Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La “combine” di Nedo e Aldo Nadi

Rarissimi sono i filmati che riprendono Nedo o Aldo Nadi in azione. Ad esempio, quelli raggiungibili dai link che seguono. Ma ce ne sono altri, che si possono agevolmente ritrovare su Youtube.

https://www.youtube.com/watch?v=ZP8dKYfF7zo&t=7s in cui si vede un’esibizione di Nedo Nadi in visita all’Athletic Club di New York il 31 gennaio del 1930. Oppure qui:

https://www.youtube.com/watch?v=eygHpbYI6bs  dove si vede Aldo Nadi che si cimenta con spada e pugnale presso la sala Lacaze, a Parigi, il 25 aprile 1934. Oppure ancora qui:

https://www.youtube.com/watch?v=HFzAB4mwB5k&list=PLDs1cQdwmii9ZVPdRnBN-hKTuYbY_X_OU&index=4

dove si vede un breve frammento della sfida del 1922 fra Aldo Nadi e Lucien Gaudin, incautamente raccolta da Aldo, che in cambio di una ricca borsa, accettò tutte le condizioni imposte dal suo avversario, da lui battuto nell’incontro diretto alle Olimpiadi di Anversa: incontro a Parigi, presidente di giuria francese, bersaglio che comprendeva il braccio. Perse la qualifica di dilettante, come già il fratello, e perse poco dopo anche buona parte della borsa, al tavolo verde. Nel video si sottolinea che Gaudin riuscì vincitore, e “divenne campione del mondo”. Ma la Federazione italiana si affrettò a dichiarare privo di ogni ufficialità quell’incontro.

Oggi desidero portare la vostra attenzione su questo

https://www.youtube.com/watch?v=OEsw2SPD5dU  in cui i due fratelli tirano insieme. Perciò, l’ho esaminato con particolare attenzione, pur sapendo, dalla lettura dell’autobiografia di Aldo Nadi (“The Living Sword”, pubblicato da Lance C. Lobo nel 1995, e ricevuto in dono dal prof. William M. Gaugler), che l’incontro fra i due fratelli era stato combinato, per compiacere il padre, Beppe, maestro di entrambi, affinché nessuno dei due si trovasse in vantaggio, alla fine. Una traduzione sommaria di quel capitolo (cap. 38) la trovate in fondo a questo articolo.

Il battage pubblicitario che precedette l’incontro, e la fama indiscutibile dei due campioni, attirarono a Cannes, la sera del 17 febbraio 1935, un gran numero di spettatori paganti. La serata era lunga, e prevedeva numerosi incontri, ma l’attesa per l’incontro “clou” tenne incollati alla sedia gli spettatori, che potevano averne ormai abbastanza.

In Italia l’incontro ebbe un’eco relativa, tanto che la rivista Armi, di Giorgio Rastelli, che pubblicava gli atti ufficiali della Federazione, neppure ne parlò: ma forse c’era ruggine, a quel tempo, fra i Nadi e il direttore della rivista, che chiuse poco dopo, per penuria di abbonati. Ne scrisse molto bene, invece, la rivista francese “L’Escrime et le Tir”, con un articolo in cui Michel Bavastro riconosceva apertamente l’eccellenza dei due campioni:

“… Infine, l’assalto di fioretto tra i due fratelli, Nedo e Aldo Nadi. Dopo aver trionfato sui più grandi campioni, non si sono più incontrati fra loro, e siamo felici per la bellezza dello spettacolo, che se fosse stato un match sicuramente avrebbe un po’ paralizzato il funzionamento di questi virtuosi della scherma. Nel corso di questi assalti, hanno potuto, invece, dare libero sfogo al loro gioco prestigioso, incantevole anche agli occhi dei profani. Cosa dire di più se non che i due campioni sono stati all’altezza della loro leggendaria reputazione, ed applausi frenetici hanno sottolineato la bella che Nedo si è aggiudicata con una controrisposta fulminea. Ha concesso la replica, che Aldo si è aggiudicata con un attacco folgorante. Questo incontro, che fu diretto dal conte Gautier-Vignal, lascerà un ricordo incancellabile in coloro che hanno potuto assistervi.”

Ne scrissero anche, prima e dopo, i due fratelli, su “La Stampa” di Torino, e altri giornali: un’occasione, per noi, per rileggere la bella prosa dei due fratelli, entrambi giornalisti sportivi (in fondo a questo articolo, foto di alcuni giornali, e trascrizioni), e anche per capire, fra le non poche contraddizioni, come andarono realmente le cose.

