Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Il tempo schermistico..?

Come certo saprete, il Regolamento Tecnico della Fie ci dà, proprio all’inizio, una definizione del “tempo schermistico”, che è “la durata d’esecuzione di un’azione semplice”. Una definizione, come cercherò di dimostrare, che non ha più ragion d’essere, se mai l’ha avuta; e che non fa distinzione fra spada, sciabola e fioretto.

La Fie, com’è noto, nacque ufficialmente sabato 29 novembre 1913. Si potrebbe discutere a lungo sulle scuole e sulla politica del tempo, che certo hanno influito sui primi regolamenti. È un dato di fatto, però, che la scherma di quei tempi era ancora fortemente legata alla sua origine, la scherma per il duello. Anche nelle armi accademiche, il fioretto (cioè la spada da sala, contrapposta a quella da terreno) e la sciabola (solo da sala, perché quella da terreno non ebbe il sostegno necessario per affermarsi), la logica che sottostava ai primi regolamenti era fortemente condizionata dalla scherma “vera”, quella da farsi sul terreno.

In uno scontro vero, in un duello, il colpo da evitare era quello cosiddetto “delle due vedove”, che oggi chiamiamo colpo doppio. Questo richiedeva una certa prudenza nell’iniziare un’azione offensiva, e la necessità di evitare di essere colpiti: da qui l’obbligo, nella scherma da sala, di deviare l’arma in linea dell’avversario prima di colpirlo, sia con una battuta efficace, sia con una risposta immediata, dopo una parata col ferro. Azioni più difficili, ma molto efficaci se utilizzate con perizia, erano poi quelle che oggi chiamiamo, in Italia, “uscite in tempo”, sinonimo, per noi italiani, di controffese. Buona parte di queste azioni (contrazioni, colpi con schivate: quattro delle classiche uscite in tempo) si eseguivano insieme alla fase finale di un’azione offensiva. Se non riuscivano, causavano il colpo doppio, ma la “colpa” era giustamente attribuita a chi aveva mal eseguito o concepito l’uscita in tempo, e la “ragione”, e quindi il punto, se il colpo arrivava sul bersaglio valido, andava a favore di chi aveva eseguito l’azione offensiva corretta.

Il problema, nel creare un regolamento sportivo secondo questa logica, era quello di stabilire il modo di attribuire la ragione e il torto nelle altre uscite in tempo: quelle in cui l’azione controffensiva precedeva l’azione offensiva dell’altro, che però era partita per prima. Si pensava, non a torto, che sul terreno, in un duello vero, un colpo arrivato prima avrebbe fermato, togliendole slancio, l’azione dell’avversario.

Sì, ma quanto prima?

Nella spada da terreno, il problema fu risolto empiricamente, dopo alcuni tentativi, stabilendo il tempo attuale di circa un ventesimo di secondo (da 40 a 50 millesimi di secondo).

Nel fioretto e nella sciabola si lasciò il giudizio all’apprezzamento di un arbitro, che avrebbe dovuto valutare questo tempo con la sua sensibilità ed esperienza, e non si fissò un tempo cronometrico, come per la spada. In qualche modo, però, era necessario fissare sulla carta questo sfuggente e artificioso concetto: converrete che una punta che buca effettivamente la carne, o solo la pelle, ha un effetto ben diverso sui diversi bersagli. E se sul terreno il dolore, in molti casi, poteva avere l’effetto di arrestare l’azione, sulla pedana questo non succedeva, e non succede.

Si inventò, quindi, o meglio si prese di peso e si trasferì nel regolamento un concetto ideato per la didattica, quello del famigerato “tempo schermistico”.

Nella didattica si usa dividere l’azione in tempi, che sono determinati dai movimenti. Quelli del braccio devono essere coordinati con quelli delle gambe. Un’azione eseguita col passo avanti e affondo viene scomposta in tre momenti, o tempi: uno per il movimento del piede anteriore, uno per il piede posteriore, il terzo per l’affondo. E se l’azione viene eseguita col solo affondo, il numero dei “tempi” sarà dato dai movimenti del braccio necessari: ad esempio una battuta, una finta di cavazione e cavazione (che per la scuola italiana è un colpo) è considerata un’azione in tre tempi, e dallo studio di questi tempi, di questa scomposizione del movimento, nasce lo studio delle contrarie applicabili. È questo un artificio utile per la didattica, ma non corrisponde perfettamente alla realtà delle cose.

