Articoli di Giancarlo Toràn, La Frase Schermistica, Ospiti

Ricordando Niccolò Perno

Niccolò Perno, rigorosamente con due ‘c’, è certamente fra i Maestri che ricordo con più affetto e ammirazione. Certo non sono il solo, ma i ricordi sbiadiscono in fretta, e talvolta si corrompono. Bisogna perciò alimentarli. Per onorare la sua memoria ho chiesto a Claudio Maria Mancini, che fu suo caro amico, di scrivere un articolo da pubblicare oggi, otto maggio, il giorno in cui Perno ci ha lasciato. Un articolo che si aggiunge a quello già pubblicato un mese prima, su questo stesso blog, dello stesso autore, su Camillo Rodolfi, un maestro di tutt’altra pasta.

Ho recuperato con fatica alcune foto, che per la maggior parte non sono riuscito a datare con precisione. Spero di porre rimedio in futuro a questa lacuna, e invito i lettori, se ne hanno, a mandarmene una copia digitale.

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L’amico Toran, benemerito della storia della scherma italiana, mi ha chiesto un ricordo di Niccolò Perno, per me semplicemente Nico. Finora mi ero astenuto dallo scriverlo, salvo tracciare le brevi note premesse all’inventario del suo archivio, salvato dalle grinfie del suo feroce gatto e depositato, assieme a quello di mio padre e suo amico, alla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II di Roma, dove è conservata la Biblioteca del Duello, e dunque anche in parte della scherma, donata con principesca generosità dal barone Giorgio Enrico Levi nel 1936 e dove, tanti anni dopo, le  mie amiche bibliotecarie Alda Spotti e Margherita M. Breccia Fratadocchi curarono la mostra “A fil di spada”: evidentemente una spada cinquecentesca che consentiva il coup de Jarnac.

Nico nacque in Napoli, alla Vicaria, da Arturo e dalla bolognese Maria Carbone, 16.2.1910. La madre di Arturo, Emilia Auritano sposò in seconde nozze il pittore e restauratore Carlo Ciappa. Credo che dal sangue settentrionale della madre avesse ereditato i capelli lisci, con scriminatura centrale, che gli davano un’aria molto poco meridionale. La famiglia paterna era di origine siciliana: i baroni Perno di Mazzarino, città dove credo esista ancora il loro palazzo. Finora, insisto finora, non sono riuscito a vederlo. Anche toponimi locali ricordano questa famiglia. Nico fu il primogenito. Dopo di lui, nel 1911, nacque la sorella Emilia, diplomata all’Accademia Fascista di Educazione Fisica di Orvieto, e nel 1916, Paolo, sottufficiale pilota da caccia della R. Aeronautica, quattro medaglie d’argento al valor militare guadagnate in Africa Settentrionale durante la seconda guerra mondiale. Il nome di battesimo gli diede sempre dei problemi. Quasi mai fu scritto correttamente. Comunque quasi tutti lo conobbero come Nico. Credo fosse un vezzo familiare l’uso di diminutivi. La moglie, fiorentina, una Malevolti, era Nuccia; la figlia Paola (il nome dell’amato fratello), nata a Baden Baden nel 1944, in mezzo ai bombardamenti, era Pucci. Ben presto il padre di Nico scomparve dall’orizzonte familiare. Era un giocatore smodato. Un giorno decise (o fu costretto) di emigrare negli Stati Uniti e non tornò più. Morì a New York, a quanto se mal non ricordo ne sapeva il figlio, e fu sepolto in un cimitero travolto dalla espansione edilizia. Nico non ebbe mai modo di vederne la tomba.

