Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Marisa Cerani, una pioniera

Marisa Cerani, quanti di voi la ricordano? L’ho conosciuta quando era sul finire della sua lunga carriera, e non avevo, a quei tempi, né molte occasioni per frequentarla, né curiosità per le sue vicende, e ora me ne dolgo. Per molti versi è stata una pioniera, e si inserisce a pieno titolo fra le persone importanti della storia della scherma sportiva italiana. Merita di essere celebrata, e perciò oggi, 11 dicembre, nel giorno della sua scomparsa, le dedico questa ricerca, e quella  che seguirà a breve, pubblicata a cura dell’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli: sarà più corposa e completa, con tanti documenti interessanti e inediti.

Era nota a tutti come Marisa, ma il suo nome era Maria Luisa, o Maria Luigia, come vedremo, ed era figlia d’arte: il papà, Carlo Alessandro Cerani, era maestro di scherma, e sappiamo che ha insegnato presso la società schermistica Comense dal 1910 al 1918. Il 2 settembre 1905 sposò a Mortara, in provincia di Pavia, Maria Pierina Durio, Piera, che era nata il 24 giugno del 1882. Non sappiamo quando nacque Carlo, ma secondo logica, e guardando le foto, doveva avere qualche anno in più della moglie. Marisa venne alla luce poco prima del Natale del 1908, lunedì 21 dicembre: l’età della Cerani, vi anticipo, è stato uno dei misteri più difficili da svelare, per chi la conosceva, mentre era in vita.

Il Maestro Carlo Cerani, in una foto dall’album della figlia Marisa.

Poco o nulla sappiamo dei primi anni, e del suo avviamento alla scherma. Possiamo supporre che abbia iniziato col padre, alla Comense. Un ritaglio di giornale senza data (come purtroppo quasi tutti) dall’album oggi conservato da Sara Pozzo, un’allieva che le fu molto vicina sino alla fine, ci informa della sua vittoria – siamo nel mese di giugno del 1926 – nel torneo sociale del Circolo delle Armi di Milano, che era al secondo anno di attività, in via Vivaio 10. Fu premiata dal direttore del Circolo, capitano Alfredo Banfi, mentre come suo maestro figura il papà, che premiò la seconda classificata, la signorina E. Galletti. Probabilmente nella stessa occasione si tenne l’accademia schermistica, presenti personaggi di spicco della scherma e della politica, fra cui l’on. Lando Ferretti. Molto applaudito fu l’assalto accademico di Marisa Cerani con il signor Emilio Lambrugo, di Como. Poco dopo, nel 1928, la troviamo nella sezione scherma femminile della nuova società del Gruppo Aviatori Fascisti Emilio Pensuti, insieme alla Galletti, di cui apprendiamo che si chiamava Ercolina. È probabile che proprio in quel periodo il papà Alessandro si fosse ammalato, per morire non molto dopo.

Una pagina dell’album della Cerani, con i primi ritagli, ahimé senza data.

Si era da poco disputato a Treviso, il 7 giugno 1928, il primo campionato italiano di scherma femminile. Di fioretto, naturalmente, perché le donne ancora non avevano conquistato il diritto di cimentarsi con spada e sciabola. Avrebbero dovuto attendere ancora parecchio, e le donne italiane, come vedremo, furono a lungo tenute fuori anche dalle Olimpiadi. La Cerani vinse quel primo titolo, davanti alla sua amica e rivale Germana Schwaiger, un’altra brillante fiorettista, di cui sta per essere pubblicata la storia, in un libro a lei dedicato da Antonella Stelitano.

 

Ne vincerà un altro, nel 1933, a Ferrara, dopo quattro anni di dominio della Schwaiger, che rivinse l’anno successivo, e nel ’33 era assente. Sulla rivista Armi, di Giorgio Rastelli, troviamo un commento alla gara, con la descrizione delle qualità tecniche della Cerani, e la rivelazione del nome del suo nuovo maestro:

“… Il torneo è stato vinto dalla Cerani quasi senza fatica. La neo-campionessa si è presentata otti­mamente preparata, e sicura di sé, ha disposto delle avversarie come ha voluto. Una sola sconfitta è venuta ad interrompere la serie delle sue vittorie, precisamente nell’incontro con l’Anita Schwaiger [sorella di Germana]. Ma la somma dei risultati ha pre­miato quella che era la più forte. Marisa Cerani, che troviamo grandemente migliorata, possiede oggi un pugno bene educato e potente quale di rado si riscontra fra le fiorettiste. Il suo attacco, quando condotto col solo allungo, rivela la scuola Guaragna fatta di decisione e di scatto. In complesso la nostra giovane tiratrice è della forza delle migliori avversarie estere, e può competere con ognuna; una mag­giore pratica di torneo accrescerà le sue possibilità ed il suo rendi­mento.”

Marisa partecipò con buoni risultati a cinque edizioni dei campionati d’Europa, che allora, e fino al 1937, erano i veri campionati del mondo. Individualmente fu nona a Napoli nel 1929, quinta l’anno dopo a Liegi, settima nel 1931 a Vienna e ottava a Budapest nel 1933. Fu eliminata in semifinale nel 1934 a Varsavia, dove però conquistò il suo miglior risultato internazionale, col secondo posto a squadre, insieme alla sorella della Schwaiger, Anita, alla Biagini e alla Meneghelli. Questa medaglia d’argento è un altro importante record della Cerani, perché è la prima medaglia del fioretto femminile italiano a squadre in una competizione internazionale. Germana Schwaiger l’aveva preceduta a Liegi, ma con una medaglia individuale, anche quella d’argento.

