La Frase Schermistica, Ospiti

Sono un maestro di scherma normale.

Premessa: non sarò breve, non ho il dono della sintesi e non me ne curo.

Sono un maestro di scherma normale.

Nel senso che, come tanti colleghi e colleghe, porto avanti il mio mestiere con passione, investendo nella sala di scherma gran parte del mio tempo ogni giorno, quasi tutti i giorni dell’anno, al punto di averne fatto una professione, per quanto atipica e ancora ben lontana dal poter essere vissuta serenamente come tale; ma questa, come sappiamo, è un’altra storia che non dipende solo dalla volontà e dall’impegno del singolo.

Negli anni ho formato alcuni allievi e allieve che hanno voluto seguire la strada dell’insegnamento e che sono diventati a loro volta istruttori e maestri.

Assieme cerchiamo di portare avanti una modesta società sportiva di provincia che si occupa di scherma a 360° (scherma olimpica, scherma storica, artistica, ecc.) e che oggi conta un centinaio di iscritti.

Per quanto i nostri atleti e le nostre atlete ogni tanto vincano qualche medaglia e si aggiudichino persino qualche titolo a vari livelli di età e in varie categorie, non siamo una società che sforna campioni, esattamente come la stragrande maggioranza delle società di scherma italiane.

A volte l’impegno, la dedizione, il sacrificio, il duro lavoro, e perché no un po’ di fortuna, riescono a dare qualche bella soddisfazione, anche in termini agonistici, ma ciascun maestro di scherma, da bravo artigiano, sa che non potrà mai avere la certezza di ottenere risultati vincenti e certi dalla propria opera.

Si impara presto a ingoiare sconfitte e fallimenti, per poi ripulire il banco di lavoro e ripartire da capo senza perdere l’entusiasmo.

Sono un maestro di scherma normale, perché so di non possedere le capacità umane e professionali di alcuni grandi artigiani che hanno fatto e che stanno facendo la storia di questa disciplina.

Se guardo i maestri del passato al pari di tanti amici e bravi colleghi di oggi, sono ben consapevole di non essere all’altezza delle loro capacità e non cerco nemmeno alibi o giustificazioni: sono consapevole dei miei limiti attuali ma nello stesso tempo non mi accontento e sento il costante bisogno di continuare a formarmi per migliorare.

Lo faccio per passione, lo faccio per curiosità, lo faccio per necessità, lo faccio per ambizione, lo faccio per onestà intellettuale nei confronti di me stesso e delle persone con cui mi relaziono, dentro e fuori dal mondo della scherma.

Per diventare maestro ho studiato più di 20 anni, frequentando ogni corso di cui avessi notizia, ovunque si tenesse, rimandando il più possibile l’appuntamento con l’esame da maestro, non per paura o per ottusa supponenza, ma perché non mi sentivo ancora pronto: vivevo (e in parte ancora vivo) quella “sindrome dell’impostore” che non mi faceva sentire a posto con la mia coscienza.

Ricordo a Madonna di Campiglio nel luglio del 2001, quando in occasione di un corso federale un noto “maestro di maestri” mi prese di mira perché non conoscevo il trattato Pignotti Pessina di fioretto e ogni lezione era una vessazione continua di domande terminologiche e concettuali, rigorosamente tassonomiche, a cui rispondevo per lo più con un’imbarazzante scena muta o peggio.

Era vero: non conoscevo abbastanza bene quegli argomenti e chi avrebbe dovuto spiegarmeli e insegnarmeli precedentemente non lo aveva fatto.

Una settimana intera nella frustrante sensazione di inadeguatezza.

L’anno successivo, al corso federale di Norcia, sapevo tutto a memoria – comprese le note a piè pagina, i punti e le virgole di quel trattato.

Non sarebbe mai più dovuto accadere che qualcuno mi trovasse impreparato su quell’argomento.