Nico frequentò il Collegio Pontano dei Gesuiti. Lì si studiava davvero. Un amico di mio padre, il col. Giuseppe Rulli, ex alunno di quell’istituto, raccontava che usava tradurre dal greco in latino e viceversa. Nico però molto studioso non era e, se mal non rammento, non riuscì a conseguire la licenza liceale. A questo punto doveva guadagnarsi la vita. Era un bel ragazzo ed veva un fisico atletico, aldilà della norma. Nuotava molto bene, era un giocatore di pallone di alto livello, praticava l’atletica leggera: corsa ad ostacoli e salto coll’asta. Scelse di arruolarsi come soldato volontario nel Regio Esercito. Fu inviato nel 45° Reggimento di Fanteria, di stanza a Napoli, nella Caserma Garibaldi. Durante una esercitazione montava un mulo ed un vero intenditore di equitazione, il col. Giovanbattista Starita, notò come se la sbrigasse. Gli propose di passare in Cavalleria ma Nico non accettò perché aveva chiesto ed ottenuto di essere inviato a Roma alla Scuola Militare Centrale di Educazione Fisica, Sezione Magistrale di Scherma, per il periodo di prova attitudinale che durava un mese. La Scuola – tutti quelli che l’avevano frequentata o che sapevano di cosa si trattasse e quale ne fosse il livello – la chiamavano la “Magistrale”. Fondata nel 1884 aveva avuto molte sedi: la Caserma del Macao, San Salvatore in Lauro, la Caserma Manara a Magnanapoli, ed infine, dopo l’interruzione della Grande Guerra e l’inserimento nella Scuola Militare Centrale di Educazione Fisica voluta dal generale Grazioli, alla Farnesina, nell’area dove oggi sorge il Ministero degli Affari Esteri ed i parcheggi antistanti, fino al Tevere. Il livello di quell’impianto militare era quello attuale della Via Capoprati, strada sulla quale si apriva l’ingresso della Scuola. Solo nel 1934 fu eseguito il rialzo dell’area, testimoniato dal pendio che corre lungo la rammentata Via Capoprati. Il corso magistrale durava tre anni ed era preceduto da un mese di osservazione attitudinale dei novanta sottufficiali, quasi tutti appena arruolati, dunque quasi tutti ventenni, scelti nei reparti dai maestri di scherma e forse da qualche altro ufficiale esperto tiratore (non ne mancavano; tutti gli ufficiali inferiori erano obbligati a frequentare la sala di scherma e fino al 1909 la sciabola era l’arma d’ordinanza degli ufficiali italiani). Dopo trenta giorni di osservazione i novanta si riducevano a trenta. E questi si diplomavano tutti al termine di un corso di trentasei mesi di scherma, ginnastica teorica e pratica e lezioni di pedagogia, morale e storia della ginnastica, anatomia, fisiologia, igiene, matematica, geometria, geografia, lingua e letteratura italiana, storia e nozioni generali di scienze naturali. Un corso direi proprio estremamente impegnativo. Ogni giorno gli allievi passavano in sala quattro o cinque ore. Alla fine sembra ci fosse chi era in grado di eliminare una mosca con una sciabolata, senza rompere il vetro su cui aveva avuto la cattiva idea di posarsi. Lo stesso ritmo che almeno qualcuno teneva a Pinerolo, alla Scuola di Cavalleria. Il mio amico Defendente Carlo Pogliaga, sergente allievo del corso istruttori nel 1923, montava la mattina quattro o cinque cavalli e nel pomeriggio altri due. Nell’intervallo si allenava in bicicletta per un centinaio di chilometri. A riprova dei risultati di questo allenamento invito a guardare la foto (riprodotta su una delle cartoline edite a Pinerolo da un fotografo locale) del suo (di Pogliaga a piedi, non a cavallo) salto di una staccionata di circa m. 1,20, con il frustino sotto il braccio. Gli allievi della Magistrale erano inquadrati e militarmente istruiti da ufficiali dei Bersaglieri, allora il Corpo più sportivo del Regio Esercito, succeduti nel 1914 ai Granatieri. Anche se un direttore, il col. Carmine Salonna Persico, era d’Artiglieria. Al comando della Magistrale, nei tre anni che Nico la frequentò, si avvicendarono i colonnelli dei Bersaglieri Amedeo Monti ed Emilio Miani. Il Direttore tecnico e gli insegnanti erano maestri di scherma militari o maestri di scherma civili dell’Amministrazione della Guerra. Questi ultimi erano maestri militari che dopo qualche anno dalla conclusione del corso magistrale concorrevano ai posti che si erano resi liberi nell’organico di questa mansione dell’Amministrazione della Guerra. Divenuti maestri civili dell’Amministrazione della Guerra, mantenevano la retribuzione fissa ed il diritto a pensione (non lo avevano gli impiegati privati, che al massimo conseguivano una indennità di liquidazione), si liberavano dalle servitù militari, potevano esercitare la pratica privata e, almeno taluni, venivano inseriti nel corpo insegnante della Magistrale. Nico ebbe Salvatore Angelillo quale direttore tecnico e quali istruttori i maestri di scherma Antonino Pomponio, fiorettista e maestro civile, e gli sciabolatori Pielli, Ciro Olimpico e Giuseppe De Sanctis. Angelillo consentì solo a Nico di usare la spada francese. Fra i trenta che si diplomavano, tutti professionisti di classe, c’erano gli schermitori eccellenti, che poi avrebbero gradito poco insegnare ai principianti e che, magari, si sarebbero distinti quali maestri assaltanti di chi, maestro o dilettante, volesse avere di fronte un avversario almeno del proprio valore. Nico fu uno di questi. Tanto per cambiare il diploma che gli fu consegnato recò il nome di battesimo storpiato: Nicola. Per concludere: non si creda che la Magistrale non avesse i suoi problemi. Nedo Nadi li rappresentò con molta chiarezza nell’ottobre 1928 su “Il Littoriale”. Tuttavia, la Magistrale assolse molto bene il compito che gli era stato affidato. E possiamo dire, senza timore di smentite, che le 100 medaglie d’oro olimpiche della scherma italiana sono in larghissima misura il risultato dell’attività della Magistrale militare e che la diffusione della scherma italiana nel mondo è riconducibile alla stessa istituzione. Errore imperdonabile quello di chiudere nel secondo dopoguerra la Magistrale e Pinerolo. Chi vuol capire capisca.