Fra i due titoli italiani, la delusione delle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1932. Il 30 gennaio – la lettera originale è nell’archivio Nadi, nel Museo dell’Agorà – in risposta ad una sgradita comunicazione, scrive:

“Egregio Signor Nadi, dalla pregiata Sua in data 25 corrente, ho appreso le disposizioni prese dalla superiore Gerarchia, circa la partecipazione femminile alla gara di fioretto a Los Angeles. Ella può comprendere tutto il mio profondo rincrescimento per tale decisione. Dovevo da qualche tempo iniziare in sala di scherma una preparazione che mi rendesse degna di ben figurare alla grande competizione e mi ero dedicata con grande entusiasmo e passione. La ringrazio egualmente e sarò lietissima di poterla presto rivedere. Accolga, l’espressione sincera della mia profonda devozione,

Aff.ma Marisa Cerani”

La lettera scritta da Marisa Cerani a Nedo Nadi. L’originale è nel Museo dell’Agorà della Scherma

Quasi un anno dopo, smaltita la delusione, la troviamo più determinata e combattiva che mai. Giorgio Rastelli la invita a scrivere un “pezzo” per la sua rivista “Armi”, e lei non si tira indietro:

“… Quando una fanciulla sale sulla pedana, svelta nel portamento, senza nulla perdere della sua fem­minilità sebbene con l’arma ben stretta in pugno e la maschera appoggiata al fianco, inguainata nella corta giubba bianca, col gonnellino a godet, gli sguardi di tutti i presenti sono a lei rivolti: le signore per commentare la fattura del costume, i signori… non so.

Forse non intendono che essa li vede appena in quel momento, che sotto la giubba bianca il suo cuore quasi trattiene i palpiti, che il suo occhio nascosto dalla maschera scruta solo l’occhio della compagna che ha di fronte; forse non sanno che la sua mente non pensa che a far bene, a farsi onore, poiché in quel momento vincere è tutto per lei.

Dopo, solo dopo, sentirà i complimenti, godrà dell’applauso e sarà riconoscente a tutti.

Perché la donna che ama veramente la scherma, la pratica con costanza e ferma volontà, se guidata da un maestro che sappia farle intendere tutta la bellezza di quest’arte nobilissima.

Allora essa ne è presa, ed è portata a sempre più conoscerla e quindi a sempre più amarla.

Vorrei che le signorine veramente sportive, leggendo le mie modeste parole, sentissero tutta la mia passione per questo sport e si iniziassero alla scherma.

….

Quando la donna avrà dimostrato in atti che sa mantenere la dignità e la gentilezza anche nella vita sportiva, taceranno tutte le voci piagnucolose e furibonde che ci vogliono clarisse.

Noi amiamo vivere e gioire attraverso lo sport, rispettando le linee più austere della vita familiare e sociale.

dicembre 1932-XI. MARISA CERANI.”

L’articolo di Marisa Cerani, pubblicato su “Armi”, dicembre 1932

Rileggendo, quanta strada hanno fatto le donne, prima che il loro valore fosse riconosciuto! E la Cerani è stata la pioniera, la più importante, e merita di essere ricordata e celebrata.

Due anni più tardi, dopo la medaglia d’argento europea di Varsavia, le promesse di Nedo Nadi, e una sede economicamente più conveniente, la delusione fu ancora più forte. Nedo Nadi aveva lasciato intendere – l’aveva scritto nei suoi articoli – che le donne avrebbero partecipato alle Olimpiadi di Berlino. Ma la “superiore Gerarchia” non fu d’accordo, e un giornale americano, già per le Olimpiadi di Los Angeles, aveva scritto che le schermitrici furono da Mussolini lasciate a casa per ossequio al desiderio del Papa, che allora era Pio XI.

Ce n’era abbastanza per scoraggiare chiunque, e Marisa decise allora di tentare la carriera magistrale. Si preparò coscienziosamente, studiando insieme all’amica e rivale Germana Schwaiger, e il 15 luglio 1935 si diplomò maestra di scherma presso l’Accademia Nazionale di Scherma di Napoli. Un altro record che le appartiene: il suo è il primo nome di una donna fra i diplomati dell’Accademia. Pochi mesi dopo, il 27 gennaio del 1936, la Schwaiger seguì il suo esempio, ma in seguito, sposatasi con Giorgio Pessina, andò a vivere in Uruguay. Dovremo attendere altri 35 anni per vedere di nuovo un nome femminile fra i diplomati dell’Accademia: quello di Bruna Colombetti, nel 1971.


In quegli anni, quando maturava la rinuncia all’attività agonistica, doveva già esser nato l’amore che la porterà al matrimonio. Era di stanza a Bresso un fascinoso pilota dell’aeronautica militare, Enrico Guglielmotti, già pluridecorato per le sue brillanti imprese aviatorie, vedovo, probabilmente senza figli. Fu trasferito all’aeroporto Mirafiori di Torino nel marzo del 1933, quando era già comandante interinale del III Stormo, col grado di Maggiore Pilota. Possiamo quindi presumere che la scintilla fra i due fosse scoccata già nel periodo milanese. Nel 1937 lui è comandante effettivo, ed è Tenente Colonnello, mentre lei è insegnante sin dal ’35 presso la sezione di scherma del Fascio Femminile di Milano. Si sposano, e come si usava in quei tempi, lei lascia il lavoro e da allora lo seguirà nei suoi frequenti spostamenti, in particolare a Torino.  Una storia breve, ma intensa. Lui morirà in un incidente aereo, nel cielo di Treviso, presso Lughignano, lasciandola vedova. Siamo nel 1940, l’incidente avviene il 3 aprile. La guerra è già scoppiata, ma l’Italia entrerà ufficialmente nel conflitto un paio di mesi più tardi. Come dirà tanti anni più tardi a Sara Pozzo, in uno dei suoi rari momenti di confidenza, una storia d’amore di quella intensità aveva reso banale, nella sua mente, anche la sola idea di poterne vivere un’altra, che potesse essere paragonabile alla prima.

I suoi allievi, infatti, e altri che l’avevano frequentata in seguito, non ricordano suoi nuovi legami, neanche passeggeri. Desta la mia curiosità, che purtroppo resterà insoddisfatta, un particolare raccontatomi da Angelo Mazzoni: Marisa era cliente del padre, che aveva uno studio dentistico, e Angelo era rimasto colpito da un dettaglio insolito, per quei tempi, e per il carattere di lei: una catenina alla caviglia. Un pegno d’amore? La catenina è rimasta fra le sue cose sino alla fine, e poi è stata lasciata alla sua allieva, Sara. Mi piace pensare che fosse un regalo del fidanzato, anche se non avrò mai modo di appurarlo.