Iniziamo dal racconto di Aldo, che soffriva per la grande popolarità del fratello, e desiderava ardentemente dimostrare che, ormai, il migliore era lui, più giovane di ben sei anni, e più fresco di vittoria, mentre Nedo aveva abbandonato la scherma attiva dal 1931, quando vinse il match di sciabola contro il campione d’Europa, l’ungherese Piller, al Lirico di Milano. Per dare un’idea del valore dei contendenti, basti dire che Piller aveva vinto gli europei, che erano i mondiali di quel tempo, l’anno precedente, a Liegi, e li rivinse pochi mesi dopo la sfida con Nedo Nadi, a Vienna. L’anno successivo vinse anche le olimpiadi individuali, a Los Angeles.

Aldo, da parte sua, aveva vinto negli ultimi anni tutte le sfide, tanto che non si trovava più chi opporgli, garantendogli le ricche borse che lui pretendeva. I due Nadi, insomma, erano senza rivali, e in tutte le armi. Dopo la sfida al Lirico di Milano, e l’abbandono della scherma attiva (e relative borse), Nedo Nadi divenne Commissario Tecnico della nazionale italiana di scherma: incarico che conservò per sé anche dopo essere diventato, nel 1935, il presidente della Fis, e aver riacquistato lo status di dilettante.

Nella sua autobiografia, “The living sword”, Aldo Nadi racconta a modo suo l’evento di Cannes: che era, sì, un assalto accademico, ma aveva anche il sapore di una verifica, e per lui un’occasione di rivalsa sull’odiato e amato fratello.

Nel cap. 38, intitolato “Incontro finale”, racconta:

Sì, io e mio fratello non ci parlavamo da qualche tempo, non ricordo perché. Ma un amico comune, Jacques Pellissier du Besset, di Nizza, ha avuto un lampo di genio, riuscendo a prendere due piccioni con una fava. È vero, ha dovuto sborsare un sacco di soldi, ma l’ha fatto. Pensava, giustamente, che offrendo me e mio fratello due ottime borse, uguali, ovviamente, non solo avrebbe avuto finalmente l’onore e il piacere di organizzare il nostro incontro, ma avrebbe anche favorito una riconciliazione.

Mio fratello ed io non ci affrontavamo in pedana da più di dieci anni.

Nostro padre era stato invitato a partecipare a quella che potremmo chiamare, non troppo modestamente, l’apoteosi, almeno in Francia, dei suoi due figli, e, in effetti, prima del nostro incontro, ha dato a ciascuno di noi una breve lezione che, naturalmente, lo ha reso molto felice. È stato un trionfale riconoscimento, che gli era dovuto. Nei titoli di testa, i giornali francesi avevano annunciato questo incontro tutto italiano tra “i due grandi schermidori del mondo” e, in Francia, questa era una cosa non solo senza precedenti, ma certo anche improbabile che si ripeta.

Nel pomeriggio del 17 febbraio 1935, solo poche settimane dopo che Nedo Nadi mi aveva visto tirare a Parigi contro il Maestro Barbier, sul lungomare di Cannes tre uomini che camminavano tranquillamente su e giù davanti al Carlton. Al centro c’era un uomo piuttosto anziano, che ascoltava con attenzione ciò che diceva il maggiore degli altri due. Questi era Nedo Nadi, mentre io tacevo. Ma Nedo parlava e parlava e parlava. Era un uomo molto intelligente, senza dubbio, e un grande diplomatico, come può testimoniare chiunque l’abbia incontrato. Quel che aveva da dire avrebbe potuto essere detto in una cinquantina di parole, o almeno così avrei fatto io. Ma si sapeva che lui ed io non avevamo davvero più nulla in comune, nemmeno la nostra scherma, perché ormai eravamo su posizioni opposte in fatto di tecnica, teoria, audacia e persino esecuzione. Così Nedo Nadi parlò – lentamente – per almeno quindici minuti.

È un peccato che non solo mio fratello sia morto, ma anche mio padre – l’unico testimone. Perché se uno dei due, o entrambi, fossero ancora vivi, potete scommettere il vostro ultimo centesimo che scriverei esattamente le stesse parole che sto per scrivere.

