deriva dal francese “fouet”, frusta, e infatti gli anglosassoni l’hanno tradotto con “flick”, colpo di frusta.

Torniamo alla scherma a vedere. Cosa si intende, comunemente? L’idea è che lo schermidore che attacca, o risponde, trovi beneficio nell’eseguire la sua azione dopo aver visto la reazione difensiva o controffensiva dell’avversario. Cosa che si verifica con maggiore frequenza nella scherma odierna di fioretto, per motivi che cercherò di spiegare.

Quando fu introdotto l’apparecchio per la segnalazione elettrica delle stoccate di fioretto (ufficialmente dalle Olimpiadi di Melbourne del 1956) lo scopo, ben chiaro a tutti, era quello di limitare l’errore umano nel vedere e giudicare le botte. Sulla materialità del colpo possiamo dire che lo scopo è stato raggiunto. Sul giudizio, invece, il risultato è stato del tutto diverso ed imprevedibile. La scherma di fioretto (la “spada da sala”) era la logica e preliminare introduzione alla spada da terreno: basata sulla precedenza e sulla linearità delle azioni. Con l’apparecchio elettrico, e la sicurezza nel riconoscere la materialità del colpo, sono diventate improvvisamente utilissime le botte angolate, che prima non erano prese in considerazione. Un campionissimo italiano dell’epoca, Carlo Pavesi, scriveva che gli stranieri avevano scoperto “il fianco”, bersaglio prima poco considerato nella scherma di punta, perché poco “visto” dagli arbitri. Le botte angolate invece l’apparecchio le vedeva, e costringeva chi le subiva a parate più larghe. Le lame, per poter essere elettrificate, divennero più pesanti, e per motivi di sicurezza più flessibili. I colpi di coupé virarono in fretta verso i colpi di fuetto, che resero ancora più difficile la vita di chi voleva difendersi. Per inciso, la parola “coupé” da noi attecchì decisamente, perché nei trattati italiani questo modo di portare il colpo era definito assurdamente “cavazione angolata”: l’intenzione di difendere la purezza della lingua ebbe l’effetto contrario. Sarebbe bastato ricordare che il francese “couper”, che significa tagliare, veniva dalla tagliata italiana, che consisteva nel passare con la lama davanti alla punta di quella avversa, per dare maggior forza al colpo di taglio, quando le spade avevano anche il filo. E ancor oggi, nel testo di spada di Mangiarotti, il coupé è sinonimo di “intagliata” (per altri, vedi ad esempio il Lambertini, o  Enrichetti, l’intagliata è la schivata dalla parte opposta all’inquartata).

Tornando a noi, questa gran varietà di nuovi colpi, e l’aumento di velocità della scherma in generale (dovremmo parlare della guerra fredda, del professionismo dei Paesi dell’Est, e poi del nostro) hanno reso sempre più difficile la vita agli arbitri: pian pianino, per attribuire la precedenza dell’attacco, la loro attenzione si è spostata sempre di più dal movimento delle cocce (come insegnava il non dimenticato Guido Malacarne) al movimento delle gambe. In mancanza di regolamenti aggiornati e applicabili, oggi imperano le mode, tra flussi e riflussi: ci tocca sforzarci di capire come la pensi l’arbitro di turno, piuttosto che il regolamento.

Per semplificare il discorso lascio da parte la sciabola, che ha subìto, pur avendo la stessa convenzione di base, un percorso un po’ diverso. Chi insegna la scherma di fioretto, se vuole che i suoi atleti siano competitivi, deve adeguarsi a questo sistema, capirne le ragioni, e trovare le contromisure. Ed eccoci tornati alla cosiddetta “scherma a vedere”. Se il mio avversario avanza con una posizione di largo invito o, come dicono i francesi, di “absence de fer”, il regolamento, se applicato, darebbe ragione ad una mia azione offensiva, nel senso classico del termine: attacco che inizia con la distensione del braccio armato e punta che minaccia il bersaglio. La prassi ormai pluridecennale ha ormai capovolto questo concetto: il mio avversario approfitterà di questo attacco per concludere il suo, e l’arbitro darà ragione a lui. Con qualche eccezione: se il mio avversario avrà interrotto la sua avanzata, oppure (molto più di rado, e secondo… le stagioni) se ha palesemente ritirato il braccio mentre subiva il mio attacco. Non viene quasi mai penalizzato, invece, il movimento anche ampio della lama fuori dalla linea di offesa, anche a braccio piegato.

