Articoli di Giancarlo Toràn

Camillo Rodolfi, il maestro di scherma di Mussolini

Storie infinite, che ti catturano, ti portano in altre storie e in altre ancora: arrivi ad un punto in cui ti domandi dove mettere i confini a quello che vuoi raccontare, che non è già più la storia di partenza.

Mi spiego. Un lavoro già pronto per essere stampato è quello sulle memorie di Giuseppe Mangiarotti, un grande maestro di scherma che ha fatto la storia della spada italiana: non da solo, d’accordo, ma certo in misura preponderante. Il libro uscirà presto e inaugurerà una serie di lavori editi dall’Agorà della scherma. Da questa storia ho già tratto alcuni spunti e articoli che trovate su questo stesso blog:

  • Enrico Lancia Di Brolo, il maestro di Giuseppe Mangiarotti. 
  • Mangiarotti, Lancia Di Brolo, Pini e Nadi: quattro grandi della scherma in un episodio inedito. 
  • I pugni dei Mangiarotti

Questa volta è il turno di Camillo Rodolfi, che fu il maestro di scherma e di equitazione di Mussolini, e fece una rapidissima ascesa sociale grazie ad un caso fortuito, che Mangiarotti racconta. La sua storia è stata ripresa con l’aggiunta di molte foto e notizie interessanti dal caro amico e infaticabile ricercatore avv. Claudio Maria Mancini, attingendo dal suo ricchissimo archivio, raccolto negli anni, continuando l’opera iniziata dal padre Luigi: gran parte di questi dati sono ora consultabili a Roma, nella Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, cui li ha donati (Archivi Mancini e Perno).

Gli articoli di Claudio Maria Mancini

sono tre, i primi due pubblicati per la rivista “Per la Val Baganza” (Numero unico annuale, anno 2003. Rodolfi era nato a Sala Baganza), sono stato autorizzato a riprodurli, li trovate qui allegati in pdf:

Camillo Rodolfi_ da Claudio Mancini

e il terzo, qui di seguito, con le ultime aggiunte, che vi prego di leggere dopo i primi due.

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Nei numeri del 2003 e del 2004 di “Per la Val Baganza” ebbi modo di pubblicare le note biografiche su Camillo Ridolfi o Rodolfi, maestro di scherma ed equitazione di Mussolini. Era un maestro di scherma militare che ebbe modo di farsi apprezzare da Mussolini quando questi ebbe necessità di farsi preparare ad uno dei suoi tanti duelli. Alla fine della sua avventura terrena Mussolini ne lodò la fedeltà e molti lo videro al seguito del Duce, quasi come una guardia del corpo. Lascio a chi lo desideri di leggere quelle mie paginette. Restava un dubbio: quali fossero le doti intellettuali di questo personaggio che, ascritto alla MVSN quale ufficiale di complemento era asceso al grado di Luogotenente generale, e che il maestro Giuseppe Mangiarotti riteneva avrebbe avuto molto da raccontare dei fasti e nefasti del ventennio fascista. La lettura del libro di ricordi del diplomatico Alessandro Marieni Saredo (Ricordi di un diplomatico. Dal Fascio allo sfascio, Trescore B. Bergamo, 1992, p. 68) consente di rispondere a questo interrogativo. Ridolfi era almeno dotato di molto buon senso e non era afflitto da timore reverenziale. Non è poco; anche se non bastò ad evitare al suo allievo errori spaventosi. Ma si poteva chiedere questo al maestro di scherma e di equitazione?

Ma basta chiacchiere e leggiamo quanto racconta il poi ambasciatore Marieni Saredo: “Mussolini uscì come stregato da quella visita [a Berlino]: fu allora che pensò, purtroppo, di dover stare dalla parte dei tedeschi se voleva realizzare le sue ambizioni…..L’unico commento sensato che sentii fare, durante la visita, fu sul treno del Duce nel viaggio di ritorno e non da parte di generali, ammiragli o ambasciatori del seguito che non fiatavano mai, ma da parte del più modesto dei partecipanti, un ex maresciallo della scuola di Cavalleria di Pinerolo, promosso primo seniore della MVSN e che era il maestro di equitazione e di scherma di Mussolini, oltre una specie di guardia del corpo. Mussolini era in piedi nel corridoio del treno e nella sua posa classica guardava il panorama; l’unico compagno che osasse parlargli era il maestro di educazione fisica. Io ero in uno scompartimento vicino e stavo riordinando le carte che mi erano state affidate. Sentii l’ex maresciallo che diceva: “Duce, abbiamo visto cose meravigliose in Germania; perché non andiamo a vedere, magari in incognito, cosa c’è dall’altra parte, in America e negli altri paesi?” Mussolini rispose solo con una specie di grugnito. Certo era ridicolo pensare al Duce con barba e baffi finti, a spasso per le Americhe, ma l’osservazione conteneva una grande verità: se Mussolini, che non aveva viaggiato all’estero [era stato quale emigrato nel Trentino, allora austriaco, in Svizzera ed in Francia; da Presidente del Consiglio nel 1922 a Losanna ed a Londra], fosse andato anche solo a Detroit e a New York e dall’Empire State Building avesse potuto ammirare l’opulenza della maggiore città degli Stati Uniti con le sue officine infinite, il porto immenso con centinaia di navi, non sarebbe certo entrato in guerra contro le democrazie occidentali! E’ vero che sarebbe bastato anche leggere semplicemente sul calendario-atlante De Agostini le statistiche della produzione americana dell’acciaio che superava le produzioni riunite di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia!!…….”. Filippo Anfuso, come ebbi modo di ricordare nel primo dei miei contributi, si era limitato ad offrirci un’immagine puramente formale della presenza di Ridolfi a fianco di Mussolini durante la visita in Germania. L’ambasciatore Marieni Saredo aggiunge un particolare di molta sostanza e ci dà modo di ascoltare un breve suggerimento di Ridolfi a Mussolini che però ormai non ascoltava più nessuno. Con i risultati che è inutile ricordare.