Naturalmente, è impossibile per me ricordare esattamente, dopo più di venti anni, il fiume di parole che è uscito dalla mente e dalla bocca di mio fratello. Ma ricordo perfettamente il succo del suo lungo discorso. Ed eccolo qui, con le mie parole: “Sono stato poco bene”, disse Nedo Nadi, “ma non è questo il punto. (Vedo nella mia agenda che dieci giorni prima anche io ero stato a letto con l’influenza). Questa sera tutta la Francia ci guarda, se non proprio combattere, almeno affrontarci. Mi sembra che nessuno di noi dovrebbe dare un spettacolo che potrebbe, successivamente, far parlare di sé in termini sfavorevoli. Di fronte a papà, nostro padre, suggerisco di tirare in modo tale, che alla fine del combattimento, nessuno di noi possa affermare di aver messo una botta più dell’altro.”

Che Dio mi aiuti. Che cosa potevo fare?

Avrei potuto dirgli: “Mi dispiace, Nedo, ti schiaccerò, se posso, come ho fatto per dieci anni con chiunque è venuto davanti a me. Proprio perché tutta la Francia ci guarderà, voglio mettere bene in chiaro chi è il numero uno. E dal momento che si pensa che tu sia il migliore di tutti, voglio dimostrare – se non nel punteggio ufficiale di un match, come certamente avrei fatto sette anni fa, se tu avessi avuto il coraggio di incontrarmi per i Campionati Italiani, come avresti dovuto – che, anche senza una giuria, io sono migliore di te – oggi molto meglio di te. Spiacente, dovrai difenderti, e fare del tuo meglio, perché io farò la stessa cosa”.

Ma non ho detto questo.

Il nostro padre e maestro era lì, e non aveva aperto bocca. Avrei potuto avvelenare i suoi ultimi giorni? Aveva per il suo figlio maggiore un atteggiamento molto simile alla venerazione. Per lui, semplicemente non poteva fare nulla di sbagliato. Inoltre, Nedo, in tutta onestà lo sapevo bene, non poteva essere al suo meglio così a lungo. Lui aveva quarantadue anni, mentre io trentasei, nelle condizioni migliori. Se avevo tutto il diritto di distruggere uno schermitore, non importa quanto grande, non avevo alcun diritto di distruggere un idolo che sapevo non essere più quello che era stato.

Guardai lui, e poi nostro padre, e molto tranquillamente dissi: “Va bene.”

Gli occhi di Nedo balenarono in un modo che non dimenticherò mai.

Abbiamo poi discusso le azioni che avremmo eseguito per le ultime stoccate del combattimento (alla fine di ogni incontro accademico il direttore ferma il combattimento e chiede “l’ultima botta o la bella, signori, se non vi dispiace” – perché questo, a parte la sua richiesta di cambiare posto a metà del combattimento, è l’unica cosa che un direttore di questo tipo di match può e deve fare). Quando il direttore avrebbe richiesto “la bella”, avrei attaccato con un uno-due e coupé colpendolo rapidamente. L’avrei poi ringraziato per aver accusato la mia botta e, come si usa, glene avrei offerto un’altra. Lui allora mi avrebbe attaccato con una battuta e cavazione sulla linea esterna, che avrei dovuto parare con una quarta e contro, e sulla mia risposta di cavazione, mi avrebbe chiuso sulla linea esterna dal suo affondo [un’appuntata].

Quando ci siamo affrontati in pedana, la sera, solo per dargli una dimostrazione, dopo un suo primo colpo al braccio e ho accusato come fosse buono, ho toccato quattro volte di fila. Stando ben attento, però, che si arrivasse alla “bella” senza che nessuno di noi potesse rivendicare la superiorità di una botta. Poi, le ultime due stoccate sono state eseguite esattamente come previsto.

In una fotografia scattata al banchetto, quella sera, vedo Nedo rivolto al fotografo con un sorriso teatrale, e vicino, a un altro tavolo, vedo un ospite piuttosto giovane, la mano sinistra sostenere il mento, che guarda nella stessa direzione con aria tristemente annoiata. Sono io.

In fondo a questo articolo, se volete saperne di più, e anche sentire l’altra campana, potete leggere la trascrizione integrale di due articoli apparsi su La Stampa pochi giorni prima dell’evento: la “curiosità” tagliente di Aldo, e la risposta di Nedo.