Marisa Cerani col marito, alla sua destra, al ballo della Croce Rossa, a Torino, nel 1938

Dopo la morte del marito, Marisa deve riorganizzare la sua vita. Probabilmente, da sposata, aveva smesso di insegnare, e il suo nome non figura negli elenchi ufficiali. Troviamo una notizia che la riguarda in un bollettino della Fis: nel 1942 Cerani Guglielmotti Marisa finalmente figura negli elenchi dei maestri tesserati della II zona, Milano, in via Mellerio 3, a ridosso quasi dell’Università cattolica del Sacro Cuore. La mamma risiede da anni in via Boccaccio 19, ed è raggiungibile a piedi in pochi minuti. Sta ancora bene, è autonoma, e perciò Marisa decide di tornare a Como, nel ’44, “dove prosegue la sua attività professionale” – ci informa il solito bollettino – nella sala di scherma intitolata al padre, in piazza Roma 22.  Si dà da fare anche per organizzare qualche gara regionale, e intanto mette su un gruppetto di giovanissimi. In occasione del secondo campionato regionale femminile da lei organizzato, nel 1949 – il primo è stato quello del 1947 – fa esibire i suoi piccoli allievi: “Due assalti accademici fra i giovanissimi allievi di Marisa Cerani: Giulio Bellasi e Gianni Walter, diretto questo da Mario Mangiarotti, e tra Marinella Cavadini e Adriana Rodolfi diretto da Mario Pontiroli, hanno riscosso gli applausi del pubblico”.

Nel 1950 la Fis decide di assegnare i distintivi olimpionici e nazionali. Marisa Cerani riceve il distintivo d’argento, ed è nella lista dei campioni del mondo. Il riferimento è certamente la medaglia a squadre degli Europei (i mondiali ancora non c’erano) del 1934, a Varsavia. Nello stesso anno, la Fis indice una prima “Leva schermistica giovanile”, per invogliare i maestri e dar loro un aiuto economico. Partecipa alla leva la Sala Cerani, che si è spostata in via dei Partigiani, probabilmente ospite temporanea della Comense, che ha lì la sua sede. Gli allievi iscritti da Marisa Cerani, che figura quale unica maestra, sono tutti fiorettisti (la leva era per spada e sciabola) e si chiamano: Bellasi Giulio, Boghi Antonio, Oberti Gianfranco, Ricci Pierluigi, Sietti Cesare e Walter Gianni. L’anno successivo, dopo gli esami, il 50% degli iscritti alla leva è ammesso a proseguire, e fra questi ben cinque dei sei allievi della Cerani: cade il solo Oberti. Segno che la qualità del lavoro era più che buona. Agli esami del secondo anno cadrà Ricci.

Nel 1951, il 2 giugno, presso il Circolo della Vela di Como, la Cerani assapora la gioia della vittoria di un suo allievo, Giulio Bellasi, nel Torneo Lombardo per giovanetti dai 15 ai 17 anni. Iscrive poi, alla fine dello stesso anno, due giovani allieve alla prima leva femminile della federazione: Cavadini Marinella e Rodolfi Adriana. L’indirizzo della sala è ora in via Diaz 10, e resterà quello fino alla fine.

dal Bollettino federale del settembre 1951

 

Le condizioni di salute della mamma della Cerani anno dopo anno peggiorano, e Marisa, per starle accanto, cerca nel 1958 uno spazio nelle vicinanze dove continuare ad insegnare. Continuerà per qualche anno ad affiliare la sua vecchia società di Como, che diverrà Sala Scherma Cerani-Esperia: mai apparsa nelle classifiche ufficiali della Fis, cesserà la sua attività dopo il ’61. Resterà in vita, formalmente, col nome di Club Esperia 1919, in via Diaz 19, e con quello della Maestra Cerani, almeno fino al 1978, ultimo anno in cui risulta affiliata.

In corso Magenta 63, di fronte a Santa Maria delle Grazie, nel Palazzo delle Stelline, dove un tempo le suore benedettine di Santa Maria della Stella si prendevano cura delle ragazze orfane – le “stelline”, appunto – c’è l’Accademia d’Arte Drammatica di Milano, fondata nel ’47 da Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Marisa chiede ed ottiene uno spazio per la sua attività, e in cambio le si chiede una collaborazione sia per l’Accademia, sia per la messa in scena degli spettacoli. Troviamo il suo nome come Maestro d’Armi sui manifesti di ben tre edizioni (1980, 82, 87) dell’Otello, con regia di Franco Zeffirelli, oltre che per varie stagioni teatrali.

Manifesto di una delle rappresentazioni dell’Otello alla Scala.

Al centro in basso, il nome di Marisa Cerani come Maestro d’armi 

 

Il suo rapporto con il ruvido Strehler non era facilissimo. Marinella Guatterini, in un suo recente bell’articolo per “Il Foglio” (24 aprile 2020), ha raccontato un episodio:

“Tuttavia è poco probabile che il grande Strehler, non insensibile al fascino femminile, fosse rimasto incantato da quell’atleta che allievi degli anni Settanta ricordano ancora come magra come uno stecchino, impettita, dura, mascolina. Di sicuro il regista l’aveva scelta solo per la sua bravura, e come a tutti gli ottimi e famosi insegnanti della sua Scuola non esitò certo a gettarle addosso valanghe di improperi per il più piccolo o grande errore.

   Lo conferma un episodio accaduto nel 1965, l’anno della messinscena del Gioco dei potenti, un testo che Strehler stesso aveva tratto dalle tre parti dell’Enrico VI e da altre opere di Shakespeare. Siamo nell’Inghilterra del XV secolo. La Cerani, stretta nella sua tuta candida, continuava a impartire le sue lezioni con il “leggero” fioretto. Il veemente Strehler la spintonò e brandì un pesante spadone a destra e a manca, di quelli che siamo soliti vedere nei film d’armi e cavalieri antichi. Mentre gli allievi, imprigionati nelle loro tutine nere, ammutolirono, la Cerani si limitò a gettare verso Strehler uno sguardo di disprezzo. Dopo l’increscioso touché, lasciò la sala e vi tornò l’indomani senza muovere un muscolo facciale. Per lei, personalità austera persino nel gruppo delle schermitrici anni Trenta, quasi danzatrici e quasi sexy, nelle coreografie di gruppo in gonnelline bianche, nulla era successo…  L’anno successivo qualche nuovo allievo, ritrovando negli armadietti maschere e tute da scherma, che nel frattempo avevano sostituito le smilze tute nere, la rimpianse.”