Per concludere: ringrazio di tutto cuore la redazione di “Per la Val Baganza”, ed in particolare il prof. Pietro Bonardi, per l’ospitalità accordatami per la terza volta, con tanta cortesia.

Claudio Maria Mancini, Roma

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Storie nelle storie, dicevo. Preparando le “memorie” di Giuseppe Mangiarotti ho trovato varie foto inedite di Rodolfi, ed ho potuto collegare la sua storia a quella dell’Accademia fascista di scherma, che era la continuazione della Scuola Magistrale Militare di Masaniello Parise, e di cui Rodolfi fu nominato direttore, più per la sua posizione che per i suoi meriti. La sede della Scuola era nella prestigiosa Casa delle Armi di Moretti, inaugurata nel 1936, quando Nedo Nadi era già presidente della Fis.

L’ascesa di Nedo Nadi alla massima carica federale, voluta e protetta dal regime per motivi di immagine, era piuttosto malvista dai romani, e l’antipatia era cordialmente ricambiata, ma come in ogni famiglia, parenti serpenti, le manovre tese a screditare gli avversari restavano sotto traccia. Eppure di tracce ne hanno lasciate: Nedo Nadi aveva scritto una serie di articoli critici, sul “Littoriale”, sulla gestione della Scuola Magistrale Militare alla Farnesina, che forse furono in qualche modo determinanti per la sua chiusura (l’ultimo corso era terminato nel 1934). La formazione dei maestri di scherma cessò di essere di competenza dell’Esercito (riprenderà dopo la guerra, a Orvieto), e passò all’Accademia Fascista di scherma, che faceva parte dell’Accademia Fascista di Educazione Fisica. Primo direttore della nuova istituzione fu Rodolfi, che però nel 1939 fu sostituito da Nedo Nadi, che morì pochi mesi dopo. Rientrò in gioco quindi Rodolfi, cui però fu affiancato Agesilao Greco, come condirettore.

I due, inizialmente, andarono d’amore e d’accordo, tant’è vero che nel suo libro “La didattica della scherma di spada, dato alle stampe in quei mesi del 1940, Agesilao Greco scriveva: “Per merito del valoroso maestro comm. Camillo Rodolfi — che va anche ricordato perché fu il preparatore del Duce nei due vittoriosi duelli che Egli sostenne quando era Direttore del “Popolo d’Italia” — la Sezione scherma dell’ Accademia fascista di educazione fisica segue un indirizzo prettamente italiano, non inquinato da traviamenti sportivi di marca straniera.”

La cosa, però, non poteva durare, e non durò. L’indirizzo della Fis, per quanto riguardava la spada, era ormai ben diverso, ed era chiarissimo a tutti a chi spettasse il merito delle medaglie conquistate: Giuseppe Mangiarotti era parecchio infastidito da questo persistente atteggiamento di Agesilao, che pretendeva di imporre la sua idea della spada, un’idea legata al duello, e ormai distante dalle finalità e quindi dalla tecnica sportiva. Scrisse perciò un pesante articolo sul bollettino federale (aprile 1941) in cui prendeva di mira decisamente Agesilao Greco e la sua pretesa di imporre la propria spada e la propria tecnica, non avendo mai prodotto, con quelle, nessun atleta di valore.

Ne nacque una vertenza che si trascinò per qualche tempo, e che avrebbe dovuto portarli sul terreno per un duello che mai si fece: ci pensò il regime a imporre lo stop, dopo scambi di lettere, di insulti nemmeno velati, di interventi del Giurì d’onore… ma questa è un’altra storia, con altri protagonisti, che spero di raccontarvi un’altra volta.