Torniamo ora al video dell’incontro di Cannes. L’analisi delle stoccate sembra mostrare abbastanza chiaramente, ad occhi esperti, che l’accordo c’era. Nulla ci permette però di affermare con certezza, nel video, quali siano state le botte concordate. I due fratelli si riconoscono perché Aldo porta i calzoni neri. Si distinguono, del loro assalto accademico, cinque scene.

La prima, con Aldo Nadi a sinistra, inizia nel mezzo di un’azione in cui Nedo para in prima alta (Aldo nel suo trattato la chiama quinta) ma non riesce a rispondere. Subito dopo Aldo, che aveva sciolto la misura, riparte in attacco con un coupé che elude la stessa parata, e tocca.

Tornati in guardia, su nuovo attacco di Aldo, col pugno basso e braccio ben tirato indietro, Nedo va in quinta e poi para in seconda, sembra con difficoltà, sui gradi sbagliati (debole su forte) e risponde, e tocca.

Seconda scena, con Aldo di spalle. I due corpi, in prospettiva, quasi si sovrappongono, e l’azione si può solo intuire. In una prima fase c’è movimento, ma non stoccate, e infine Aldo attacca con impeto e tocca, con deciso movimento a stantuffo, molto poco classico, mentre Nedo tenta una serie di parate piuttosto ampie. Da notare i corpi molto profilati, e quello di Aldo, che lo è ancora di più quando abbassa il braccio non armato. Il movimento di gambe di Aldo appare più potente ma meno composto. Curioso, in entrambi, il modo di tornare talvolta in guardia, dopo la botta, lasciando ben in alto il braccio posteriore.

Terza scena, Aldo a destra. Su un attacco di finta dritta e cavazione di Aldo, Nedo esegue una contrazione sulla linea alta esterna. Fra tutte, questa sembra la botta più “artistica” e concordata.

Quarta scena, Aldo di spalle, fase di studio, niente da rilevare. Il presidente di giuria dice loro qualcosa, forse chiama la bella, l’ultima, ma non è chiaro.

Quinta scena, l’ultima, Aldo a sinistra. È quella in cui meglio si apprezza il movimento di gambe dei due atleti, la velocità, il cambio di ritmo. Ma non ci sono stoccate.

Nel complesso, ho molto apprezzato. E spero in altri preziosi ritrovamenti.

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Ecco ora gli articoli che hanno preceduto e seguito l’incontro.

La Stampa, 10/02/1935. Vigilia di un avvenimento schermistico

Aldo Nadi giudica il fratello, e dice di esser curioso…

Come abbiamo annunciato, domenica 17, a Cannes, si svolgerà una grande serata schermistica la cui maggior attrattiva sarà costituita dall’assalto di fioretto fra Nedo ed Aldo Nadi, i due fratelli campioni, che tanti trionfi hanno dato alla scherma italiana. Riteniamo di vivissimo interesse pubblicare questo articolo in cui Aldo Nadi dà le sue impressioni di vigilia sull’incontro che lo opporrà a Nedo.

 

Dell’assalto contro mio fratello Nedo io sono soprattutto curioso, molto curioso. Curioso di valutare le mie energie, la mia forza, il mio coraggio, curioso di sapere se c’è stato, nella mia carriera, un momento in cui potevo considerarmi più forte di ora. Quest’impressione, che io posso definire soltanto contro un uomo del valore di Nedo, mi rende piena d’interesse l’attesa, così come un fanciullo aspetta ansioso la vigilia di Natale: troverò un bel regalo — in senso morale e personale, beninteso — o andrò incontro a una delusione artistica? Non lo so. Ciò che è sicuro è che mio fratello si presenterà davanti a me nel pieno possesso dei suoi mezzi e che, in vista di Cannes, avrà fatto — conosco la sua serietà — un allenamento eccezionale. Io non so ancora se ne avrò il tempo e la possibilità, dato che ho da curare i miei allievi. La questione è quella di sapere se Nedo è oggi forte come un tempo. Non credo che la sua forza intrinseca abbia potuto diminuire. Egli avrà, d’altronde, il vantaggio di tirare contro di me in assalto e non in match, e dico questo perché tutti sanno come, per dare tutto quello che posso, io abbia bisogno di un combattimento ai punti, di una giuria. Mentre Nedo, al contrario, è particolarmente temibile quando si tratta di non sentir contare le stoccate.

