Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

La scherma: sport di élite o sport di nicchia?

Eccomi pronto per eseguire un doppio salto mortale con avvitamento, e senza rete. Ovvero, parlare di forma, in un tempo in cui il vecchio detto, “la forma è sostanza”, pare roba da rigattiere. Oggi va bene stupire, costi quel che costi, per avere più “followers” – “seguaci” pare che non lo capirebbe più nessuno – ed essere qualcuno sul Web, con quel che segue.

Qui però parlo di scherma, lo sport che ho praticato e che ha segnato la mia vita: uno sport che era considerato “di élite”, ma che per motivi economici non avrei potuto praticare, perché di quella ipotetica élite non facevo parte. Ancora oggi mi chiedo per quale insolito concorso di circostanze sono riuscito a inserirmi in un mondo che non mi apparteneva. Eppure, ne sentivo il fascino: uno sport di combattimento, depurato dalle caratteristiche più violente, ma carico di storia e di storie appassionanti. Senza contare gli aspetti tecnici e cognitivi che mi intrigavano e tuttora mi appassionano.

E poi, la forma, e i formalismi: quella divisa bianca che tutti dovevamo indossare, il saluto, la stretta di mano finale, le stoccate che una volta era doveroso accusare, il rispetto dovuto agli arbitri, che potevano sbagliare, e allora sbagliavano di più, quando l’apparecchio elettrico non c’era. Lo spirito cavalleresco, i richiami frequenti alla lealtà, al senso dell’onore, al rispetto dell’avversario… è vero, già allora, quando iniziavo io, le eccezioni erano frequenti, troppo frequenti, ma il concetto era ben chiaro. Poi lo studio della storia, delle origini, mi ha svelato episodi eroici o indegni in egual misura, ma il concetto resisteva. La spada era e restava un simbolo di tante cose buone, la giustizia, la cavalleria, l’autodisciplina.

Vera o non vera, questa era – forse ancora un poco lo è – l’immagine della scherma in un mondo che non la conosce, se non da lontano. Uno sport di pochi, che ne conoscono il fascino perché la praticano, e sempre in bilico perché minacciata da sport emergenti e con più ampio seguito: chi organizza le Olimpiadi, che sono divenute un imponente affare economico, bada ai numeri piuttosto che ai ricordi e ai sentimenti.

I numeri, appunto. Quelli della scherma sono spesso al limite, anche se molto è stato fatto, in campo internazionale, pagando però un prezzo salato: per andare incontro al pubblico, o a quello che i dirigenti credevano che fosse il desiderio del pubblico, si è impoverita la parte tecnica, credendo di favorire lo spettacolo. Sorvolo su tempi di impatto, maschere con visiera trasparente e altri brutti ricordi che tengo per me. Semplificare le regole, per favorire l’aumento del numero delle federazioni, a scapito di quelle più forti, ha avuto il suo effetto positivo, ma anche quello negativo: regole spesso arbitrarie e non scritte, o contrarie a quelle scritte, e divaricazione sempre più ampia fra la scherma originaria e quella sportiva. Ma questo è un argomento su cui in tanti hanno già ampiamente e inutilmente detto e scritto, e non è qui il caso di insistere.

Il tema di questo scritto è un altro, e riguarda gli aspetti formali, che oggi potremmo definire di immagine.

Un’immagine, ci è stato detto più volte, che la scherma ancora possiede (per quanto tempo ancora?) ma che non sa comunicare con efficacia: che dipende in modo importante, direi essenziale, dalla componente emotiva, dalla fantasia, dalla forma, appunto.

Il Covid, in questi anni pesanti, ci ha privato ad esempio della stretta di mano finale, e mi sembra già un brutto colpo. La divisa bianca, simbolo forse della purezza del cavaliere – i più giovani scrolleranno le spalle, e si metteranno anche a ridere – non è più necessariamente bianca, né il saluto all’avversario e agli astanti viene reso con l’attenzione e la forma dovuta: e non ci si rende conto di quanto questa approssimazione, o questa sciatteria, danneggino l’immagine di cui si diceva prima.

La mia esperienza di questi ultimi anni con gli atleti non vedenti ha rafforzato la mia opinione, e credo che anche altri se ne rendano bene conto: una disciplina che vuole affermarsi ed essere apprezzata deve porre tanta attenzione agli aspetti formali, ai dettagli, a quanto genera emozione e partecipazione nel pubblico.

La scherma storica, cresciuta in due decenni in modo esponenziale, promuove e mantiene in vita tanti aspetti culturali che suscitano entusiasmo e altre belle emozioni in grandi e piccini.

Vedere nella scherma solo un medaglificio, che funziona grazie ai Corpi militari (ma è sempre Pantalone che paga) è secondo me un grave segno di miopia.

La scherma ha più di prima bisogno di buona immagine, perché i numeri sono bassi, e i risultati iniziano a calare. Poi, o prima, c’è il bisogno di educazione e autodisciplina, che in una sala di scherma si può e si deve imparare. Purtroppo i tempi e la vista corta di chi dovrebbe averla lunga tendono, spero involontariamente, a trasformare anche i maestri di scherma in bottegai, che devono essere attenti, in mancanza di una sana politica di sostegno, più a far quadrare i conti che a onorare l’impegno primario, che dovrebbe essere quello di educatori: al bello, a una disciplina, alla storia, alla nobiltà dei rapporti umani, e allo sport correttamente inteso.

Non ci sono solo le medaglie.

 

Articolo di Giancarlo Toràn

La foto di copertina, con Aldo (a sinistra) e Nedo Nadi, nel 1922, proviene dall’archivio di Nedo Nadi, Museo dell’Agorà della Scherma della Pro Patria di Busto Arsizio. 

Nella foto all’interno dell’articolo, Giancarlo Toràn stringe la mano al piccolo Alessandro Ferrazzano, dopo la lezione.

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