Sorvolo anche, per brevità, sulle conseguenze che questo modo di giudicare ha avuto sulle cosiddette “prese di ferro”: che una volta servivano a deviare la linea dell’avversario per il tempo necessario a portare il colpo, garantendosi dal colpo doppio. Oggi si tocca il ferro avversario quando è per aria, e non minaccia il bersaglio: quel contatto, quel rumore, sono per l’arbitro indicazione necessaria e sufficiente per attribuire la precedenza a chi lo ha ottenuto per ultimo.

Sia ben chiaro che io non ce l’ho con gli arbitri: se vogliono continuare ad arbitrare devono essere convocati, e se non si adeguano, restano a casa. La responsabilità maggiore ce l’ha chi dovrebbe porre mano ai regolamenti, aggiornarli e renderli applicabili. E torniamo al punto, cioè alla “scherma a vedere”.

Come abbiamo già detto, l’attaccante conclude la sua azione “dopo” aver visto la reazione “sbagliata” dell’avversario. E può “avere ragione” malgrado la sua stoccata arrivi a volte anche dopo quella del suo avversario. Quanto dopo? Questo dato dipende totalmente dal giudizio dell’arbitro: dalla sua sensibilità, e comunque dalla sua opinione. Qui ci interessa rilevare che questo “dopo” è spesso ben superiore al tempo di reazione (diciamo intorno ai due decimi di secondo), o al tempo del colpo doppio di spada (circa la metà di un decimo di secondo): motivo per cui questa tattica è di impiego ben diverso nella spada, quando si cerca il colpo doppio.

È necessario, per continuare, chiarire due locuzioni in uso nella psicologia dello sport, che hanno a che fare col nostro problema: azioni a circuito chiuso o a circuito aperto. Le prime permettono di correggere il movimento in atto, perché sono più lente, e il feedback proveniente dal movimento stesso ha il tempo necessario per arrivare, essere elaborato, e quindi utilizzato per correggere il movimento in corso d’opera. Immaginatevi al volante dell’auto, o della bici, o mentre camminate. Oppure immaginate i normali esercizi sulla misura, quando uno dei due “guida” e l’altro cerca di mantenere costante la distanza. Tuttavia, per certi movimenti ormai automatizzati, pare che la correzione possa avvenire anche in tempi minori, intorno al decimo di secondo: mi ripropongo di effettuare in futuro delle misure meno approssimative.

Se l’azione è più rapida, come nei movimenti finali, esplosivi, della scherma, il feedback non può essere elaborato in tempo utile: si parla allora di circuito aperto. Per fare un esempio, se attacco di botta dritta, e l’avversario para, non posso decidere strada facendo se continuare, o cavare (per eludere una parata diretta), o circolare (per eludere una parata di contro). Questo, si intende, una volta entrato in misura, cioè superato il punto critico. La misura – come ho spiegato in altri due articoli che potete trovare qui

2007 – La misura nella scherma_Toràn

2009 – La scherma e la scelta di tempo_Toràn

è determinata dinamicamente dalla valutazione (e dal controllo) che ne danno entrambi i contendenti, ed è strettamente correlata al tempo necessario a raggiungere l’avversario, o a sfuggirgli.

Il punto critico, che sarebbe meglio intendere come zona critica, è quello del passaggio dalle azioni a circuito chiuso, che potremmo definire azioni di preparazione, alle azioni a circuito aperto, quelle conclusive. La preparazione consiste di tutti quei movimenti che servono a creare, attendere, provocare la situazione voluta (misura, tempo, atteggiamento con l’arma), da cui far iniziare l’azione risolutiva, che è generalmente a circuito aperto.

Ne segue che in ogni azione che si conclude con il colpo c’è sempre una parte a circuito chiuso, e quindi “a vedere”, e una parte a circuito aperto, che è quella conclusiva, più veloce: che non permette correzioni in corso d’opera, salvo grande superiorità di abilità ed esperienza.

Sembrerebbe, però, che la prassi attuale – considerare attacchi le avanzate senza minaccia – sposti l’equilibrio attacco-difesa (e controffesa) decisamente a favore dell’attacco: il che è vero solo per chi si difende attenendosi rigidamente al regolamento scritto che, nella sua parte tecnica, è ormai un residuato storico, cui non si dà più molta importanza. Non credo di dovermi di nuovo dilungare su questo punto. Il regolamento internazionale, ad esempio, dice che “l’attacco è l’azione offensiva iniziale eseguita distendendo il braccio e minacciando costantemente il bersaglio valido dell’avversario, – movimento che deve comunque precedere l’inizio dell’affondo o della flèche”. Mai regola fu più ignorata di questa, e si avanza tranquillamente verso l’avversario senza “dare il ferro”, e quindi senza che lui possa prenderlo: sapendo che un suo eventuale attacco sull’avanzata del primo, eseguito correttamente per il suddetto regolamento, sarebbe giudicato come un contrattacco sbagliato. Ne scrissi in un articolo, che fortunatamente ho conservato, e che potete scaricare da questo link