Nel periodo precedente la promozione Nico aveva frequentato la squadra di pentathlon moderno che si preparava per le Olimpiadi di Berlino e la cui base logistica era in un appartamento di Viale Tiziano, a Roma. Si pensò d’includerlo nella squadra. Però il pentahlon moderno era sport militare e non aveva una Federazione in ambito CONI; rispondeva all’Ispettorato di Fanteria, allora affidato al Principe di Piemonte. Nico era sottufficiale e come tale non poteva partecipare a gare con ufficiali. Questa regola valeva anche in ambito civile: un sottufficiale non poteva partecipare a gare, a quanto so di equitazione, se gli altri concorrenti fossero “gentiluomini”. Ecco perché l’ex sergente di cavalleria Defendente Carlo Pogliaga, già citato, accettò di far parte della squadra ippica della MVSN dove fu inquadrato quale capo manipolo, grado corrispondente a quello di sottotenente. Anni prima il col. Raffaele Cadorna aveva acquistato il cavallo “Zeppo” da lui lavorato e, ammirato dal risultato raggiunto dal sergente Pogliaga, lo aveva invitato a colazione da Savini, in Galleria, a Milano. La gente passava e rimaneva stupita nel vedere un sottufficiale a tavola con un ufficiale, superiore per giunta. Perciò Nico non fu ammesso nella squadra olimpica di pentathlon moderno e si limitò a dare lezioni di scherma al ten. Silvano Abba, che divenne suo grande amico. Abba fu medaglia di bronzo a Berlino e lì incontrò la futura moglie, una dottoressa originaria della Slesia che sposò a Roma, nella Chiesa di S. Croce a Via Guido Reni. Matrimonio quanto mai sfortunato, per mantenersi sulle generali e stendere un velo pietoso su una vicenda assai triste e squallida. Le lettere della madre del capitano Abba al Principe di Piemonte parlano chiaro. Di quel periodo rimane, nell’Archivio Perno, una foto che ci mostra Nico con i partecipanti agli allenamenti di nuoto ed il Principe di Piemonte. Forse Nico avrebbe potuto essere la prima medaglia d’oro olimpica italiana nel pentathlon moderno.

Niccolò Perno. Foto invitami dall’autore dell’articolo.

Promosso sottotenente maestro di scherma, grado unico, in s.a.p. (in s.p.e., per il diario del 37° Reggimento fanteria “Ravenna” dove prestò servizio nel 1940), Agesilao Greco lo volle quale maestro assaltante e tirò con lui in un assalto accademico nella nuova sala del Circolo della Spada a Via Borgognona (circolo che prima aveva avuto sede in Via in Lucina e poi a Vicolo Capranica). Fu un assalto memorabile. Nico con un filo di quarta fulminante ferì all’inguine il grande Agesilao che secondo la sua abitudine (si veda il quadro di proprietà della famiglia Musumeci Greco, di cui Luchino Visconti volle curare il restauro) tirava con pantaloni di velluto, del tutto insufficienti a proteggere. Ferito per fortuna non gravemente (Nico fu protagonista di un altro incidente risoltosi in modo “miracoloso”: la maschera dell’avversario cedette e gli infilò un buon tratto di lama, se mal non rammento di sciabola, nell’orbita, senza ledere né occhio né cervello), fu medicato all’Ospedale San Giacomo, con grande paura della fidanzata, la schermitrice Nelly Salonna, figlia del col. Salonna, che aveva assistito all’incidente. Finalmente nel febbraio 1935 fu assegnato al 5° Reggimento Alpini, a Milano, Via Vincenzo Monti, di fronte alla caserma del Savoia Cavalleria. Lo comandava il col. Vincenzo Tessitore e la mensa era ottima: perfino gli ufficiali del Savoia andavano alla mensa degli alpini. Nico succedette a Giuseppe Pisani di Castagneto, che, promosso tenente (la limitazione del grado unico finì con l’entrata in guerra), si farà la campagna di Russia nel 3° Reggimento Bersaglieri del col. Aminto Caretto. Per capire chi fosse Pisani basti dire che da un certo momento poté dormire nelle isbe con la porta aperta. Aveva represso, imbracciato un mitra, la vigliacca prepotenza nei confronti dei civili russi di un militare germanico, spero non della Wehrmacht. Dopo la guerra il maestro Pisani fu maestro dell’avvocato Antonio Spallino, campione olimpionico e grande bibliofilo. La sua biblioteca “Moselliana” avrebbe dovuto essere assicurata alla pubblica fruizione. Speriamo bene. Il col. Tessitore autorizzò Nico ad indossare il cappello alpino e volle partecipasse ad una missione di ricognizione ai cippi di confine sul Monte Rosa. A Milano Nico frequentò la sala del Giardino dove insegnava Gioacchino Guaragna e tiravano elementi di primissimo ordine. Fra essi lo spadista olimpionico Cornaggia Medici che non si allenava mai ed aveva, nonostante la vita non molto regolare, la scelta del tempo di un gatto.

