Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La scherma è speciale

Aggiungo queste righe dopo la chat di stasera, 29 aprile. Ritrovo e riconosco il gusto di partecipare, grazie a queste piattaforme che ce lo permettono. Dopo lunghi periodi di chiusure e di silenzi, si torna a parlare, a discutere di scherma.

Perché, lasciatemelo dire: la scherma è speciale. Voi vedete soprattutto lo sport, che è solo uno dei suoi aspetti: il più appariscente, ma non il più importante.

Riflettete su questo: non c’è un modello fisico, non ci sono categorie di peso. Nella scherma vince chi ha più testa, insieme a tutto il resto, nelle proporzioni che ciascuno ritiene ottimali: preparazione fisica, buona tecnica, coraggio e determinazione, intelligenza strategica e tattica. C’è tutto quello che vi serve, poi, nella vita.

Avrete avversari da capire e superare, in fretta e bene. Avrete compagni di squadra, nel senso più ampio: gli altri atleti, il Maestro, la società e tutto quel che gira intorno. Ma nel momento cruciale sarete soli, di fronte all’avversario, e dovrete assumervi la vostra responsabilità: non potrete sfuggire. Potrete dare la colpa all’arbitro, alle circostanze, alle emozioni, ma vi renderete presto conto che non è con lo scaricabarile che ce la farete: dovrete saper perdere, prima di poter vincere. E anche se non vincerete mai, ogni stoccata presa sarà una lezione, ogni stoccata messa una vittoria, e una potente spinta a far meglio, la prossima volta. E quella successiva. Con l’arma in mano, o senza. Non saprei immaginare niente di meglio per aiutare a crescere i bambini di tutte le età: anche la mia.

In questi giorni di clausura obbligata, capita di frequente, credo non solo a me, di dover parlare di scherma, e raccontarne gli aspetti storici, o tecnici, o psicologici. L’ho fatto tante volte anche in passato: e in questi giorni frugando dentro i miei numerosi HD nel vano tentativo di rimettere ordine, saltano fuori spesso articoli che rileggo con piacere, e penso che possano essere graditi anche alle nuove leve di praticanti o comunque appassionati di scherma. L’ultimo, in ordine di tempo, è il testo di un mio intervento del 29 maggio 2004, in occasione del 125° anno dalla fondazione del C.S. Torino, a Villa Glicini, intitolato “La scherma: ieri, oggi e domani”. In gran parte mi sembra ancora attuale, per cui ve lo ripropongo, così come lo scrissi allora.

La copertina di questo articolo, come altre volte, è stata realizzata dalla bravissima Isabella Panzeri, che ringrazio: disegna con abilità e passione, e le auguro di raggiungere le sue mete, quali che siano, sportive o professionali.

 

La scherma: ieri, oggi e domani.

 

Dopo i vari interventi che hanno preceduto il mio, mi rendo conto che l’interesse dei presenti è orientato in modo particolare sull’evoluzione della scherma: nel senso che ci si chiede se i cambiamenti avvenuti sono da considerarsi positivi o negativi. Un tema ricorrente quando campioni del passato confrontano la loro esperienza ed i loro ricordi con l’attuale modo di tirar di scherma. Prima di dire la mia sull’argomento, o per dirla in modo più compiuto, mi pare opportuno fare alcune considerazioni.