La società di scherma “Piccolo Teatro” risulta fondata nel 1959, presidente Giorgio Strehler. Nel ’64 Marisa ottiene il permesso di affiliare alla Fis la società di scherma, mantenendone il nome.

In quei primi anni di attività al “Piccolo”, dal ’58 in poi, la Cerani mette in guardia numerosi allievi, che poi, cresciuti, passeranno ad altre società dove potranno dedicarsi con maggiori possibilità all’agonismo. Fra questi, i più noti sono i fratelli Pezza, John e Gil, che raggiungeranno la nazionale assoluta di spada, con ottimi risultati. Dopo pochi anni passeranno al Centro Coni di via Cerva, con il maestro Marcello Lodetti e di lì, intorno al 65/66 al Giardino di Milano, col maestro Volpini.

Dalla memoria dei fratelli Pezza, e in particolare da quella di Gil, che vive oggi negli Usa, emergono storie e ricordi inediti. Eccone alcuni.

La maestra Cerani e sua madre negli anni 50 e 60 abitavano in via Boccaccio 19, in Zona Magenta a Milano. Noi (famiglia Pezza) abitavamo nello stesso palazzo. La famiglia Mazzoni – come mi ha ricordato Angelo – abitava nel palazzo adiacente, in via Boccaccio 21. Il papà di Angelo era dentista, ed il suo studio dentistico era al piano di sotto del loro appartamento. La Maestra era cliente del papà di Angelo e rimase sua cliente anche quando si spostarono da via Boccaccio.

Era l’Italia del Carosello e dei primi quiz televisivi. Noi fummo tra i primi ad avere la televisione nel palazzo di Via Boccaccio e la signora Cerani con sua madre il sabato sera venivano a vedere il Musichiere condotto dal mitico Mario Riva come conduttore e Maestro d’orchestra Gorny Kramer. Il sabato sera, tutti in sala con le sedie allineate come alle arene estive, con i miei e le signore Cerani che cercavano di indovinare il nome della canzone. Poi i premi del quiz che si aggiravano sulle centocinquantamila lire (se ben ricordo) rendevano lo spettacolo ancora più avvincente. Durava circa un’ora e finiva sempre con la canzone “Domenica è sempre Domenica”.

John si ricorda che vedendoci giocare con spade da gioco nel cortile della casa in Via Boccaccio, la Maestra disse a mio padre di farci fare scherma. John aveva 6 anni ed io quattro [siamo quindi nel ‘58]. E fu così che iniziammo con la scherma. Sempre John si ricorda che ci dava lezione nell’atrio di ingresso del suo appartamento, e che era severissima, e non ammetteva errori. A volte John ed io facevamo esercizi di scherma nel cortile della casa, e ci cimentavano nei primi assalti ed esercizi in coppia, suscitando spesso le ire dell’amministratore dello stabile.

Per andare dalle signore Cerani, entrando da via Boccaccio nel porticato davanti al cortile, si girava a destra e si passava una porta a vetri e si salivavano 4 o 5 gradini ed il loro appartamento si trovava lì, al piano rialzato. Il nostro appartamento invece era dalla parte opposta della porta a vetri, al pianoterra. La madre della signora Cerani era una donna molto anziana probabilmente afflitta dal Alzheimer dato che quando mio fratello ed io andavamo a prendere lezione di scherma da sua figlia, parlava con frasi sconnesse. Ricordo che quando la madre della Maestra morì, John ed io andammo con mia madre a visitare la camera ardente (a quell’epoca la gente moriva in casa). Mi ricordo che ne rimasi molto impressionato dato che quella della madre della signora Cerani fu la prima salma che vidi.

Il palazzo aveva un stupendo giardino con serra ed orto, che alla Maestra piaceva molto, e due magnolie ed una fontana al centro, con una torreggiante palma alle sue spalle: “…emana una mite grazia l’unico esile getto sprizzante da una fontana artisticamente tornita nelle sue vaschette e nel fusto che le congiunge” (Le Fontane di Milano – Ulderico Tegani). Il giardino fu poi distrutto per costruirci un altro palazzo all’interno. Quindi ce ne andammo tutti, compresa la Cerani.

Due anni dopo iniziammo a frequentare il Centro Coni in via Cerva a Milano, con il Maestro Lodetti. Direttrice del Centro era Bruna Colombetti, che però non dava lezioni. Il Centro CONI prima dell’ingresso in palestra aveva una copia del decalogo di comportamento dello schermitore, esposto come un quadro sul muro. Nostro padre insisteva che John ed io lo leggessimo ogni volta, prima di entrare in sala: anche se non ne avevamo assolutamente bisogno, dopo avere fatto due anni di lezione con la Maestra Cerani. La sua impostazione era prettamente classica, con il fioretto Italiano. La parata preferita dalla Cerani era quarta, contro di quarta e mezzocerchio. John probabilmente fu uno dei pochi o l’unico schermidore a mantenere una guardia di scherma classica nel decennio ‘70-‘80. Io invece sapevo atteggiarmi alla scherma classica quando di sovente John ed io venivamo prescelti, ad esempio per foto nei manuali di scherma.

L’ultima volta che la vidi fu nel 1979. A quell’epoca ero già negli USA, e frequentavo l’università. Tornai a casa per l ‘estate ed andai a trovarla nel suo appartamento in Via Saffi. Ovviamente chiamai prima, per fissare l’appuntamento. Senza pensarci, avevo indossato dei jeans con le toppe sulle ginocchia. Mi accolse molto formalmente in salotto e mi offri una tazza di tè, usando uno splendido servizio in porcellana inglese. Per un attimo, prima dei convenevoli, fissò con sguardo severo i miei jeans e poi mi guardò per un attimo ancora. Riconobbi subito quello sguardo di critica silente che – come una botta dritta al petto eseguita con perfetta scelta di tempo – non aveva bisogno di parole. Poi sorrise gentilmente e mi chiese dei miei genitori.