Niccolò Perno è il secondo da sinistra, il quarto è Edoardo Mangiarotti, e il sesto Giuseppe Mangiarotti. Seduti, Dante Galante e Elio Cucchiara.

 

Quando Nico lasciò il Reggimento gli fu donata la bella placchetta che oggi è in una vetrina al Museo dell’Agora di Busto Arsizio.

Nel 1938 la FIS, cioè il presidente Nedo Nadi, volle partecipasse, quale rappresentante italiano, ad una gara a Bruxelles dove, nella Sala Léopold, riportò un brillante successo contro il fiorettista belga e maestro Carlo Perseyn. Assistette all’incontro Erwin Casmir, forte schermitore ed olimpionico tedesco dell’Herrmannia di Francoforte sul Meno. Reichsfachamtsleiter e Sachbearbeiter fuer Auslandsangelegenheiten della sezione scherma della Nationalsozialistischer Reichsbund fuer Leibesuebungen. Foerderer era il Gruppenfuehrer SS Reynard Heydrich, di orrenda memoria. Un individuo, probabilmente tarato mentalmente, figlio di un professore del Conservatorio musicale di Halle a.d. Saale, valente pianista ed un più che appassionato sciabolatore. Ufficiale della Kriegsmarine ne era stato espulso (se non erro per avere compromesso la figlia di un altro ufficiale) dal poi capo dell’Abwehr, Wilhelm Canaris. Come i destini s’incrociano in modo incomprensibile. Heydrich sembra volesse diventare presidente della FIE. Riuscì a far dimettere il belga Anspach ma non ebbe modo di prenderne il posto. Vicenda ancora tutta da approfondire. Sempre che la documentazione si sia salvata.

Dopo questa dimostrazione di capacità la Germania lo chiese quale maestro della squadra tedesca, in vista di quei Giochi Olimpici di Tokio del 1940 che mai sarebbero stati disputati. Naturalmente l’amministrazione italiana della Guerra rispose affermativamente e così Nico nel 1939 partì per un paese dove la presenza e la fama dei maestri italiani era consolidata. La scherma tedesca era largamente praticata nella polizia e fra le SS e fino a pochi anni prima era durata la pratica del duello alla pistola automatica, dunque con canna rigata; duelli dove uno dei due doveva morire. Il cardinale von Galen nell’omelia di Pasqua 1934 aveva ribadito la condanna canonica del duello e lo stesso Hitler, è tutto dire, li aveva vietati dopo quello combattuto il 22.10.1937 fra Ronald Strunk e Horst Krutschinna, nel quale il primo era stato ferito a morte.

Al momento di partire per la Germania, dopo il colloquio al Ministero della Guerra a Via XX Settembre, forse in un qualche ufficio del Gabinetto del Ministro, il col. Santo Emanuele, capo del controspionaggio, lo portò a Palazzo Baracchini, in un ufficio del SIM, dove gli fu spiegato cosa avrebbe dovuto fare quale informatore. Poiché avrebbe avuto possibilità di viaggiare in Germania in lungo e largo doveva segnalare le stazioni ferroviarie dove esistevano piani di carico e quali fossero gli orari ferroviari. Nico si fece fare innumerevoli foto ricordo davanti agli orari ferroviari murali da passanti che accettavano di usare una cortesia al turista. Questi successivamente riferiva al telefono ad un ignoto interlocutore. Importante era che non andasse mai in Ambasciata. Forse le foto inviate da Nico saranno state distrutte nei roghi dell’archivio del SIM dopo l’8 settembre. E’ bene precisare che Heydrich, pur essendo un ex ufficiale della Kriegsmarine ed ormai esperto poliziotto, non capì che un ufficiale del R. Esercito italiano non poteva non essere un informatore. Tuttavia Nico dopo un paio di giorni in sua compagnia preferiva trovare modo di accomiatarsi: i nervi erano troppo provati. E la presenza accanto ad Heydrich di un segretario in borghese (altri tre erano sempre in divisa) addetto alle questioni schermistiche e che aveva fama di essere il suo boia non rallegrava certo l’ambiente. Nico era stato colpito dal viso asimmetrico di Heydrich e dalla sua prepotenza. Una sera un povero maître d’hotel ebbe l’ardire di fargli notare che era necessario abbassare le luci in ottemperanza alle disposizioni sull’oscuramento. Fu fulminato con un’occhiata talmente cattiva che si affrettò a dileguarsi.