La scherma è, oggi, sport di nicchia più che di élite: praticato da poche persone, poco conosciuto, eppure radicato nell’immaginario collettivo di tutti. Colpisce, quindi, questo contrasto fra il numero esiguo di praticanti e la forza della suggestione che riesce ad emanare. È di questi anni il revival dei film di cappa e spada, che per la verità sono da sempre un filone di successo, sia pure a fasi alterne. L’eroe, positivo o negativo, che si fa valere grazie alla sua spada, colpisce da sempre l’immaginazione di grandi e piccini. Quando appare un film di successo ne abbiamo un pronto riscontro in palestra, come quando la televisione trasmette cartoni animati sulla scherma, o ci dedica più spazio del solito, in occasione delle Olimpiadi: quando raccogliamo medaglie e capitalizziamo emozioni. Emozioni legate ai contenuti “eroici” dei vari Zorro e D’Artagnan, ma anche al lungo cammino che la spada ha compiuto accanto alle nostre istituzioni, e nella nostra storia. La spada è simbolo e strumento, potere, giustizia, decisione. La sua storia è stata infinite volte raccontata, e la tecnica del suo utilizzo descritta in tanti e tanti trattati, in buona parte italiani.

I primi trattati di scherma che ci sono pervenuti mostrano, tra gli altri, due aspetti molto significativi: l’educazione schermistica prevedeva l’utilizzo di tutte le armi “bianche”, ed anche l’arte di difendersi senz’armi, contro avversario armato o disarmato. Addestramento alla contesa, quindi, in cui, già allora, non si sottovalutavano le virtù psicologiche, necessario corredo del combattente. Fiore de’ Liberi, nel suo Flos Duellatorum, primo manoscritto italiano pervenutoci, del 1409, le simboleggia con gli animali: Prudentia, il lupo cervino, cioè la lince; Celeritas, la tigre; Audatia, il leone; Fortitudo, l’elefante. Pietro Monti, il Moncio, autore del primo trattato italiano (in realtà, in latino) andato in stampa, nel 1509, fu grande condottiero (morì in battaglia ad Agnadello) e teologo, e scrisse, tra l’altro, De dignoscendis hominibus, in cui, come molti dopo di lui, esamina le caratteristiche psicologiche dei vari tipi umani, e come trarne profitto in battaglia. Giacomo Di Grassi, nel 1570 (e qui mi fermo, ché l’elenco potrebbe essere lunghissimo), in appendice al suo Ragione di adoperar sicuramente l’arme, sì da offesa come da difesa, pone un Trattato dell’inganno, riferendosi in realtà alle finte: un’arte che si svilupperà in pieno con la scherma moderna.

 

 

Con l’affermarsi delle armi da fuoco la spada perde progressivamente importanza come arma da guerra, mantenendo però il suo valore simbolico, la sua valenza come strumento educativo, e soprattutto la sua importanza nelle questioni d’onore. Il duello, un rituale complicato che poneva i contendenti di fronte alla necessità di affermare il proprio coraggio, a rischio della vita, si afferma e prospera per secoli, generando innumerevoli codici cavallereschi, trattati di scherma e stili di vita. L’abbandono delle armature, e quindi delle armi pesanti destinate a spezzarle e penetrarle, porta all’affermazione della spada sola, sempre più leggera, parte dell’abbigliamento del gentiluomo. Le scuole di scherma preparano principalmente al duello, per lungo tempo, e avviene un fenomeno strano: in un’epoca in cui l’attuale maschera era sconosciuta (fu inventata alla fine del ‘700), e il gioco di punta si affermava sempre di più, la prima preoccupazione, nelle sale d’armi, era quella di garantire l’incolumità di chi si preparava al duello: principalmente nobili. Nasce, quindi, e progressivamente si complica, la moderna convenzione, e il fioretto moderno. Il primo peccato, che andava assolutamente evitato, era “l’incontro”. Quindi si stabilirono precise regole di precedenza per evitare quella che, pare, era una diffusa caratteristica dei Maestri di scherma dell’epoca: la perdita di un occhio.