 

Morta la madre, nel 1965, Marisa Cerani si dedicò con rinnovato impegno al suo duplice lavoro al “Piccolo”. Da Sara Pozzo ecco ora una testimonianza su quel periodo, e quell’ambiente.

Per me gli anni della scherma fanno parte di un passato veramente remoto. Non penso spesso a quegli anni. Probabilmente perché gli amici di quei tempi fanno comunque ancora parte della mia vita oggi, e perché gli insegnamenti ricevuti dalla Sig.ra Cerani fanno parte di me e mi accompagnano quotidianamente. Quella che sono oggi è senza alcun dubbio anche il risultato di 20 anni di rapporto con il mio Maestro che porto con me sempre con affetto e riconoscenza: però meno di quanto dovrei, devo ammetterlo.

Non ho mai avuto una vera passione per la scherma. Ho seguito mia sorella. Lei ha smesso, io ho continuato. Quindi niente Zorro, niente pirati, niente duelli… Mi sono però trovata bene, mi divertivo un mondo, e piano piano la scherma è diventato un bel modo per crescere.

I bellissimi ricordi sono legati soprattutto ai 7 anni passati in Corso Magenta, quando ero bambina. I ricordi legati a via Cerva sono diversi, piacevoli ma meno emozionali.

L’ambiente di Corso Magenta era incredibile, unico, bellissimo. In una via storica, di fronte al Cenacolo e Santa Maria delle Grazie, un palazzo storico magari un po’ decadente ma affascinante. Facevi le scale a piedi e ti ritrovavi davanti alla porta con il cartello “Sala d’armi del Piccolo Teatro di Milano”.

A volte arrivavo stanca direttamente da scuola e non avevo voglia di andare anche a scherma, ma non c’è stata una sola volta che dopo aver aperto quella porta io non mi sia divertita.

E cosa c’era dietro quella porta? Un piccolo mondo dove crescere. Un corridoio con in fondo uno spogliatoio da brividi, dove però ricordo ancora quando ho imparato a mettere la divisa ed il passante. Una seconda porta di accesso allo spazio antistante la “palestra”, e se incontravi subito la Signora Cerani scattavi sull’attenti e le stringevi la mano forte. La mano non doveva essere molle ma una bella stretta di mano. Non ci trattava proprio da bambini. E poi sul muro di fronte c’era la presa dove attaccare l’apparecchio elettrico che era però nella “palestra” più in là. Quando iniziavi a tirare con il fioretto elettrico imparavi anche ad arrotolare/srotolare i fili, a prendere i rulli, a rimettere tutto al suo posto perché poi, alla sera, la sala veniva usata dagli attori. Quindi non c’erano neanche le pedane. Si tirava sulla moquette grigia … un po’ lisa, ovviamente.

È il caso di puntualizzare, come ricordato da altri suoi allievi, che Marisa ci teneva ad essere chiamata maestro, e non maestra. In quegli anni non era facile per una donna farsi valere, in questa professione: e questo termine, professione, non è scelto a caso. La figura del Maestro di scherma, ieri molto più di oggi, era sospesa in una specie di limbo: trattamento economico misero e senza tutele, ma status da professionista, solo per poterlo escludere da ruoli decisionali, senza difese dalla concorrenza di dilettanti non qualificati. Marisa Cerani, lo dimostra anche il suo lavoro per il Teatro, era una professionista a tutto tondo, apprezzatissima anche come educatrice. Lo vedremo più avanti, nel ricordo dei suoi allievi.

La stessa Fis ne apprezzava la professionalità e il valore, tanto da affidarle il ruolo di direttrice del Centro femminile estivo di Lizzano in Belvedere, dal 1967 e per oltre un ventennio: fino al 1988, l’anno che precede il trasferimento del Centro a Selva di Fasano. Desidero qui ricordare un episodio che mi riguarda, in cui l’austera direttrice smentì per un attimo l’immagine severa che caratterizzava il suo personaggio.

Si era nel 1986, e furono organizzati a Lizzano gli allenamenti collegiali dei maestri che dovevano partecipare ai campionati del mondo di Stoccarda, coordinati dal Maestro Niccolò Perno. Non ricordo chi mi chiese, appena arrivato, se sapessi giocare a scacchi: a fine corso, da qualche anno, si svolgeva in piazza la partita con gli scacchi viventi, molto suggestiva e apprezzata, a quanto pare. I contendenti, uno per il Centro federale del tennis, e uno per quello della scherma, si sfidavano su una scacchiera normale, sul balcone del Comune, che dava sulla piazza. Sotto, con splendidi costumi d’epoca, uomini e donne si muovevano su una scacchiera gigante, rappresentando i “pezzi” degli scacchi, e ripetendo le mosse fatte dai due giocatori. Il tennis, negli anni precedenti, aveva sempre vinto, e la cosa non faceva molto piacere alla Cerani. Accettai di rappresentare la scherma, e mi mandarono a fare una specie di esame, una partita, con un giocatore esperto del paese. Persi la partita, ma fui promosso. La sera della sfida eravamo sul balcone del Comune, il mio avversario ed io, con una pioggia di insetti che cadevano ininterrottamente sulla scacchiera, dopo essersi ustionati sulla potente lampada soprastante. Spegnemmo la luce, e giocammo un po’ in penombra. Sbagliai l’apertura, ma il mio avversario pensò ad un tranello, e non ebbe il coraggio di approfittarne. Capii che era emozionato più di me, perciò mi ripresi, giocai bene e vinsi la partita: la scherma aveva vinto per la prima volta. Scesi in piazza, mi venne incontro la Cerani, mi buttò le braccia al collo e mi stampò un bel bacione sulla guancia. Fatto inaudito! A fine allenamento, andai a trovare il mio esaminatore, e mi presi la rivincita.