All’entrata in guerra dell’Italia Nico chiese di essere inviato al fronte e si portò volontario per essere lanciato col paracadute in Africa Orientale; un’operazione che non fu mai realizzata. Comunque, fu scartato alla visita dall’ufficiale medico Marcello Bertinetti, anche lui forte spadista, che volle evitare che un maestro di quel livello si esponesse oltre il dovuto.

Fu assegnato quale maestro di scherma al 37° Reggimento Fanteria “Ravenna”, sul fronte occidentale. Giunse il 27.7.1940, dunque a combattimenti terminati; almeno così risulta dal Diario reggimentale. Invece mi disse di essere giunto poco prima della conclusione degli scontri e che fece arrendere un reparto francese che non sapeva come la pattuglia di Nico non avesse rinforzi. L’andamento di un sentiero di montagna aveva celato ai francesi cosa ci fosse dietro. L’arrivo di questo sottotenente molto atletico e giovanissimo non era passato inosservato. Il colonnello comandante B. Cetoni lo nominò alfiere e gli diede ordine di organizzare il plotone d’assalto, secondo le disposizioni impartite dal generale Edoardo Nebbia, comandante della Brigata. Gli furono dati gli elementi indesiderabili del Reggimento, tutti sardi meno un romano. I sardi, ben comandati, risposero pienamente alle aspettative e Nico li ricordava fino all’ultimo con grande affetto; l’unico irrecuperabile: il romano. L’addestramento da ardito pose un problema: la ricerca della “libretta” con le norme tecniche per la scherma di pugnale. Introvabile e Nico dovette improvvisare facendo ricorso al buon senso ed alla sua elevata tecnica d’assalto schermistico. Li istruì a parare i colpi col braccio sinistro protetto dalla giacca o dalla mantellina; tenendo l’avversario a distanza con i calci e con pestate di piede (Bud Spencer dove sei?). Quando si fosse arrivati sotto misura: colpire immediatamente al ventre. Certo Nico non sapeva quello che molti anni dopo racconterà il magg. Giuseppe Nunziante di Mottola, ufficiale degli arditi “…I maestri accoltellatori di Napoli, Sicilia, Roma e Milano insegnano la scherma col pugnale a chi non la conosce. Ogni paese ha le sue scuole, ognuno la vanta come migliore....”. Altro che “libretta”. L’altro ricordo indimenticabile era la sua mansione di alfiere del Reggimento. Guardava con commozione le fotografie che lo ritraevano con la bandiera che dovette essere distrutta col fuoco in Russia.

La base della sua attività schermistica era a Francoforte, città di residenza di Casmir e di molti altri schermitori tedeschi di spicco. Fra essi Siegfried Lerdon, Polizei Oberleutnant, sposato con Maria Hoesch, figlia di un grande industriale siderurgico tedesco e di una attrice romena, israelita, che riuscì a non finire nei lager fino al giorno in cui, avvertita che l’arresto era imminente, si suicidò col veleno. Siegfried Lerdon si era dovuto dimettere dal corpo perché marito di una mezza ebrea.