Non credo che un vero match avrà mai luogo fra Nedo e me perché, a dispetto di certi vaghi attriti fra noi due (cose di qualche anno fa, che sono ormai un cattivo ricordo e delle quali bisogna fare uno sforzo per ricordarsi), a dispetto di tutto ciò, dicevo, ci amiamo troppo, Nedo ed io, nel fondo del cuore, perché uno dei due possa cercare di piegare l’altro con un risultato ufficiale; sia pure con uno scarto limitato, limitatissimo, ma sempre brutale.

Fare l’elogio di mio fratello mi pare superfluo, ma desidero mi sia per­messo di dir questo: Nedo Nadi è, dal punto di vista meccanico e tecnico, lo schermidore più completo che forse sia mai esistito. Se, in match, egli potesse “rendere” la sua forza reale, nessuno al mondo avrebbe mai potuto e potrebbe mai avvicinarlo. Disgraziatamente per lui e fortunatamente per i più che rari avversari della sua classe — forse due al mondo — il suo sistema nervoso l’ha tradito e lo tradisce spesso. Mi si dirà che questo succede ad ogni campione (a me per il primo!), ma in Nedo questa inferiorità — o, per meglio dire, questo “handicap” — assume talvolta delle proporzioni allarmanti. È allora, proprio allora che, nella maggioranza dei casi, parla la sua classe eccezionale, la quale, difendendo l’uomo che andrebbe nervosamente alla deriva, gli permette di vincere lo stesso, anche nel caso, cioè, in cui il combattente avrebbe dovuto perdere.

Questo, vale a dire il suo più grave atout contrario, non avrà certo da temerlo a Cannes contro di me, per­ché il nostro incontro sarà un semplice assalto.

Le nostre carriere sono sensibilmente eguali, salvo quella da dilettante di mio fratello, più vecchio di me di sei anni. Nel 1914 egli aveva già un record impressionante per la sua età, mentre il mio, a quell’epoca, non esisteva. Le prime competizioni nazionali e internazionali cominciarono per me nel 1919, dimodoché la mia carriera, in fondo, può riassumersi in otto o nove anni di battaglie (dopo l’interruzione, per man­canza d’avversari, dal 1928 al 1931, io ho vinto soltanto tre competizioni importanti, sempre per… mancanza di avversari), mentre quella di Nedo ha durato almeno una quindicina di anni effettivi, senza considerare la sua presenza in Argentina, ove rimase per oltre tre anni.

Per finire, ripeto che quest’incontro è per me d’un interesse unico. Il fatto d’avere sempre avuto una net­tissima superiorità su ogni avversario può significare ciò che, qualche volta, quando sento di essere molto presuntuoso, oso credere? Soltanto il mio assalto contro Nedo potrà rispondere a questa domanda. So anche una cosa: che se riuscissi a fare contro Nedo, a Cannes, un gioco praticamente eguale, potrei vantarmi di esser riuscito a compiere una prodezza che nessuno mai (parlo del Nedo di dopoguerra) è riuscito a fare contro di lui in assalto, perché è appunto in esibizione che egli può dare il massimo della sua forza. Ciò che io mi auguro è soprattutto che l’incontro raggiunga quel livello tecnico che il pubblico ha il diritto di esigere, sia insomma, di una chiara bellezza, in modo che lo stesso pubblico, al pari dell’uomo che finalmente è riuscito a organizzare quest’assalto a proprio rischio e pericolo — parlo del nostro grande e vecchio amico Jacques Pelissier du Besset, presidente d’onore del “Circolo di scherma di Cannes” — non restino delusi.

Senza dimenticare l’artefice primo a cui si debbono le nostre vittorie, il nostro creatore artistico, il nostro caro papà, al quale mi è grato inviare il mio pensiero riconoscente e devoto, io grido a te, mio caro Nedo, dieci anni dopo che non t’ho visto in faccia a me, sulla stessa pedana, maschera sul volto ed arma in mano, con tutto il mio affetto fraterno e devoto, il grido del nostro Grande Genio Italico: A noi!

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LA STAMPA – 17 febbraio 1935 – LAME D’ ITALIA NELLA FESTA D’ARMI DI CANNES

Il mio assalto con Aldo, di NEDO NADI

Qui ci vuole la prima persona. Se parlassi della serata di Cannes profumandomi di violetta e mettendo il mio assalto fra gli incontri accademici senza una parola di commento, sarei un cattivo giornalista e un pessimo sportivo per giunta ché un pizzico d’orgoglio, vivaddio, non ci sta male.

