Gil Pezza, La Frase Schermistica, Ospiti

Lo Scarrafone

by Gil Pezza

 

Tempo fa, ebbi un vivace scambio di opinioni su un  post iniziato dall’amico  Riccardo Bonsignorez sul sito La Società dei Maestri (di scherma), mi trovai poi,  un po’ come Don Abbondio, a ruminare sullo Scarrafone.

Scarrafone! Chi era costui?

Nel nostro immaginario collettivo sappiamo che suscita ribrezzo come uno scarafaggio e che – come tale – è  bello solo a mamma soja (il napoletano è forse l’unico dialetto che ha una spiegazione per tutto).
Ma con un nome così… Scarrafone… avrebbe potuto essere chissà che.
Pensate… se se ne fosse impadronito Antonio De Curtis nella maschera di Totò. Lo Scarrafone sarebbe stato elevato subito di rango; proprio come quelli che – avendo fatto il militare a Cuneo – sono diventati – statim – uomini di mondo.

Lo stesso Sciascia avrebbe potuto includerlo nella sua triste classificazione del genere umano:
“Ci sono gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i piglianculo e…” gli scarrafoni.
Ma invece no. Sciascia ha optato per i quaquaraquà. Chi lo sa il perché? Forse perché i quaquaraquà parlano a vanvera… o forse perché non si può evocare il suono di uno Scarrafone.
Con un nome così, avrebbe persino potuto essere una delle maschere della commedia dell’arte; magari creando un tris vincente assieme a Balanzone, Pantalone… e Scarrafone. Ve lo immaginate?
E invece no, nel XVII secolo Giambattista Basile lo accoppiò invece con il topo ed il grillo e nella omonima fiaba napoletana (Lo Scarrafone, lo sorece e lo grillo) e per far sì che il Nardiello sposasse la sua amata Milla, allo Scarrafone, ahimè, spettò il malaugurato compito di infilarsi per ben tre volte nel tafanario dello sposo di Milla creandogli problemi intestinali di tal portata (ed impedendogli di consumare il matrimonio) che il padre di Milla cacciò lo sposo in malo modo accogliendo poi il Nardiello come il suo nuovo genero.

Noblesse oblige… uno avrebbe potuto dire, se lo Scarrafone fosse stato nobile; purtroppo però la nobiltà d’animo non basta per essere considerato gentilizio.  Forse, ѐ solo nella scherma che lo Scarrafone ha una sua dimensione. Ma quale è questa sua dimensione?

Lo Scarrafone non è un mito nella scherma perché, anche se diffuso oralmente, non mi risulta che ne sia mai stato scritto niente di lui; sia nei trattati e le dispense che nel regolamento (e qui può essere di aiuto Giancarlo Toràn). Infatti, un mito, per essere tale, prima o poi deve essere raccontato per iscritto.

Nei miei anni formativi di schermidore in erba, lo Scarrafone veniva menzionato spesso dai miei Maestri. Costui, però, rimaneva sempre una figura che non riuscivo ad inquadrare bene. Questo perché, se da una parte rappresentava l’antitesi del modello del perfetto schermidore (“non fare così che sembri uno Scarrafone’) dall’altra ti veniva presentato come un avversario da temere – stai attento quando tiri con lui perché è uno Scarrafone. Lo Scarrafone, contraddistinto dalla sindrome del deltoide – che non gli permetteva un controllo raffinato del ferro e di portare bene la stoccata sul bersaglio – aveva un gioco limitato, però molto efficace. Sopperiva poi con grinta, coraggio e determinazione a ciò che gli mancava in tecno-tattica nonché in grazia nel movimento in pedana.

Ma qual è l’etimologia (non nel senso stretto della parola) dello Scarrafone applicato alla scherma? Dato quanto scritto sopra, posso solo congetturare. Scarafaggio a parte, il temine Scarrafone si riferisce ad una persona brutta e sgraziata. Quindi un giudizio  estetico. Dato che il suo uso nell’ambiente della scherma  era già prevalente agli inizi degli anni 60, suppongo che questo temine sia stato  adottato durante il periodo della scherma classica; con molta probabilità dai Maestri (forse un napoletano) di una volta per indicare uno schermidore che tirava in maniera brutta e sgraziata.  A che data risale l’adozione dello Scarrafone nella scherma? Forse persino ai tempi di Parise? Questo non si sa o perlomeno io non ne sono a conoscenza. Estendo un invito quindi a colleghi, schermidori, dirigenti ed arbitri a spolverare la loro memoria ed a raccontare la loro esperienza personale sull’origine dello Scarrafone nella scherma.

