Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica

Perché la scherma?

Tornavo in aereo da una trasferta, l’ennesima, per accompagnare i miei ragazzi ad una gara. Stanco, come si conviene a chi ha trascorso tre giornate in un palazzetto, ad incitare, rincuorare, soffrire, gioire. E poi la cena col gruppo, il letto di un albergo, poche ore di sonno. Sapete, quando si dorme poco, e si è stanchi, e il bel risultato non è arrivato, c’è come una patina di grigio che toglie colore a tutte le cose. E arrivano le domande. È questa la vita che volevo? Perché l’ho scelta? Ma l’ho scelta veramente, o è lei che ha scelto me? E la domanda più stupida di tutte: come sarebbe, ora, se avessi preso un’altra strada?

Pippo Rizzo – Lo Schermitore Salafia – 1928

 

E mentre assapori il piacere perverso della depressione, lei, o lui, ti si siede vicino, scuro in volto. Non ti guarda negli occhi, si fissa le mani, tormenta le dita … e poi ti dice: “Ho tirato uno schifo”. Non è una domanda, tecnicamente. E’ un’affermazione. Ma poi alza gli occhi, ti guarda, e aspetta. E la tua stupida depressione svapora d’incanto. Non hai più voglia di stupidaggini. Sei qui a fare il tuo mestiere, che è il più bello del mondo: quello del maestro di scherma. Non hai più dubbi.

“Non hai tirato male. Hai incontrato troppo presto uno più forte di te, una mina vagante che ha fatto male il turno, ed è capitato a te. Hai lottato, ma non ce l’hai fatta. Impegnati, dai tempo al tempo, e vedrai che diventerai più bravo di lui.”

È quello che voleva sentire. Ma vuole una conferma. “Avrei dovuto capire che fingeva di parare, e invece voleva arrestarmi. Ed io ci sono cascato come un pollo”. “Già, ma l’ha fatto proprio bene, è la sua specialità. Ora lo sai, e in sala proveremo le contrarie giuste. La prossima volta gliele darai, sono sicuro. Lavoreremo sul controtempo, e anche sull’autocontrollo, la respirazione, il giusto assetto, come e quando entrare in misura. Questa esperienza ti renderà più forte”.

Intanto, ha già reso più forte me, e il mondo riprende colore. E torno ai miei pensieri, con un altro spirito.

Già, perché la scherma? Anche con altri sport avrei potuto dire le stesse cose, più o meno. Ma se oggi le apprezzo, e mi fanno amare il mio lavoro, quando ho iniziato a tirare di scherma ne ero lontanissimo. Allora mi affascinava l’idea di uno sport per me sconosciuto: un combattimento vero, in cui potevi esprimere tutta la voglia di vincere. Un avversario di fronte, che ti aggrediva con decisione, e ti colpiva, a volte duramente, con la sua lama di acciaio. Ma potevi difenderti, e scoprivi, in breve tempo, che un po’ di astuzia valeva più di tanta forza. Davide poteva battere Golia, se sviluppava le proprie caratteristiche: alto o basso, lento o veloce, robusto o mingherlino, impulsivo o ragionatore. Ognuno con la sua ricetta, ed è affascinante il compito di comprenderla, adattarvisi, o trovarne i difetti, e approfittarne.

E devi allenarti, devi diventare un atleta, come scopre in fretta chiunque voglia provare a salire sulla pedana. Ma, più di tutto, devi imparare a conoscerti, e a dominarti. Il primo avversario è quello interiore. Te ne accorgi in fretta, quando l’altro ti incalza, e devi decidere al meglio, senza averne il tempo. Se ti lasci prendere dal panico, è finita. Devi saper rischiare, ma con giudizio. E devi continuare ad imparare, per tutta la vita.

Oggi, dopo oltre quarant’anni di pratica, passo per competente, e forse un po’ lo sono. Ma so che è  un concetto molto relativo. La scherma, con i suoi risvolti culturali, e poi fisici, tecnici, tattici, e soprattutto mentali e, direi, spirituali, tocca in profondità tanti aspetti della vita di una persona. Pretendere di dominare un campo di conoscenze così vasto, è pura presunzione. E dovunque tu volga lo sguardo, vedi territori sconfinati da esplorare. Lo trovo esaltante.

Prendiamo, ad esempio, la cultura: la scherma ha prodotto letteratura – si pensi ai tanti romanzi di cappa e spada – e una quantità impressionante di trattati tecnici: arte e scienza, come dicevano i maestri di un tempo. E anche disciplina cavalleresca, con un codice d’onore che ci riporta ai doveri di lealtà e correttezza dello schermidore, sempre attuali. E filosofia, e usi e costumi, nel linguaggio e nei gesti, che ancor oggi ripetiamo, senza conoscerne l’origine. Sapete perché si dà il braccio destro alle signore? Perché a sinistra si portava la spada. E perché i bottoni di giacca e camicia sono su lati diversi, per uomini e donne? Perché l’uomo si sbottonava con la sinistra: la destra doveva restare pronta, sull’elsa della spada. E perché i militari salutano portando la mano alla visiera? Perché i cavalieri antichi, prima di battersi, dovevano mostrare il volto, sollevando la visiera dell’elmo. E così via.

Oggi la spada, come la sciabola e il fioretto, non sono più armi. I duelli cruenti, per fortuna non si fanno più. E tuttavia, la spada è ancora un simbolo potente: la giustizia, il potere, l’onore. E lo sport ha spinto ancora più in avanti i limiti di una disciplina che non è più frenata, nel suo sviluppo, dal timore della morte. Il rischio di una stoccata è ben più accettabile, e quindi, oltre alla maggior varietà di colpi e di azioni, si è sviluppato al massimo il classico trinomio, che è alla base della scherma: velocità, scelta di tempo e senso della distanza, o misura.

Mettete insieme il tutto, e non vi stupirete trovando la scherma anche nella dimensione aziendale: grazie alle armi e alle maschere di plastica, che non richiedono particolari protezioni, è possibile far provare l’ebbrezza della stoccata anche al dirigente e all’impiegato. E intanto, insieme alle emozioni, gli si fanno comprendere, con efficacia, schemi di comunicazione, autocontrollo, scelte tattiche e strategiche, e tanto altro.

E torno all’inizio. Alle gare, che sono un pretesto. Al rapporto con i ragazzi, che crescono e diventano uomini e donne. E ricorderanno per sempre, se mai cesseranno del tutto, di aver tirato di scherma. E saranno un po’ più bravi, e un po’ più forti, nella vita, per quegli anni di applicazione, di sudore, di gioie e delusioni, con in pugno quella striscia di metallo. Qualcuno conserverà un po’ di gratitudine, anche per me. Mai quanta ne provo io, per tutti loro.

Ecco perché.

 

Giancarlo Toràn

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