Aldo m’ha preceduto sul mio stesso giornale con la sua prosa tagliente e ha detto parecchie cose gentili di cui pubblicamente lo ringrazio anche se su tutte, proprio su tutte, non posso essere della sua precisa opinione. Il fatto è che l’annuncio di quest’assalto è capitato nei centri schermistici d’Italia e di Francia come una notizia sensazionale da cui le discussioni sono scaturite abbondanti: a che tende? come spettacolo sarà bello o sarà brutto? fanno bene i due fratelli ad incontrarsi o fanno male? E via di seguito, finché qualche furbissimo è riuscito perfino a chiedersi: ma faranno sul serio? C’è anche chi mi credeva morto, senza sapere che il giorno non lontanissimo del mio seppellimento sportivo, le esequie me le canterò da me.

Ma questa è un’altra faccenda. Per tirar diritto senza perder tempo, ho voglia di dir subito che l’in­contro, nato dall’intelligente fantasia d’un amico comune di Aldo e mio, d’un francese ammiratore entusiasta della scherma nostra, ha una storia che più semplice non potrebbe essere. Un giorno, Pelissier du Besset, Giacomo da Cannes, come Aldo lo chiama, s’è detto: A Nedo in Francia voglion piuttosto bene; sarebbe forse una cosa interessante rivederlo in un programma schermistico. Contro chi? Qual è l’uomo che in Francia…? Ciac, con un colpo sulla fronte. L’uomo c’è: Aldo. Detto fatto, parton due lettere, una per Parigi, l’altra per Roma. Manco a dirlo, le risposte furon due “sì”.

Forse ho deluso qualcuno che si aspettava rivelazioni sensazionali, ma non posso alterare i fatti per amore di romanticismo e tanto meno per dar esca alla pubblicità di cui non sono il servitore più fedele. Aldo ed io, grazie a un gesto veramente squisito degli organizzatori, saliremo domani sulla pedana uno dopo l’altro per accogliere in devota umiltà la breve lezione del nostro grande maestro, poi ci scambieremo quattro botte, come in tutti gli assalti accademici del mondo, passati, presenti e futuri. Saranno belle, saranno brutte, saranno più da una parte o più dall’altra, io non so; certo non lasceranno traccia, né avranno un seguito e neppure — come negli assalti d’un tempo — succederà che ognuno, preso a parte, magari sottovoce, si proclami vincitore. Per conto mio, domani sarà come oggi, dopodomani come domani. La scherma è però un’arte più esatta e più complessa di quanto non si creda ed è quindi probabile, per non dire sicuro, che dopo l’assalto ci sia uno dei due fratelli il quale, nel fondo, proprio nel fondo del suo essere, abbia una segreta e umanissima gioia. Ma mi pare d’esser certo che nessuno se ne accorgerà.

Tutti sanno che Aldo ed io avremmo potuto tirare a qualsiasi arma: perché tiriamo di fioretto? Così m’è stato chiesto, così ho accettato. Forse è meglio. Son dieci anni, dice Aldo, che non ci incontriamo sulla pedana, neppure per gioco. Non faccio il conto, anche perché so ch’è vero di certo. Che non tiriamo in competizione son quindici. Aldo è curioso, come avrete letto, di tante cose. Io, affrontando in accademia l’uomo che al fioretto è, fuor d’ogni dubbio, il più forte avversario che oggi mi si possa scegliere, interrogherò segretamente la coscienza per i sapere se la mia carriera sportiva è finita. Intanto non alzo la testa per la vanità d’un passato che, sia pure notevole, lascerà nel mondo la flebile traccia di tutte le gesta sportive, ma mi commuovo veramente al pensiero che la Francia — nostra gloriosa e tradizionale antagonista sulle pedane del mondo — accolga ed esalti con generosa passione gli schermidori italiani che furono e rimangono i suoi più accaniti avversari. Che la festa di Cannes voglia essere un po’ l’apoteosi della scherma nostra è tanto vero che anche alla sciabola gli organizzatori hanno voluto un assalto fra italiani, Marzi e Montano. Oltre a due incontri di spada fra francesi, uno dei quali ci darà la gioia di riveder Cattiau contro un giovane assetato di gloria come Barret, il programma comprende cinque altri matches internazionali, due di spada e tre di fioretto. Garagnani, il nostro mancino che vive a Parigi, incontrerà Daydier che, volere o no, può vantare il titolo di Campione di Francia; Minoli il quale doveva aver di fronte Barret, la sua vittima di Genova, pare invece che abbia per avversario quel Luigi Prat che avremmo visto volentieri a Sanremo e che si dice valga assai.