Scherma contro natura_ l’arte di colpire quando si è colpiti

Nella scherma, è noto, non esistono le botte segrete, e neanche le botte senza contrarie. Solo che, per trovarle e applicarle, bisogna prima capire il regolamento reale, e l’interpretazione che ne dà quel particolare arbitro. L’equilibrio è quindi stato prontamente ristabilito, adottando tecniche sconosciute ai trattati tradizionali. Vediamone alcune.

Prendiamo in esame l’azione di chi ha l’iniziativa (cioè avanza per primo verso l’altro) ma è in posizione di largo invito. La sua avanzata, se non interrotta da evidenti pause, è correntemente considerata come parte di un attacco: che si concluderà, poniamo con una botta dritta, quando l’altro, che non può trovare il ferro, né arretrare all’infinito, si fermerà, poniamo per tirare un colpo di arresto. Colpo doppio. L’arbitro, lo vediamo ogni giorno, darà ragione al primo, come se il suo fosse un attacco correttamente eseguito. La sequenza è: 1. Avanzata (poniamo, da sinistra); 2. Arresto (da destra); 3. Conclusione dell’attacco (da sinistra). L’avanzata è di preferenza lenta, ma continua. Chi avanza attende il movimento in avanti di chi stava arretrando, quindi conclude con la botta dritta, che deve essere rapida, per evitare che chi arresta possa fare in tempo a parare con successo, dopo aver arrestato. Inizio dell’attacco da sinistra “a vedere” (circuito chiuso); conclusione a circuito aperto.

Una delle possibili contrarie sfrutta precisamente la parte “a vedere” dell’attacco (quello che viene interpretato dall’arbitro come attacco). L’attaccante attende il realizzarsi della situazione cercata: l’arresto “sbagliato” dell’avversario. Chi si difende, e vuole quindi parare, simula l’arresto sbagliato (che per essere efficace deve essere portato quasi sul bersaglio, con evidente cambio di ritmo) e poi immediatamente corre alla parata: l’attaccante, come abbiamo già detto, a quel punto esegue la sua botta dritta a circuito aperto, e quindi non è più in grado di correggere il movimento.

Variante della conclusione dell’attacco, contro avversario che si ferma cercando il ferro, è la conclusione con una cavazione, dopo aver ulteriormente allargato l’invito. Variante della contraria è la finta di ricerca del ferro per parare e rispondere.

Altra variante della difesa è la ricerca del ferro seguita da colpo in tempo arretrando, o chiudendo la misura e parando. Queste due azioni sono molto utilizzate: in particolare la seconda, in tutte le sue varianti, che viene comunemente chiamata “chiusura”.

Di queste azioni moderne non v’è traccia nei trattati: quando la scherma era finalizzata al duello nessuno si sarebbe sognato di “attaccare” in questo modo.

Per concludere, due parole sul significato originario di “attaccare” e sulle battute.

Cesare Enrichetti, nel suo trattato del 1871 (come anche il Lambertini, nel 1870) scrive: “Aggredire:   Utilizzato per colui che per primo promuove un’azione di offesa. Attaccare: Si usa per indicare quel movimento che fa lo schermitore quando devia dalla linea di­rettrice il ferro dell’avversario, guadagnandone i gradi allo scopo di aggredire o di invitare”.

Solo in seguito il termine “attaccare” ha assunto il significato attuale. Prima, era la premessa necessaria per un’azione offensiva: bisognava spostare il ferro dalla linea, prima di poter pensare a colpire l’avversario. Questo effetto lo si poteva ottenere “attaccando” il proprio ferro a quello avverso – oggi lo chiamiamo legamento – o con una battuta efficace: tale cioè da ottenere uno scostamento dalla linea del ferro avverso per il tempo sufficiente a colpire senza essere colpiti. La tecnica delle battute doveva essere perciò precisa ed efficace: quanta differenza con le battute di fioretto odierne, su un ferro per aria, che hanno il solo scopo di aiutare l’arbitro a stabilire la priorità dell’azione! Una priorità che con la scherma di un tempo, quella per il duello, non ha proprio nulla a che fare.

 

di Giancarlo Toràn

L’immagine di copertina è di Isabella Panzera

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