Durante la guerra Italia e Germania s’incontravano a turno nei rispettivi paesi. Nel periodo immediatamente precedente i due paesi dell’Asse erano considerati “vitandi” e come tali non erano invitati a gare internazionali; nonostante il loro livello tecnico. Facevano gare fra di loro; una volta in Italia, un’altra in Germania. Il primo incontro di scherma Italia-Germania ebbe luogo a Berlino (non so in che data) e l’Italia vinse 7 a 1. Il secondo Il 24.2.1940 a Roma, al Teatro Quirino; vinse l’Italia 6-2. Per il terzo e credo ultimo la squadra tedesca era formata da Lerdon, olimpionico e campione germanico di spada, Reis, Wahl e Leibscher; la squadra italiana da Saverio Ragno, Edoardo Mangiarotti, Aldo Montano e Umberto De Martino. Il 9.3.1941 ci fu un incontro nella Sala della Cupola dello Stadio Olimpico, presente il Capo dello Sport del Reich e l‘Italia vinse 8-3. Lerdon pareggiò alla spada 5 a 5 con il forte Cantoni e perse con Battaglia 5 a 4. Heydrich fece filmare la gara dello sciabolatore Pinton. Dove sarà finita questa pellicola? Il 29 e 30.3.1941 ebbe luogo a Milano un torneo di fioretto e sciabola fra Italia e Germania. La squadra tedesca accompagnata da Erwin Casmir e Hermann Rau era composta da Israel (sic; anche in Germania esisteva l’arianizzazione e si chiudeva un occhio, anche due, se l’ebreo aveva un valore propagandistico), Koerner, Limpert, Losert. Gli italiani appartenevano al Centro di Preparazione Olimpica: Bocchino, Di Rosa, Gaudini, Guaragna, Edoardo Mangiarotti, Marzi, Renzo Nostini, Pinton, Ragno,  Tamborra, Verratti, Battaglia, Darè, Filogamo e Masciotta.

Durante la guerra oltre a svolgere il compito di allenatore della squadra olimpionica tedesca Nico fu anche incaricato di riorganizzare la struttura della pratica della scherma nei territori occupati dove esistevano importanti aliquote di appartenenti alla nazionalità germanica. Per questo motivo fu inviato a Strasburgo ed in Slesia. Ricordava ancora l’incontro con il capo della polizia di Posen, forse il generale delle SS Max Montua, morto suicida nell’aprile 1945, il quale gli chiese di cambiare sedia perché, senza saperlo, si era seduto su quella che quel gentiluomo faceva occupare agli interrogandi. A Posen era stato colpito dai tanti ebrei che dovevano recare sul vestito la stella di David. Della visita a Thorn, la città di Copernico, conservava una magnifica foto panoramica, con la dedica degli allievi, ora nel suo archivio, nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Naturalmente si spostava in treno, con fruttuosi risultati per il suo compito in ambito SIM. Grazie ad uno di questi viaggi notò l’afflusso anormale di truppe verso oriente ed ebbe modo, per primo, di avvertire che stava iniziando l’attacco all’URSS.

Giunse l’8 settembre. Nico si trovava a Francoforte e la moglie era in stato interessante. Nonostante facesse parte della Missione militare italiana in Germania non fu incluso fra il personale che doveva rientrare in Italia con il convoglio diplomatico. Il generale Marras forse si era dimenticato di lui. La Gestapo si recò al suo domicilio per arrestarlo. Chiese di indossare l’uniforme e gli fu accordato. Mentre si vestiva il capo della squadra ricevette una telefonata che dispose l’arresto domiciliare. Nico non seppe mai perché quest’ordine fosse stato dato e da chi. Rimasto a Francoforte Nico trovò un lavoro ad Offenbach, nella fabbrica Krone, di proprietà degli Hoesch, che produceva oggetti in acciaio inossidabile.

Francoforte era ormai oggetto di continui bombardamenti aerei. Nico mi raccontò che duravano 45 minuti, durante i quali il cielo diventava d’argento. La città era distrutta ed un giorno Nico vide un anziano viandante che lo precedeva scomparire fra le macerie. Invano cercò di capire dove si fosse infilato. Dopo tanti anni era ancora convinto di aver visto un fantasma.

Anche la casa dove abitavano fu bombardata. Si erano rifugiati in cantina e si trovarono semi-schiacciati da un trave. Dovettero la vita alla prontezza dei vicini che aprirono un varco nel muro confinante e li fecero uscire.

A questo punto Nico decise che era meglio prendere il largo, diventando latitante. La coppia Perno e la coppia Lerdon si allontanarono da Francoforte e si rifugiarono a Bischofsheim, località vicino Fulda, dove gli Hoesch avevano una casa di caccia. Le due mogli con le bambine vivevano nella casa di caccia, mentre i due uomini pernottavano all’addiaccio nel bosco in una capanna di frasche. Di giorno sparavano a cinghiali e caprioli che finivano in pentola. Le prede erano sventrate con un bel coltello a scatto che ora mi accompagna in montagna. Nel paese si sapeva di questi clandestini ma gli abitanti erano legati agli Hoesch e non li tradirono. Il medico, nazista convinto, avrebbe potuto farlo ma ebbe paura di quanto sarebbe potuto capitargli all’arrivo degli alleati.