 

La scherma divenne, così, artificiosa, e fu fortemente contestata dagli spadisti ottocenteschi, che verificavano sul terreno l’insufficienza di quella tecnica, che pure permise un grande sviluppo artistico. Nacque così, come rivolta contro la scherma accademica, la spada moderna. La sciabola, invece, aveva mantenuto più delle altre armi la sua derivazione bellica. Le cariche di cavalleria erano spesso risolutive, e la sciabola era l’arma decisiva nell’incontro ravvicinato. Ma la scherma che si poteva esprimere a cavallo era molto limitata e rozza. La trasposizione della sciabola nelle palestre portò ad un suo grande alleggerimento, e molte tecniche furono mutuate dalle armi di punta: non senza una lunga e straordinaria polemica, ancor oggi godibilissima per chi voglia leggersi il Masiello, grande trattatista e schermidore, con Gelli, forse il più prolifico scrittore di cose di scherma, che ne condivideva le idee; e Masaniello Parise, vincitore di un concorso forse un po’ pilotato, ma che portò all’affermarsi della nostra gloriosa Scuola Magistrale Militare, di cui fu a lungo il direttore, che tanti buoni frutti ha dato alla scherma italiana.

 

La nascita della Fie e delle federazioni nazionali (la nostra nasce ufficialmente nel 1909) portò a “fotografare” la situazione esistente, e quindi le armi allora in uso: il fioretto, la spada e la sciabola moderne, che nulla più hanno a che fare con le armi di un tempo. Non è che per questo l’evoluzione – involuzione per alcuni – si sia arrestata: anzi, i cambiamenti di regole, materiali e costumi hanno prodotto mutamenti e accelerazioni improvvise, sempre mal viste dai tradizionalisti; accettate con naturalezza dai giovani, che poi si sono affezionati al nuovo, e lo difendono: fino a quando i giovani non diventano conservatori per le “loro” conquiste, e le difendono dai nuovi giovani. La storia si ripete. Basti pensare che la scherma dell’inizio del secolo scorso, la prima scherma sportiva, oggi rimpianta da chi ricorda ancora i Nadi e gli altri campioni di allora, era a quel tempo fortemente criticata dagli anziani, per gli stessi motivi, e con le stesse parole: non era “vera” scherma. Oggi gli strali dei conservatori si appuntano sul colpo di “fuetto”, un colpo sferzato reso possibile dalla flessibilità della lama: a sua volta necessaria per garantire la sicurezza. Un tempo si “terziava” la lama per provarla: era buona se si fletteva solo nell’ultimo terzo, dovendo garantire resistenza e capacità di penetrare. Oggi si piega a canna da pesca, perché così si spezza di meno, ed è più leggera e meno pericolosa. E perché uno schermitore dovrebbe autolimitarsi nell’utilizzo di uno strumento che permette di colpire in bersagli prima impensabili? Senza contare il fatto che questo tipo di scherma è altamente spettacolare: chiediamolo ai giovani! O dobbiamo cedere ai puristi di oggi, che sono gli “impuri” di ieri?

 

Gli strumenti cambiano, quindi, e cambia il modo di adoperarli. Ma la scherma resta. La scherma, come ho letto una volta, è una categoria dello spirito. Vero. La scherma “si fa” con la spada, col bastone, con i pugni, con le parole. La scherma è presente quando c’è l’avversario, e voglio superarlo non con la forza bruta, ma con l’intelligenza, con eleganza: che vuol dire ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. La scherma, ricordiamolo sempre, non ha categorie di peso; non ha un tipo fisico prevalente, che ci permetta di selezionare a priori il possibile campione. Il piccolo vince sul grande, se è più furbo ed abile. E la volontà vince sulla tecnica: come spiegare, altrimenti, le vittorie importanti di atleti menomati nel fisico, ma incrollabili nella loro determinazione? Chi non ricorda, ad esempio, la Bianchedi col tendine spezzato, che vuole restare in pedana per battere la sua avversaria cinese, pericolosa per la compagna di squadra Trillini? E ci resta, su quella pedana, e compie il miracolo, prima di obbedire al medico che le impone il ritiro!

