La Frase Schermistica, Ospiti

Lo sportivo di alto livello tra paura, morte e gioco

Articolo di Pascal Aubrit, 26 luglio 2021
tradotto da Riccardo Rizzante, 09 agosto 2021
articolo originale:  Le sportif de haut niveau entre la peur, la mort et le jeu – Pascal Aubrit (pascal-aubrit.fr)

Romain Cannone, tiratore, vincitore

Domenica 25 luglio 2021 Romain Cannone si laurea campione olimpico di spada maschile individuale ai giochi di Tokio. Di fronte al mio televisore, osservo questo ragazzo nel mezzo della finale: calmo, composto; anche durante l’ultimo minuto di pausa, quando è ad una stoccata dal titolo olimpico, il non plus ultra, il Graal per uno sportivo amatore. Sono sbalordito di non percepire alcun segno di ansia, eccitazione, mentre all’altro lato della pedana il suo avversario si agita, ben conscio che rimontare un tale scarto di punteggio, nella spada, ha del fantascientifico. Alla ripresa, Cannone tenta subito di porre fine all’incontro in modo prematuro, attaccando “alla ussara”, venendo tosto punito dall’avversario. È il solo timore che si può avere in questo tipo di situazioni: che il tiratore cerchi di chiudere, piuttosto che portare adeguatamente una stoccata. Che nella propria mente oramai ci sia solamente la voglia di chiudere la sfida il più velocemente possibile piuttosto che cercare di costruire il proprio gioco come si fosse ancora 0-0. Ma a seguito di questo tentativo, Cannone riprende in mano l’incontro, prepara la sua stoccata con calma e termina l’assalto. L’avversario è piegato 15-10.
Ad alcune stoccate dalla fine, Nathanaël De Rincquesen, il quale commenta l’assalto per France TV insieme a Brice Guyart, a sua volta campione olimpico nel fioretto individuale ai giochi di Atene 2004, domanda proprio a quest’ultimo se Romain Cannone si renda conto di ciò che sta vivendo. Risposta netta e puntuale di Guyart: molto poco probabile. E soprattutto, è essenziale non lo faccia prima di aver messo a segno l’ultima stoccata. Ma come si può giungere ad una tale situazione? Come si può essere allo stesso tempo concentrati su un obbiettivo, obliando allo stesso tempo tutto ciò che ci circonda per non essere presi dall’ansia di perdere la posta in gioco? Anzitutto, Romain Cannone non avrebbe nemmeno dovuto tirare a questi Giochi Olimpici, essendo una riserva, ma allo stesso tempo ciò ha giovato non poco alla sua stessa serenità. Ma quanto è normale una tale capacità di concentrarsi solo sul momento in essere?

 

Dissociazione, distacco, rifiuto: gli indicatori psicotici

Di primo acchito, si potrebbe dire che la capacità di alcuni sportivi di livello elevato di giungere a vivere l’idea che la posta in giochi non li tocchi minimamente, è una forma di comportamento autistico o psicotico. Infatti, la disposizione psicologica di sapersi distaccare a tal punto da una situazione nella sua interezza chiama in causa il rifiuto, il distacco, la dissociazione, che sono sempre indicate in grassetto in qualsivoglia nosografia delle psicosi. Eppure, quando si ascolta Romain Cannone durante un’intervista, non vi è bisogno di essere psichiatri per rendersi conto che questo ragazzo sembra tutto tranne che nevrotico. In questo estratto, ci racconta tra l’altro assai chiaramente come non sia riuscito a dormire la notte seguente la sua prestazione, ancora troppo carico dell’adrenalina accumulata in gara. Detto in altri termini, non era assolutamente preda di ansia o paura durante lo svolgimento della gara, poiché era riuscito a rimandare al dopo tali sensazioni. Se Cannone avesse affermato di essere riuscito a dormire come un neonato dopo il suo titolo olimpico, ci si sarebbe potuti legittimamente porre qualche interrogativo sulla sua effettiva sanità mentale. Eccoci rassicurati, anche se probabilmente non siamo mai stati veramente in ansia.
Si potrebbe affiancare questo processo mentale a quello ben conosciuto da tutte quelle figure addestrate per intervenire in situazioni di emergenza, come il GIGN (gruppi anti terrorismo francesi, NdT) o altre realtà militari e paramilitari. Durante un intervento in caso di sequestro di ostaggi, avere coscienza della situazione nella sua interezza non serve a nulla, anzi al contrario, rischia di paralizzare l’individuo o di farlo crollare sotto un’ansia insormontabile. Soffermarsi sulla caducità della vita, o sull’etica della guerra mentre si è sotto il fuoco nemico è estremamente pericoloso. Vi è la necessità assoluta di non rendersi completamente conto delle cose se non alla fine. Nel mentre, l’individuo deve essere assolutamente concentrato sull’obiettivo, sulla procedura. In qualche modo agire come con una sorta di pilota automatico inserito, lasciandosi alle spalle tutte le fisime esistenzialiste.
Lo sportivo di alto livello funziona in buona parte su questo modello. Ad esempio, si crea numerosi automatismi così da far agire il proprio corpo svincolandolo dal pensiero attivo, liberando in tal modo la coscienza per poterla dedicare a scopi tattici e strategici.
Certamente vi è una grande differenza tra un incontro sportivo ed una situazione bellica; Romain Cannone ce l’ha ricordato una volta allontanatosi dalla pedana con una semplicità tale da farci sperare che possa ispirare molti: si tratta di gioco e di piacere, [nel senso più nobile di ludus, “giuoco” – NdT].