 

In via Cerva, come abbiamo visto, era attivo il Centro Coni, riservato alle categorie giovanili. Verso la fine degli anni ’70, quando lì insegnava il maestro Stefanelli, non sappiamo per quanto tempo, Marisa Cerani vi si recava ogni mercoledì. Solo nel 1985 la sala di scherma del Piccolo Teatro si sposta in via Cerva. Qualche anno prima, nel 1980, il suo allievo Gianluca Galdabino aveva vinto il titolo italiano dei giovanetti di fioretto. E proprio nell’85, per la gioia di Marisa, Sara Pozzo vinse il titolo italiano di III categoria di fioretto. Fatto ancor più importante, lo vinse tirando col classico fioretto italiano, che ormai usavano in pochissimi, pochi anche nella sua sala. Renzo Nostini, presidente della Fis, che ne era un accanito fautore, fu felice di questa vittoria, volle darne ampio risalto sulla rivista federale, e sull’onda di quel successo tentò di renderne obbligatorio l’uso per le categorie giovanili. Tentativo naufragato, fortunatamente – è la mia opinione, largamente condivisa – per le proteste generali.

 

 

 

 

 

dal Bollettino federale, ottobre 1985

Da Sara Pozzo, o da altri allievi per suo tramite, ho avuto molte delle foto che qui potete vedere, e delle notizie dell’ultimo periodo della vita di Marisa Cerani. Nella sala di via Cerva continuò ad insegnare fino a tutto il 1994, quando fu costretta a smettere, per le cattive condizioni di salute. Negli ultimi anni della sua vita non le mancarono l’affetto e l’assistenza di alcuni suoi allievi, tra cui Sara, che custodisce i ricordi schermistici della sua maestra. Si spense serenamente l’11 dicembre del 1997, dieci giorni prima del suo ottantanovesimo compleanno, e lasciò i suoi averi in beneficenza. Volle che la seppellissero vestita da schermitrice, col fioretto in mano. È tumulata nel Cimitero Monumentale di Milano, e se volete renderle omaggio, potete andare alla galleria superiore, terrazze di levante, sulla destra del Famedio, non lontano dalle tombe di Gino Bramieri e Wanda Osiris.

Quando ho chiesto a Sara di coinvolgere in questa ricerca i suoi antichi compagni di sala, le testimonianze non sono mancate, e modificano non poco l’immagine austera che molti avevano della Cerani. È emersa, in particolare, la profonda influenza che Marisa, nel suo ruolo primario di educatrice, ha avuto sulla vita e sul carattere dei suoi allievi, che per questo le sono ancor oggi riconoscenti. Incomincio perciò proprio dal ricordo di Sara.

Sara Pozzo

Mi è sempre piaciuto fare lezione con la Cerani. Era forte sia di carattere che fisicamente. Se eri distratto e ti doveva ripetere le cose, ti gridava di tutto, anche se eri un bambino, ma a fine lezione quando eri stato “sul pezzo” ti diceva: “Bravo, sei stato proprio bravo oggi”.  Ho imparato a non farmi ripetere le cose due volte e a non essere distratta, a non sbirciare da dietro le spalle i risultati degli assalti ma ad avere il coraggio di chiedere alla persona che teneva in mano il foglio di poterlo guardare anche se era un adulto ed io solo una bambina. Ho imparato ad aiutare chi ne ha bisogno senza aspettare che mi venga chiesto. Mi ricordo ancora la voce che mi dice: “Ah, perché te lo deve anche chiedere … non vedi già da sola che ha bisogno di aiuto? Muoviti…”. Ho imparato a guardare prima di tutto i miei di errori e a non usare gli errori degli altri come scusa. Le sgridate sono state utili! Insomma il nostro Maestro ci ha insegnato la scherma, sì, ma soprattutto è stato un educatore che ci ha fatto crescere e ha contribuito a creare legami solidi e duraturi. Ero, e lo sono tuttora, molto legata ai miei compagni di scherma e anche al mio Maestro. Io non ho mai sentito la necessità di cambiare palestra come spesso si faceva. Forse proprio perché la scherma per me era in fondo un dettaglio. Prevaleva l’aspetto umano ed il divertimento.

L’immagine della Signora Cerani per molti si limita a quella della donna severa, rigida e determinata. Ma per noi allievi ovviamente c’è molto di più. La sua vitalità, la voglia di stare in compagnia e di mangiare bene, di passare delle belle serate o delle belle vacanze, di vestirsi bene, la cura del dettaglio … e chi se li dimentica i panettoncini della festa di Natale posizionati con cura sul tavolino in corso Magenta, e le prove per il saggio di fine anno al Teatro Lirico o al Piccolo Teatro…

Negli anni ho avuto anche parecchi scontri con la Signora Cerani, ma ritengo che siano stati momenti formativi del mio carattere, e quindi li ricordo ora con molta serenità.

Da adulta poi, di domenica, ho condiviso spesso anche un aperitivo a casa sua. Mi telefonava e mi chiedeva: “Passi verso le 18/19 che ci prendiamo un crodino? Ho preso le tartine dal Biffi!”. Tanti piacevoli ricordi che si alternano a quelli legati agli ultimi anni della sua vita dove, non più bambini ma ormai adulti, con tenerezza e affetto, si passava a trovarla.

Ecco ora la testimonianza di Roberto Garbuglio.

Tra i tanti ricordi ve ne sono due a me molti cari. Il primo risale a quando, all’età di sei anni, in piena epoca Zorro i miei genitori mi proposero di fare scherma. Arrivai alla prima lezione con mia mamma in corso Magenta. La Maestra Cerani stava facendo lezione a una ragazza di nome Anna, come mia mamma. Ci sedemmo nella grande sala dalla moquette grigia e dalle molteplici sedie disposte lungo il perimetro. Ero molto timido e la Maestra Cerani con molta gentilezza mi chiese, per la prima volta, se volessi provare a fare lezione con Lei. Scuotendo la testa mi rifiutai. Passarono i minuti e per una seconda e una terza volta la Maestra mi domandò se volessi iniziare la lezione. Entrambe le volte, impaurito, chiesi di aspettare. A quel punto mia mamma, dolcemente ma con fermezza mi diede un’ultima possibilità. La prossima volta che la Maestra ti chiederà se vuoi fare lezione o dici sì o andiamo a casa. Incredibilmente la Maestra Cerani per la quarta volta mi chiese di seguirla e di fare lezione. Mi alzai, e da lì inizio la mia avventura meravigliosa. Forse ai più potrà sembrare un episodio assolutamente normale. Ma chi conosceva la Maestra Cerani non potrà fare a meno di osservare che per ben quattro volte mi chiese se volessi fare lezione con Lei. Non era solita chiedere più di una volta le cose e soprattutto non era avvezza a seguire i capricci o la timida indecisione, seppur di un bambino. Molti anni dopo Le chiesi come mai avesse insistito e non avesse detto a mia mamma, lo porti a casa. Mi rispose che guardandomi aveva capito che mi sarei innamorato della scherma. Aveva ragione.