La scomposizione delle azioni in tempi collegati al movimento delle gambe non presentava particolari problemi, che invece si evidenziarono quando si pensò di collegare i “tempi” alle cosiddette “azioni semplici”.

Per la teoria della scuola italiana un’azione offensiva è semplice se non elude parata. Può quindi comprendere più di un movimento, come ad esempio una battuta e botta dritta.

Per la teoria della scuola francese, che allora prevalse, l’azione è invece definita semplice se “eseguita in un solo movimento”. Ad esempio è semplice una cavazione, che pure è un movimento abbastanza complesso, in cui la punta gira intorno alla mano o alla lama dell’avversario. Ed è semplice anche un coupé: quest’ultima azione, com’è noto, comporta un movimento della lama prima all’indietro, per farla passare davanti alla punta dell’avversario, e poi di nuovo in avanti, per portare il colpo. Si confuse, probabilmente, il concetto di semplicità con quello di rapidità di esecuzione.

Adottando, quindi, la definizione francese, e stabilendo, come è ancora scritto, che il tempo schermistico è la durata di un’azione semplice, si sorvolò su un altro fattore fondamentale: la velocità di esecuzione non è unica, ma diversa per ogni schermidore, e quindi anche per i due che in quel momento si affrontano sulla pedana.

Poi arrivò l’apparecchio elettrico: che per un verso ha risolto il problema dello stabilire la materialità del colpo, ma per l’altro ha portato ad una minore – molto minore – linearità delle stoccate. Scarsa linearità significa braccio più o meno piegato, e progressiva crescente difficoltà a stabilire l’inizio effettivo di un’azione di attacco che, per regolamento, dovrebbe essere considerato tale solo quando il braccio è completamente disteso: la più disattesa delle norme.

Ma torniamo al “tempo schermistico”, e prendiamo in considerazione alcuni esempi pratici.

Immaginate un’azione di finta dritta e cavazione, contro un avversario che è sull’invito di terza, e si prevede che parerà quarta. L’azione è in due tempi, e la teoria ci dice che sul primo tempo, cioè mentre l’attaccante esegue la finta dritta, è possibile precederlo con un arresto al petto, e opposizione in fuori: la cavazione arriverà dopo, in ritardo di un tempo, e sarà bloccata dall’opposizione esterna. Se dovesse arrivare comunque sul bersaglio, Masaniello Parise rimprovererebbe l’allievo per la cattiva esecuzione, ma un arbitro attento dovrebbe comunque dar ragione all’arresto, perché è tirato con un “tempo schermistico” di vantaggio.

Ora immaginate che l’attaccante preveda, a torto, una parata di quarta e poi una di terza, e attacchi con una doppia finta: finta dritta, finta di cavazione e cavazione, per finire al bersaglio interno, quello di partenza. Il suo avversario, che ha capito tutto, decide di arrestarlo, e lo fa in primo tempo, quindi con due tempi di vantaggio. Il colpo dell’attaccante, in ritardo di due tempi, arriva comunque sul bersaglio. Pensate che l’arbitro gli dia torto, se si accendono entrambe le luci?

Il tempo schermistico, così come è stato concepito più di un secolo fa dagli estensori dei primi regolamenti, è quindi ormai una fantasia priva di applicazione concreta. Non per nulla il tempo del doppio, nel fioretto, che prima era di un secondo e mezzo, fino a due secondi, ora è fissato a un terzo di secondo circa, e nella sciabola ancora meno.

Nella pratica quotidiana vediamo quindi l’arbitro dare sempre ragione all’attaccante, se si accendono le due luci; e i maestri, quelli che pensano che sia giusto attenersi alle regole scritte, protestare e prendersela con gli arbitri. E questo è solo un esempio, fra i tanti possibili, della differenza fra le regole scritte e quelle applicate. Non sarebbe meglio modificare il regolamento, e fare in modo che questa differenza scompaia?

di Giancarlo Toràn

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