Tornando al protagonista di questa storia, Camillo Rodolfi, era posto troppo in alto rispetto al suo vero valore: non si poteva criticarlo apertamente, data l’alta protezione di cui godeva, ma le critiche fioccavano, e non solo per lui. Ugo Pignotti, tra i maestri più amati e rispettati di quel periodo, e per molti anni ancora (autore con Giorgio Pessina dei testi ufficiali del Coni per la sciabola e il fioretto) scrive di suo pugno, in un foglio di appunti, che Greco ottenne l’incarico di condirettore “con l’intrigo del suo amico Ippolito”, allora segretario federale dell’Urbe, ma dopo alcuni mesi di “infelicissima direzione fu esonerato dall’incarico tant’è vero che da quel giorno non riapparve più in sala di scherma. Però il Greco continuò a percepire fino all’ottobre del 1943 (data dello scioglimento dell’Accademia) il regolare stipendio perché, sempre per l’interessamento delle autorità del regime a lui affezionate, era stato possibile farlo nominare Ispettore della scherma per la G.I.L., carica questa creata espressamente per lui, tanto per poter giustificare lo stipendio percepito senza far niente”.

L’ultimo dato certamente non è esatto: lo stesso Nedo Nadi, allora presidente della Fis, oltre che direttore della Scuola, il 2 settembre 1939, dopo il fallimento dei mondiali di Merano (annullati all’ultimo momento per lo scoppio della guerra) scrisse al Capo di Stato Maggiore della G.I.L. per prendersi un periodo di riposo, e si firmò, appunto, come “il Maggiore Ispettore dell’Accademia di Scherma della G.I.L., Nedo Nadi”.

Ancora Pignotti, in una lettera a Mangiarotti datata 29 marzo 1940, scriveva: “Dario ti avrà certamente messo al corrente di come procedono le cose qui all’Accademia, e quindi non importa ch’io stia a confermartele. Con Greco e Rodolfi siamo tornati nuovamente all’epoca del lume a petrolio!…

Sapendo farti cosa gradita, almeno dal lato della curiosità, ti invio una copia della lettera inviata dalla signora Nadi al maestro Rodolfi, che io credo se la sia tenuta tutta per sé!

Greco però, col suo metodo di spada è ancor più cretino del Rodolfi e con questo credo di non dover aggiungere altro!… Povera magistrale! L’unica speranza è che i due direttori dell’Accademia (Gioventù Italiana del Littorio) hanno complessivamente quasi 150 anni…”

 

Frasi irrispettose, certo, ma che rendono bene l’idea del clima “fraterno” in cui si viveva. Niente di nuovo sotto il cielo…

E per completare il quadro, riporto integralmente il contenuto della lettera citata, che la signora Nadi inviò a Rodolfi, il 27 febbraio 1940:

“Maestro Rodolfi

È con crescente odio e disgusto che ho ritrovato tra i carissimi il vostro biglietto di condoglianze inviato spudoratamente per la morte del mio dilettissimo e incomparabile Nedo Nadi.

Quale presuntuoso e ambizione, inetto ultimo orecchiante di scherma, nullità assoluta, feroce pigmeo, gli avete scatenato contro una guerra malvagia e sleale, ch?Egli, alto nel suo piedistallo artistico, eletto di mente e di cuore, non degnò del più lieve gesto di rivolta.

Vi considerava quel che siete, quel che tutti vi reputano.

Ma voi avete osato presentarvi all’accompagnamento funebre, avete osato mischiarvi tra gli amici, fra le persone a Lui care.

Avevo dato precedentemente ordine di scacciarvi se vi foste presentato, e bene è stato che io non vi abbia scorto, che in tal caso Viale Parioli lo avreste fatto a calci nel vecchio posteriore.

Non capitatemi mai tra i piedi.

La memoria del mio adorato Nedo è sacra, e va vendicata.

Non nominatelo mai più per nessuna ragione, che voi non ne siete degno.

Roma Ferralasco Nadi”.

Vi risparmio, qui, altre manifestazioni di simpatia della Signora Nadi per Rodolfi e i suoi sodali, tra cui molti personaggi in vista della Federazione. Ne troverete ampi cenni sul libro che Roma Ferralasco scrisse e fece stampare in memoria del marito (Nedo Nadi, l’alfiere dello sport delle tre armi nel mondo, Sagep ed., Genova, 1969): libro di cui la Fis acquistò un buon numero di copie “al buio”, per pentirsene subito dopo.

 

Articoli di Claudio Maria Mancini e di Giancarlo Toràn

La foto di copertina e le lettere provengono dall’archivio Mangiarotti.

Nella foto di gruppo in copertina, da sinistra, Giuseppe Mangiarotti, Andrea Weysi, Camillo Rodolfi e Mario Chiappa, al Veloce Club dove Mangiarotti insegnò dal 1919.

L’immagine di Rodolfi in pedana con Mussolini è tratta da “Sport fascista”, dicembre 1936

 

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