 

Cosa resta, quindi, della scherma, quando l’abbiamo spogliata di tutto quel che è inessenziale? Cosa resta quando anche l’arma, che tanto si è trasformata e continua a trasformarsi, si rivela secondaria? La scherma è ancora definibile, in sostanza, come l’arte di difendersi e offendere con l’arma bianca? No, certo che no! La scherma, la sua essenza, che ritroviamo in ogni tipo di competizione contro un avversario, è l’arte e la scienza delle contrarie. È strategia, ovvero capacità di analizzare e programmare. È tattica, ovvero capacità di “convincere” l’avversario a fare quello che vogliamo, quando vogliamo: la cosa giusta per noi, facendogli credere che sia la cosa giusta per lui. È volontà, cioè capacità di motivarsi e controllarsi, per sfruttare al meglio tutte le proprie possibilità in funzione dell’obiettivo. Scherma e psicologia sono destinate ad andare a braccetto, in futuro, e già hanno incominciato a farlo.

 

Un discorso a parte meritano gli arbitri, che di fatto determinano in gran parte l’evoluzione della scherma. Esiste un regolamento formale, che è purtroppo molto differente da quello sostanziale. Fra le tante possibili ed inoppugnabili prove di quanto affermo (ma siamo tutti d’accordo su questo) forse la più evidente è il differente modo di applicare la convenzione (che è la stessa!) nel fioretto e nella sciabola. La Fie ha grande difficoltà a disciplinare nel senso voluto il modo di giudicare degli arbitri. Forse proprio perché il regolamento è ormai obsoleto, e andrebbe riscritto. Ne segue che gli arbitri, per fare carriera, seguono le indicazioni dei loro colleghi più esperti, anziché il testo scritto. Per cambiare il regolamento, però, occorre una volontà comune che dipende non solo dalla nostra comprensione, ma soprattutto da una efficace azione di politica internazionale, che la nostra Fis ha iniziato a proporre, con qualche buon effetto. Ma c’è ancora molto da fare, ed i pericoli maggiori li corre il fioretto, le cui regole rischiano di essere stravolte. Ma torniamo al punto.

 

In quella che viene definita la civiltà dell’immagine è essenziale che la scherma sappia individuare la propria, e sappia proporla con forza. La spada è presente nel passato, che continueremo a raccontarci in forme sempre nuove; nel presente, con la scherma sportiva; e la proiettiamo nel futuro, come dimostrano tante saghe fantascientifiche, dove magari ha assunto la forma di spada laser. La spada è il simbolo della scherma: ma la scherma deve essere altro, e di più. Dobbiamo essere capaci di proporla in forme nuove ed attraenti, anche a chi non può praticarla con l’arma tradizionale. Prendiamo esempio dai giapponesi, che hanno confezionato un prodotto raffinato, e lo hanno esportato in tutto il mondo: la loro scherma, che non è sport olimpico, e quindi ha, rispetto alla nostra, un notevole svantaggio, si propone come tecnica, sport, strumento di meditazione e disciplina (da loro la scherma fa parte della formazione dei dirigenti); propone un codice d’onore, una dimensione etica ed estetica, e infine spirituale. Tutte cose che non sono estranee alla nostra cultura schermistica, tutt’altro. Solo che abbiamo lasciato che fossero ricoperte dalla polvere della storia. I giapponesi, non dimentichiamolo, sono emersi dal medioevo solo di recente, e sono attenti e gelosi custodi delle loro tradizioni, che hanno esportato in tutto il mondo.

Noi, che abbiamo tradizioni di gran lunga più antiche e ricche, possiamo fare meglio. Proviamoci.

 

di Giancarlo Toràn

 

(2) Comments

  1. […] sito http://www.carmimari.com/blog/fraseschermistica/la-scherma-e-speciale/2020/04/29 ,uno stralcio di articolo scritto da Giancarlo Toran,Maestro della Pro Patria Scherma Busto […]

    1. Giancarlo Toràn says:

      Ciao Ida, grazie della citazione, un saluto!

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