L’odio aleggia persino sulla scacchiera

Ho magnificato innumerevoli volte, soprattutto ne “Le Bruit des lames” (libro dell’autore di questo articolo, “Il tintinnare delle lame”; NdT), il simbolismo del nostro sport e la capacità degli atleti che gareggiano di trasmettere sensazioni fittizie: fingere di uccidere, fingere di morire, fingere di odiare il proprio avversario durante l’assalto. Ciò non ha impedito però di pormi domande ad esempio quando, lontano dall’universo degli sport da combattimento, si scopre che dei giocatori di scacchi possono provare gli stessi sentimenti e manifestare le stesse reazioni di un pugile o di uno schermitore. In un’intervista relativa la serie televisiva “The Queen’s gambit” (“La Regina degli scacchi” in Italia), Vladislav Tkachiev, giocatore veterano di massimo livello mondiale, ci parla dello sguardo torvo che Magnus Carlsen, attuale campione del mondo, gli lancia ogniqualvolta lo stesso Tkachiev riesce a batterlo. Allo stesso modo cita Kasparov, capace di fissarvi manco fosse un maniaco incrociato in un vicolo scuro alle due di mattina. L’intervista – appassionante – dura circa due ore, ma il momento che ci interessa non occupa che una manciata di minuti e comincia precisamente a 34’38. Vi invito ad ascoltare tali edificanti parole, con tanto di accento russo, di questo grande maestro internazionale, dalla cultura tagliente quanto l’umorismo. Una volta di più, ci si può domandare come dei tipi che paiono accomodanti ed affascinanti possano trasformarsi in sociopatici per la durata di una partita. E tanto per ribadire, Tkachiev ci confida, quasi fosse una confessione, come la sua empatia nei confronti degli altri sia senza alcun dubbio la ragione per la quale non sia mai stato il migliore in assoluto.

Un amico schermitore mi ha a suo tempo confidato un aneddoto simile : la volta che fu il solo a vincere un incontro col campione U15 di quell’anno, quest’ultimo – togliendosi la maschera – lo fulminò con lo sguardo tanto da fargli paura. Questo mio amico non era il tipo da provar terrore in pedana, e ancor meno di ammetterlo. Ciò dovrebbe darci una buona idea dell’intensità dello sguardo in questione.

La sublimazione, facile alibi

Per difendere gli sportivi, ho più volte sollevato l’argomento della sublimazione: lo sport agonistico in generale fa parte di quelle attività umane che hanno per scopo la sublimazione delle nostre pulsioni o, detto in altro modo, permettere ai nostri istinti meno cortesi di trovare spazio all’interno di un ring, un gioco, un’attività artistica e così trasfigurarli. Tutto molto bello, ma probabilmente ingenuo. La strumentalizzazione degli sport agonistici da parte degli Stati Nazionali, specificatamente, li avvicina talvolta più ad un’attività paramilitare con scopi geopolitici che ad un’espressione artistica. Basti pensare alla partita di scacchi tra Fischer e Spassky in piena guerra fredda, giusto per essere in tema con quanto trattato nel paragrafo precedente, per trovarvi elementi che ci spiegano perché vi siano così tanti “assassini” nello sport di alto livello.
Però, se vi si identificano così tanti “killer”, si trovano altrettanti “winner” (ho sviluppato tale distinzione introdotta da Claire Carrier in questo articolo), come pare essere appunto Romain Cannone: tutti quegli atleti che giocano, che si divertono, e non lo fanno solamente quando sconfiggono l’avversario. Certamente ve ne sono anche negli scacchi, così come in tutte le discipline. Sono certamente meno numerosi, ma quando vengono alla luce della ribalta, ci mostrano qualcosa di ben più maturo della semplice rabbia distruttrice, dell’odio o del piacere guadagnato a spese di qualcun altro.
Vi è con loro un legame, una relazione.

 

NOTA DEL TRADUTTORE

Conscio della differenza nella costruzione della perifrasi francese rispetto a quella italiana (anche nella consecutio temporum), ho scientemente variato ed adattato frasi e passaggi secondo il gusto semantico italiano, pur tentando di mantenere quell’approccio e quella sapidità della frase più di inclinazione francofona che italofona, ove possibile e cercando di non tradire lo stile e l’approccio dell’autore originale, ovviamente differente dal mio.
Ho adattato i collegamenti ipertestuali alle loro versioni italiane ovunque ciò fosse possibile, mantenendo d’altro canto i riferimenti francofoni in mancanza di una loro versione italiana.

Riccardo Rizzante
San Donà di Piave, li 09/agosto/2021

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