Era necessario per Nico recarsi a Fulda per acquistare il latte in polvere per la figlia. Era un latitante e se fermato avrebbe rischiato di essere deportato, sempre che fosse sopravvissuto alle torture seguenti l’arresto. Un giorno nella stazione di Fulda vide l’arrivo di un treno merci e la immediata apertura delle porte scorrevoli dei vagoni: ne caddero molti cadaveri. Erano gli ebrei di Bordeaux che non avevano resistito al viaggio. Un’altra volta sfuggì all’arresto perché, saliti due poliziotti per il controllo dei documenti, ebbe la prontezza di uscire dallo scompartimento, profittando del controllo in corso ad una coppia di persone anziane. Nel corridoio incontrò l’altro poliziotto che gli chiese i documenti. Con grande freddezza e presenza di spirito rispose: Schon gemacht, già fatto. E quello passò oltre. Dopo tanti anni Nico annoverava questo episodio fra i miracoli che avevano punteggiato la sua esistenza.

Poco prima di questo giorno liberatorio Nico e Siegfried sottrassero i cavalli di una batteria tedesca che sparava gli ultimi colpi nel tentativo di fermare la valanga alleata. Non ricordo cosa ci fecero. Certo ai Perno ed ai Lerdon non difettava lo spirito sportivo. Quando arrivarono i profughi dalla Slesia Nico ebbe modo di vedere degli appartenenti alla grande famiglia dei von Richthofen saltare da carri a cavalli privi di freno (in Slesia la pianura era sovrana) per bloccare le ruote con un qualche cuneo, prima che il pendio trascinasse via cavalli e carro.

Rientrati a Francoforte, Nico prese a commerciare in generi alimentari italiani. E fece molti quattrini; e lui napoletano ebbe la soddisfazione di vedere lo stile con il quale un tedesco prendeva le “mazzette” a fronte del rilascio delle licenze d’importazione. Apriva il cassetto della scrivania e con un colpetto faceva precipitare dentro i soldi. Quanto alla scherma: divenne subito maestro della sala di scherma dei militari americani a Wiesbaden e, secondo il suo stile di vero sportivo, chiese ai nuovi allievi di consentire ai suoi allievi tedeschi, quasi tutti appartenenti al circolo sportivo “Hermannia” di Francoforte, di poter praticare lì quello sport che, considerato bellico, non era consentito dall’autorità di occupazione. Lo ottenne e poco dopo organizzò il rientro degli schermitori tedeschi nel circuito delle gare internazionali, organizzando un incontro coll’Italia a Villa Olmo di Como. Rimpiangeva di non aver accettato la proposta di un ufficiale americano di trasferirsi negli Stati Uniti.

Nel 1954 rientrò in Italia ed ebbe la malinconica idea di impegnarsi assieme al fratello Paolo in una fabbrica di mobili da cucina in acciaio. Troppo solidi. L’attività andò male ed ebbe effetti rovinosi sulle sue finanze. Dovette ritornare alla vecchia professione. Fino allora credo che la sua attività schermistica si fosse limitata ad accompagnare la squadra di scherma dell’Aeronautica Militare, capitanata dal capitano CCrc Luigi Mancini, con il quale sorse un’amicizia vera. Mio padre diceva che era stato colpito dalle qualità intellettuali di un maestro di scherma che, al contrario dei suoi colleghi, non era solo dotato di qualità fisiche notevoli. La squadra dell’Aeronautica Militare aveva quale punto di aggregazione la sala del Ministero dell’Aeronautica, collocata al piano terra del palazzo della “Scuola di Guerra Aerea”. Ricordo ancora lui ed il suo vecchio maestro Pomponio che davano lezione ai più provetti. Certo non a me. Pomponio, diceva mio padre, non aveva più gambe ma ancora una mano di ferro che ti stritolava il braccio. Il maestro era Giuseppe De Sanctis, antico maestro militare che poi ebbe in Maffei il suo capolavoro.

Nell’ottobre 1956 accettò di dirigere, gratis, fatto veramente inconsueto (i costi di un duello erano la vera, immancabile, punizione finanziaria nella quale incorrevano i duellanti), il duello fra Giorgio Almirante e Vanni Teodorani. Agesilao Greco aveva rifiutato di farlo prevedendo i fastidi giudiziari che un duello fra due politici gli avrebbe procurato. Ed aveva ragione. Il duello alla sciabola fra i due, che more solito avevano bevuto parecchio per darsi la carica, e che si odiavano, fu violentissimo. Si svolse vicino all’aeroporto di Pratica di Mare, dopo aver seminato la polizia. Alla fine il più giovane e prestante Teodorani tirò una sciabolata alla testa dell’avversario. Nico capì che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime, forse esiziali. Ma Teodorani aveva fatto i conti senza l’oste. Perno, che era generoso ma non fesso, aveva diretto lo scontro non già impugnando un bastoncino, come molti usavano fare, ma con una sciabola; e parò lui la “mazzata” (cosa cavallerescamente vietata). La lama di Teodorani si piegò e Nico dovette lamentare un taglio alla sua bella e costosa giacca sportiva, alla quale teneva molto. Dopo di che fermò lo scontro, facendo tirare un sospiro di sollievo ai padrini ed al medico, dichiarando che uno dei due, Almirante, era in condizioni fisiche di manifesta inferiorità. Nonostante tutto, dovette subire un processo penale, il ritiro del passaporto per un paio d’anni e molti interrogatori da parte dei magistrati che si avvicendarono. Tutti si mostravano soprattutto desiderosi di sapere perché e per come della vicenda. La moglie di Almirante mostrò molta riconoscenza al salvatore del marito.