Il secondo episodio risale a qualche mese dopo. Noi bambini nella sala grande, che condividevamo con la scuola di mimo, mentre le mamme e le nonne erano ad aspettarci dietro una piccola porta, in un altrettanto piccolo ma ai miei occhi delizioso salottino. Quest’ultimo, confinante con lo spogliatoio di noi maschietti, la cui porta di chiusura era in realtà una delle ante dell’armadio che costituiva una delle quattro pareti. Ricordo che ogni qual volta entravo in quel luogo meraviglioso mi ripetevo che solo un campione poteva nascere e crescere in uno spogliatoio e in una sala così “artistiche”. Ad un tratto, mentre eravamo nel pieno della lezione di scherma, il laccio di una mia scarpa si slacciò. Con molta naturalezza chiesi alla maestra Cerani di poter andare da mia mamma a farmelo allacciare. Apriti cielo! La maestra Cerani, con tono impetuoso, mi spedì negli spogliatoi dicendomi di non ripresentarmi senza aver, in qualche modo, sistemato i lacci della mia scarpa. Ricordo mia mamma che provando a intercedere cercò di accollarsi la “colpa” essendo io il terzo figlio e non avendo avuto, lei, il tempo di insegnarmi l’arte del laccio annodato. Non ci fu nulla da fare. Ricordo che ascoltavo, da dietro la parete divisoria dello spogliatoio, il dialogo di mia mamma con la Maestra. Nel frattempo, in ogni modo, cercavo di accorciare il laccio slacciato creando, di fatto, un’enorme matassa che, per mia fortuna, resistette per tutto il resto della lezione. Lo ricordo come fosse ieri. La sua sgridata, la dolcezza di mia madre, il mio panico mentre cercavo una via d’uscita e la mia speranza che quel garbuglio alla mia scarpa non cedesse all’improvviso. Grazie Maestra Cerani. Grazie per aver preso le mie debolezze e averle trasformate fino a farle diventare un punto di forza. Ci siamo voluti tanto bene, a volte abbiamo litigato furiosamente, ognuno per seguire i suoi principi, ognuno sentendosi tradito da ciò che amava. Grazie Maestra perché sei ancora nel mio cuore, nelle mie azioni e nei miei amici, grazie Sara e grazie Maestro Toràn che avete saputo risvegliare una lacrima di gioia e nostalgia in me e nei miei meravigliosi compagni di viaggio. Avrei altri mille aneddoti che hanno segnato la mia crescita, e di cui la ringrazio ogni giorno. Altri meno felici, ma comunque importanti, per quello che ha significato per me e anche per i miei genitori. Aggiungerei che, in ogni caso, ha saputo dare ai suoi allievi tutta se stessa e ha trasmesso valori quali rispetto, perseveranza, lavoro e amicizia. Ha saputo creare un legame che mi permette di sorridere ogni qual volta vedo la nostra chat attiva e ogni qual volta c’è stata occasione di incontrarsi o anche solo ne sia nata l’idea. So che ci siete e se questo accade è anche merito suo.

La testimonianza di Andrea Mazza.

Tranne alcuni passaggi saltuari, almeno da quando ha aperto la scuola come Piccolo Teatro in corso Magenta, sono forse restato il più vecchio allievo della Cerani, che ho seguito da quando avevo circa 7 anni fino alle mie ultime apparizioni nella sala di via Cerva (ex CONI) ormai all’età di circa 31 anni. Personalmente non sono mai emerso a livello agonistico ma devo gran parte della mia formazione a questa donna speciale che, ancora oggi, ogni qualvolta mi capiti di fare il punto sulla mia esistenza e di elencare le persone importanti della mia vita, quelle che hanno lasciato il segno e che mi hanno dato molto, appena dopo i parenti stretti, lei, Marisa Cerani, è sempre al primo posto della lista. Nel racconto si accenna alla sua partecipazione come maestro d’armi nell’Otello messo in scena alla Scala da Zeffirelli … beh, io ero su quel palco in prima fila durante la scena iniziale come comparsa con la spada in mano, e l’ho fatto per tutte le repliche di due di quelle edizioni, una volta in coppia con mio fratello e una in coppia con mio cugino. È stata una avventura speciale la cui emozione ricorderò sempre, e resta uno di quegli aneddoti della mia gioventù a me più cari, che non dimenticherò mai.

Palazzo Litta, 1974. Presentazione degli allievi, con Marisa Cerani e il presidente del Comitato Regionale, cav. Parravicini

 

Fabio Mazza.

Grande Cerani… personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella mia vita! Ancora oggi… ogni tanto… mi capita di battere i tacchi quando saluto qualcuno in segno di rispetto! Per anni l’ho dovuto fare quotidianamente alla fine degli allenamenti, e se non si sentiva il colpo lo dovevo ripetere all’infinito, finché lei non fosse stata soddisfatta. Quel battito di tacchi rappresenta tantissime cose… la prima… e più importante… il rispetto del prossimo, e la lealtà nei confronti del tuo più acerrimo nemico, o burbero insegnante! Grande Cerani, oggi sicuramente anacronistica, ma se fosse possibile disperatamente replicabile… quanto bene farebbe ai nostri figli!!!

Alessandro Concialini.