L’era classica della scherma normale (intesa come non elettrica) deve essere stato il periodo peggiore per lo Scarrafone.  A quei tempi i campioni erano protetti dai presidente di giuria e dai  giurati e sarebbe stato inaudito  che lo Scarrafone avesse potuto prevalere contro uno di loro: chissà quante stoccate e quanti assalti (vincenti) sono stati rubati allo Scarrafone. Forse, l’era del duello fu quella migliore per lo Scarrafone, dove stile e grazia nei movimento contavano ben poco a confronto di una scherma di poche idee ma chiare ed efficaci.

Ovviamente l’avvento dell’elettrico sia nella spada che nel fioretto ha rivoluzionato la scherma ribaltando gli equilibri di offesa e difesa ed introducendo invece una scherma, molto più atletica, basata sulla contro-offesa e l’offesa. Quindi la bellezza della scherma veniva apprezzata più nella tattica che nell’estetica. Questa maggiore potenza atletica nella scherma fu gestita ancora bene fino a quando valsero i vecchi modelli dell’economia che permettevano ancora un sistema basato sulla lezione individuale, lo spratico, il Maestro che seguiva i primi assalti a bordo pedana correggendo gli allievi ed insegnandogli anche a dirigere; ed in alcune sale come il Giardino di Milano persino con il Maestro assaltante: Stefanelli, all’epoca, che essendo stato una ottima seconda categoria alle tre armi, venne prescelto per questa importante mansione. Questo avrebbe potuto essere il periodo d’oro dello Scarrafone. Purtroppo per lui, il rovescio della medaglia fu che i maestri – come è sempre stato – limitati dal rapporto ore-di-lavoro/lezioni continuarono ad occuparsi prevalentemente degli atleti più promettenti.  Ma lo Scarrafone, abituato a leccarsi le sue ferite, non protesta, si accontenta della saltuaria lezione e continua a limare all’osso la sua scherma guidato da una passione che eccede il miraggio del medagliere.

Ai miei tempi, lo Scarrafone – a pari età con uno schermidore che apprendeva la scherma come si deve – (cioè a lungo termine) mieteva vittime molto prima dato che, tipicamente, schermisticamente parlando, faceva poche cose ma con efficacia, molta grinta e potenza. Quindi, quando un futuro campione ed uno Scarrafone si confrontavano in pedana nei loro anni formativi, era lo Scarrafone a prevalere il più delle volte.  A lunga distanza però lo Scarrafone rimane al palo e le sue vittorie diventano più saltuarie.
Lo Scarrafone però dello scarafaggio mantiene due qualità essenziali. Primo, lo trovi dovunque. Infatti ogni sala ha sempre avuto uno o due scarrafoni. Nelle classifiche di una volta, diventava un terza categoria forte e raramente entrava in seconda.  Nelle gare a formula vecchia, cadeva in genere negli ottavi di finale. Magari ti batteva nel girone, però tu passavi ai quarti di finale, ma lui no. Appena eliminato, però, te lo trovavi a bordo pedana o tra il pubblico della finale a fare il tifo per te.

L’altra qualità essenziale dello Scarrafone è che – come lo scarafaggio – sopravvive a qualsiasi cosa: all’epoca del duello, della scherma classica e di quella moderna. Forse, l’opportunità migliore gli viene presentata ora nella spada con la passività. Una regola ottusa ma che fa da livella e che permette a tutti di battere chiunque.

Oggi il termine Scarrafone non è neanche politicamente corretto; forse è quasi un’insulto. Lo Scarrafone invece ha un ruolo essenziale nell’ecologia della scherma che trascende la sua definizione.  Non tanto come un traguardo arduo da superare nello sviluppo di uno schermidore, ma come esempio di perseveranza e grinta. Invero, forse la caratteristica essenziale dello Scarrafone è questo suo inesauribile amore e passione per la scherma che non trova riscontro nel medagliere ma nelle altre qualità del nostro sport: quelle che si trovano nel decalogo dello schermidore.  Ed ѐ per questo che lo Scarrafone pur non avendo molto sentiment du fer ha invece una sensibiltà d’animo molto superiore a quella di tanti avversari che lo hanno sconfitto. Diamogli quindi il dovuto rispetto.

articolo di Gil Pezza

Immagine di copertina di Isabella Panzera

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