Al fioretto, Bocchino è contro Coutrot, fiorettista bellissimo, ma di scarso rendimento. Si sa quel che vale oggi Bocchino: per me il resultato a favore dell’italiano non è dubbio. Guaragna ha di fronte Bougnol, e son due mancini: se ce n’è uno che non si ritrova, costui è perduto. Sulla bilancia dei valori giudico più forte l’italiano del francese e anche nel complesso dei resultati, del resto, Guaragna prevale. Ma è un bell’incontro in ogni caso, nel quale le nostre probabilità, pur es­sendo maggiori, non escludono la sorpresa. Per ultimo, la rivincita Gardère-Di Rosa. Ho visto il primo incontro a Parigi, quando Di Rosa perse per un colpo solo, dopo un assalto menato ad andatura pazzesca.

Un Di Rosa in condizioni normali, anche a Parigi, anche contro il Campione di Francia, non avrebbe per­duto quel giorno. Un Di Rosa in condizioni normali potrebbe vincere pure a Cannes, ma che sta facendo il ragazzo? Anche a Sanremo tirò male, guidato più dall’istinto che dal cervello. Questo è il momento buono per rifarsi: che caccia grossa. Di Rosa, un campione di Francia! Tu puoi aver la mira buona, ma ci vogliono per questo i nervi a posto, i nervi soltanto. Il resto sappiamo che c’è.

Ho letto un giornale che parlava del Nadi che vincerà a Cannes. Nedo? Aldo? Né l’uno né l’altro, ignoto collega. Sarà un altro Nadi il vincitore: colui che si guarderà attorno e vedrà i suoi figlioli, e Marzi, e Montano, e Di Rosa… Tutto lavoro suo, sudor suo, vita sua. La fronte più rugosa è quella che merita l’alloro.

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LA NAZIONE – 19 febbraio 1935

Gli schermidori a Cannes. La parola a Nedo Nadi

Cannes, 18 notte. La serata di Cannes sarebbe stata perfetta, se si fosse fatta appena appena un po’ più di economia, voglio dire se gli incontri fossero stati meno numerosi. A noi importano quelli in cui erano impegnati i nostri, ma ci piace cominciare quasi dalla fine, per accennare al solo fatto che in campo italiano non può interessare: la vittoria di Cattiau su Barret per 10-3. La classe e lo stile contro l’improvvisazione e la prudenza. Sono buon amico di tutti e due, ma nessuno è più contento di me che la sia andata in tale modo. Quando un uomo malandato come Cattiau mette sei botte dritte al petto di un avversario del genere di Barret, vuol dire, se non altro, che l’arte della scherma serve a qualche cosa.

Chiudo la prefazione e levo il libercolo, scorrendolo rapidamente capitolo per capitolo. Non ho fatto mistero delle mie impressioni della vigilia e vi sono testimoni della bella baldanza con cui allora giurai su Boc­chino, vincitore di Coutrot. Bocchino ha vinto, ma il match non lo immaginavo davvero così. Coutrot, battutissimo all’inizio, anche se non travolto, ha avuto una reazione per me insospettata: le risorse anche qui dell­a classe e la conferma che per un fiorettista della forza di Bocchino ha da maturare con gli anni l’esperienza del combattente.

Garagnani ha fatto con Deydier il peggior incontro della sua carriera, senza neppure si possa dire che egli abbia avuto di fronte un campione di Francia degno del titolo. Nullo all’attacco, anche per avere usato un paio di scarpe del tutto inadatte alla pedana elettrificata, ha cercato intelligentemente il controtempo, ma il braccio pareva una calamita che at­traesse la punta avversaria. Il distacco preso da Deydier è troppo notevole per poter pensare ad un resultato normale.