Maestro Marisa Cerani… voleva il maschile… in senso di orgoglio… persona a cui devo tantissimo… dicessi tutto, offenderei i miei genitori. Forza inflessibile e spietata verso se stessa e i suoi allievi, ma grandissima gioia di vivere, quando imparavi a conoscerla. Che litigate… violente e profondissime, ma ripensando a Lei, anche oggi, si affaccia l’emozione. Sarebbero da citare gli aneddoti sulla guardia mancina e sulla sua convinzione che il padre la seguisse, chiamandola per vedere se si voltasse. Concordo con tutti voi, se oggi questa chat esiste è anche per lei. Grazie, Maestro, di tutto… e non sentite, ma ho battuto i tacchi… e forse nascosto una lacrima.

Maurizio Damiani.

Penso che noi più anziani ne abbiamo viste e passate di tutte con la Cerani. Ce ne sarebbero migliaia di aneddoti da ricordare!! Ma quello che mi colpisce è che quando oggi ho letto di lei mi sono emozionato, e questo dice di quanto ha lasciato dentro di me, e da quanto leggo, dentro tutti.

Marta Pozzoni.

della signora Cerani ho un ricordo diverso dal vostro, sono arrivata alcuni anni dopo e lei era già molto adulta.  Istintivamente, se penso a lei, ricordo il profumo di cipria, la cavigliera (pazzesca per una signora come lei), la severità del suo sguardo, ma anche la gentilezza con cui ogni volta andava in sala d’attesa a salutare mio nonno che veniva a prendermi. Mi rimproverava per i miei “piedi storti”, la mia postura goffa e i miei modi da adolescente “scazzata”. Detestavo quando commentava queste cose con mia madre… ho capito solo dopo che aveva ragione. Non batto i tacchi, ma non “tengo più i piedi storti”…

Laura Botton.

Difficile riassumere 13 anni di scherma, 3 volte a settimana… La Cerani incuteva un timore reverenziale, era una persona che si spazientiva quando eri lento a capire, probabilmente perché voleva che ognuno di noi tirasse fuori il meglio da sé. Sapeva essere anche gentile ed incoraggiante. Quello che mi ha trasmesso schermisticamente parlando è che per tirare bene di scherma bisogna essere “felini” avere quel tipo di guizzo e mobilità, ma essere anche accorti e scaltri proprio appunto come un felino. Anche essere elastici mentalmente: se una strategia non funziona, cambiala subito, anche se fino ad allora ti è stato detto tutto l’opposto.

Alessandra Taddeo.

Ciao a tutti, Anch’io ho conosciuto la Sig.ra Cerani più avanti rispetto alla maggior parte di voi, e come voi ne ho ammirato il rigore, l’impegno e la fermezza. Carattere forte e non sempre facile, ha lasciato un segno indelebile in ciascuno di noi.

Stefano Galdabino.

Una vita sempre in prima linea e da vera pioniera. Noi forse all’epoca tutte queste cose non le avevamo in mente. Peccato. Ha senza dubbio lasciato in noi un segno indelebile.

Gianluca Galdabino.

Aggiungo un aneddoto direi storico: io e Maurizio siamo riusciti in una vera impresa con lei… farle accettare l’impugnatura anatomica a beneficio di tutti, e soprattutto delle nostre mani.  E siccome abbiamo tutti vinto e fatto risultati con entrambe le impugnature… si era dovuta rassegnare. Il mio rapporto con lei non è stato semplice, a volte conflittuale e impegnativo, ma sicuramente unico, sincero e imperituro.  Quando passo nei pressi del monumentale la saluto e la ringrazio sempre.

 

Sono arrivato alla fine di questa ricerca, che si è rivelata più lunga del previsto: ha impegnato me e le persone a cui ho chiesto aiuto ben più di quanto avrei voluto. Ringrazio tutti, e sarei felice se qualcuno, stimolato da quanto sono riuscito a ricostruire, potesse contribuire ad arricchire questa ricerca fornendo altri dati, ricordi e documenti. Marisa Cerani lo merita, certamente.

Pur non essendo mai stato un suo allievo, in questo percorso ho imparato anch’io qualcosa da lei. Spesso mi sono chiesto, e continuo a chiedermi, quanto di buono e valido ci sia nel lavoro che ho scelto. Penso che sia una domanda che tutti si pongono, prima o poi. La risposta è nel cuore degli allievi, dei compagni di viaggio. Marisa non potrà leggere quanto i suoi hanno scritto di lei: potranno farlo altri, e in particolare chi ha scelto questa professione. Sappiate – sappiamo – che nulla va sprecato.

di Giancarlo Toràn

 

Ringraziamenti

Recuperare questa storia, con tanta ricchezza di particolari (ancora di più ne troverete nella versione stampata) non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di chi ha collaborato, con ricordi o documenti.

Inizio da Sara Pozzo e Gil Pezza, che sono stati allievi di Marisa Cerani per un periodo più o meno lungo della sua vita; e con loro tutti gli altri antichi allievi o semplici conoscenti che hanno inviato qualche parola per ricordarla.

Proseguo con Antonella Stelitano – impegnata in una minuziosa ricerca su Germana Schwaiger, che di Marisa fu rivale ed amica – con cui ho scambiato foto e notizie interessanti.

E infine il Museo dell’Agorà della Scherma della Pro Patria di Busto Arsizio, una miniera inesauribile da cui ho tratto documenti e indizi che mi hanno guidato in queste settimane alla riscoperta di un personaggio cui la nostra scherma deve molto. Una ricerca che mi ha appassionato: nessuno me l’ha chiesta, ho desiderato farla, e realizzarla è stato per me il giusto premio. Sarò felice se qualcuno sarà in futuro stimolato ad arricchirla.

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La foto in copertina è apparsa sulla rivista “Sport Fascista”, luglio 1928

Quella sottostante è dell’anno successivo, 1929, scattata in occasione dei campionati europei di Napoli

 

 

(1) Comment

  1. Fabrizio says:

    Ho solo ricordi magnifici del maestro Cerani e le interminabili lezioni con il fioretto. Quell’anno che Sara vinse a Rimini c’ero anch’io ed è stata una grande gioia per tutti. Sara era una atleta formidabile che amava la scherma. Spesso a fine lezione tornavamo a casa insieme facendo lunghe passeggiate invece di prendere l’autobus. Era un bel gruppo e mi sono divertito tantissimo, purtroppo gli impegni scolastici non mi permisero di continuare e di mantenere i contatti. Fabrizio

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