Niccolò Perno è al centro della foto, il quarto da destra. Alla sua sinistra sono Ugo Pignotti, Giuseppe Mangiarotti, e forse Giuseppe Mazzini. Alla sua destra Giuseppe Pisani, ultimo a sinistra Silvio Verratti. In piedi, riconosco Armando Coiro, Arturo Volpini e Dario Mangiarotti.

 

Quando riprese a tempo pieno l’attività magistrale, la sua attività si articolò in due settori: l’insegnamento, quale allenatore federale, ai pentatleti moderni, ai quali era legato da antica data; fra essi Paolo Racugno, Obici della Guardia di Finanza ed il vecchio cavaliere di Savoia, Curcio, amicissimo di Silvano Abba, al cui matrimonio aveva partecipato quale testimone. In questo settore il “capolavoro” di Nico fu Daniele Masala, prima medaglia d’oro italiana per il pentathlon moderno alle Olimpiadi di Città del Messico.

Niccolò Perno con Daniele Masala

Per capire bene chi fosse Nico va ricordato che durante una prova di tiro un atleta, per errore, gli rifilò un colpo in una coscia, fortunatamente senza colpire l’osso od un’arteria. Si medicò e tacque. Inoltre, succedette al maestro Valentino Ammannato nell’insegnamento alla Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Questo gli consentì di ottenere un trattamento pensionistico e divenire il maestro d’armi di fiducia di Franco Zeffirelli. Memorabile il “Giulietta e Romeo” (1968). Molti anni una compagnia teatrale genovese gli chiese di curare la parte schermistica di “Giulietta e Romeo”. Gli attori erano vestiti con abiti novecento. Nico li convinse a non far loro usare nel celebre duello spade antiche ma di utilizzare bastoni animati. Non fu facilissimo trovarli.

Ormai in pensione ad un congresso della Federazione Italiana Scherma conobbe il padre padrone della scherma di Taiwan, fino allora allenata da un maestro britannico, e rimase a Taipei quasi l’intero anno 1983 allo scopo di consentire alla squadra nazionale di partecipare dignitosamente alle Olimpiadi di Los Angeles (1984).

Fu Presidente dell’AIMS e della Académie d’Armes Internationale; lasciando in ambedue i sodalizi un ricordo molto gradevole.

Morì in una casa di riposo a Bomarzo l’8.5.2008, verso le 11 del mattino. Una vera liberazione. Non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali... Fu sepolto il 10 mattina nel cimitero di Bagnoregio. Con Daniele Masala, il più bel risultato magistrale del mio caro amico, avemmo l’onore di portarne il feretro.

Articolo di Claudio Maria Mancini

 

P.S.: La foto in copertina è ritagliata da quella riprodotta poco sopra, dove il Maestro è in buona e illustre compagnia: non sono riuscito ad identificare tutti i presenti con certezza. Daniele Masala, che ringrazio, mi ha inviato la sua foto con Niccolò Perno.

Niccolò Perno fu presidente dell’Aims prima di me, fino al 1992, e mi passò contatti e progetti che poi riuscii a portare a buon fine, o che produssero buoni frutti: l’acquisizione della collezione di testi sulla scherma di Roberto Gentile, ora a Roma nella Biblioteca dello Sport del Coni, all’Acquacetosa, e quindi la prima “Biblioteca digitale sull’arte della scherma”; la conoscenza di Silvio Longhi, con quel che ne seguì, le pubblicazioni, il Museo dell’Agorà della scherma. Continuai a frequentarlo andando a Bagnoregio, dove viveva, quando andavo a Roma in auto, e ricordo con piacere e tenerezza le chiacchierate con lui, i ricordi che mi confidava. Qui una foto fatta durante una di quelle visite. L’emblema tondo con l’aquila, sulla destra, è ora esposto nel Museo della scherma.

Giancarlo Toràn

 

 

 

 

 

 

 

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