Quanto a Di Rosa, sapete che questa volta l’ha sputata. Ha battuto un grande, campione di Francia, superandolo di due stoccate soltanto alla fine o riuscendo così a rompere un equilibrio che aveva messo in ansia la sala. Non faccio di certo fatica a lodare Di Rosa per la sua vittoria, ma come sono stato giustamente molto severo con lui in questi ultimi tempi, debbo subito aggiungere che fra il Di Rosa di ieri sera ed il Di Rosa di Sanremo, c’è la stessa differenza che passa fra un grammofono ed un’orchestra. Tutto quel che c’era di meccanico è sparito ieri sera per armonizzarsi nell’estro ragionato, segno che il ragazzo si è ripreso, come difficilmente sanno fare i giovani, anche se la stanchezza, più nervosa che fisica, così ostinata e così sottolineata, aveva dato luogo a qualche commento non favorevole. Notate che Gardère ha disputato anch’egli un combattimento magnifico, persino più convincente di quello che sostenne, battendolo per una botta, a Parigi, contro lo stesso avversario.

Nella famiglia dei Prat c’è ancora confusione e bisogna rinunziare ormai a cercare la chiarezza. Minoli si è ritrovato di fronte a Luigi Prat, che è poi il più anziano, notissimo in Italia ove, se proprio non ho perduto la memoria in questi due giorni, fu recentemente battuto da Agostoni con facilità irrisoria. Minoli, quindi, poteva ben sperare di vincere ed invece gli è andata male, quantunque il distacco non sia grave e la battaglia sia rimasta indecisa fino alla fine, quando un attacco al petto del francese, nettissimo, ha risolto la situazione.

Se ieri notte, mentre le sensazioni sportive vegliavano ancora, mi fosse stato chiesto chi, fra gli schermidori che hanno disputato i matches, io avessi ritenuto più meritevole di essere segnalato, non avrei esitato a fare due nomi. Bougnol e Di Rosa, intendendo di nominarli con un ordine che non risponde a sentimenti di cavalleria, né ad una graduatoria precisa e, come nei poeti del ’900, con il rapporto fra intensità e durata degli applausi metaforici o reali.

Bougnol aveva un avversario: Guaragna, un nome sonoro, portato da uno schermidore che non l’ha davvero stroncato. Forse ho detto bene alla vigilia: fra due mancini se uno non si ritrova, costui è perduto. E Guaragna che, pur conoscendo Bougnol ed avendolo più volte superato, ieri sera si è smarrito di fronte al lavoro di astuzia e finezza dell’avversario. Bougnol è riuscito sì a toccare una volta o due con quelle stupende botte dritte che sono proprio la specialità di Guaragna, ma il meglio del suo giuoco è consistito nella rimessa, così immediata da poterla quasi considerare come un prolungamento del colpo.

Guaragna non è, bene inteso, rimasto passivo. Ha sparato da lontano, come sempre. Ha toccato anche con bella chiarezza. Ma, nel complesso, a mio modo di vedere, più che subire il giuoco, è rimasto stordito da un complesso di cause non del tutto afferrabili nell’insieme della critica. Senza escludere neppure che la causa di maggior peso è la fioritura completa di quel delicato bocciuolo che in Bougnol avevano sempre intravveduto.

Non si è parlato mai, nell’incontro di Cannes, di Italia contro Francia, né se ne poteva parlare. E neppure l’atmosfera di cui avrete avuto notizia, era d’altronde la più indicata per poter pensare ad altro che non fosse Italia e Francia. L’Italia è rimasta sola con un assalto accademico di sciabola fra Marzi e Montano. Bello come un assalto fra due sciabolatori italiani, che sono per giunta due autentici campioni. È rimasta sola nella dimostrazione di devota umiltà offerta da altri due campioni di fronte al loro amato padre o maestro e nell’assalto che ha già fatto scorrere, se non un fiume, almeno un rigagnolo di inchiostro.

Di questo assalto aspettavate che vi parlassi? E come? E quando? E perché? Se mai posso girare la posizione.  Concedetemi altre ventiquattro ore di permesso. Potrò allora dimenticare di essere un giornalista o sotto il primaverile sole di Cannes, in una mattina che è tutto un azzurro di sogno, posso anche io figurarmi di essere un romantico e trovarmi con la penna in mano davanti a un album personalissimo. Nella pagina bianca del 17 febbraio, se avessi dunque la certezza che nessuno mi potesse mai leggere, scriverei: “Due gioie ho in questo momento nel cuore: la conferma che la mia carriera non è finita, e la certezza che Aldo, il giorno non lontano del mio fatale declino, saprà continuare e migliorare la tradizione non in­gloriosa di una famiglia e di una scuola. Quando il mio affetto fraterno placava la mia vanità di combattente, Aldo me lo figuravo così.

 

 

 

 

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