Questa è l’unica cosa per cui devo ringraziare quel maestro: avermi portato, per contrarietà, a studiare fino alla nausea quelle pagine, mandando a memoria termini e concetti con la stessa disciplina e rigore di uno studente del Corano di Damasco – e di contro, per lo stesso motivo, senza che lui lo volesse, a comprendere che sapere quelle cose a memoria, con l’acefalo atteggiamento di uno jihadista della scherma, non solo non serve a nulla ma è l’esatto contrario dell’essere un maestro di scherma; l’esatto opposto invece di quello di cui ha bisogno un maestro di scherma.

La formazione magistrale è e deve essere un percorso lungo, senza sconti, perché quella del maestro di scherma è una professione che va ben al di là dei quattro concetti racchiusi in un trattato o del mero insegnamento di una manciata di “mosse” che servono per vincere una gara.

Un maestro di scherma non è, o non è solo, un allenatore.

Un maestro di scherma oggi deve essere in grado di avvicinare, coinvolgere, pianificare e seguire il percorso di crescita umano e sportivo di qualsiasi individuo, tenendo conto delle sue caratteristiche specifiche di età, di maturazione, di sviluppo psicofisico, di abilità, di motivazioni, eccetera; deve saper creare, gestire e far crescere una società sportiva da tutti i punti di vista.

Ci vogliono conoscenze e competenze.

Non bastano più i trattati, se mai sono bastati, che pure servono per imparare la terminologia e i concetti di base: l’ABC della professione…

Nell’ottuso sistema jihadista della formazione magistrale che è regnato fino a oggi, invece, si è sempre dato spazio quasi esclusivamente alle nozioni.

Dogmatiche ripetizioni a memoria di termini e di concetti, sempre gli stessi, di anno in anno, di corso in corso, di livello in livello.

Una fideistica trasmissione e accettazione di formule schermistiche, in gran parte ormai lontane dalla pratica reale contemporanea.

Dove finisce la doppia finta del filo sottomesso circolato che parte dal legamento scarso di quarta dell’avversario?

Con che pugno si esegue la parata di terza con il gavigliano dell’italiano?

E la battuta atterrando, il copertino, la controcavazione, fino ad arrivare alle tre sacre contrarie dell’arresto in controtempo conosciute solo da pochi illuminati cultisti, devoti al dio della scherma.

Intendiamoci, è importante conoscere una terminologia condivisa, perché è fondamentale per parlare tutti la stessa lingua.

Ma, mi si conceda il paragone, sarebbe come continuare a studiare all’università sul sussidiario delle elementari (per chi è della mia generazione).

Un primo livello tecnico è una persona che ha cominciato il suo percorso di formazione – è un aiuto istruttore – deve conoscere l’ABC.

Un terzo livello tecnico ha necessità di avere conoscenze e competenze ben diverse che hanno attinenza diretta con la professione per cui si è formato.

I corsi necessari per acquisire i crediti per sostenere l’esame per il titolo di “maestro” dovrebbero essere incentrati sulle informazioni che servono davvero al maestro: quindi oltre a quelle materie generali o complementari, tutte quelle conoscenze e competenze schermistiche per saper riconoscere e definire un percorso di crescita agonistica che abbia attinenza con la scherma reale, olimpica, storica o di qualsiasi altro genere.

I formatori dovrebbero essere persone titolate a trasmettere quelle cose – saper dare il ferro in primis, ma non basta: è fondamentale anche trasmettere gli strumenti perché ciascun maestro possa trovare da solo, con la pratica e l’esperienza, il proprio modo di interpretare la scherma, un proprio approccio metodologico, ma anche saper diversificare le lezioni in base agli obiettivi didattici per ciascun atleta o ciascun momento del percorso di allenamento; conoscere lo stato dell’arte, ossia sapere com’è oggi la scherma di spada, di fioretto, di sciabola, ma anche di spada da due mani o di striscia, nelle varie competizioni nazionali e internazionali.

In vent’anni di corsi ufficiali federali e un’infinità di lezioni prese da decine di maestri diversi, pur avendo imparato tante cose, le uniche persone che mi hanno davvero aiutato nella mia formazione professionale, donandomi un po’ di più di quanto fosse previsto dai programmi jihadisti, si contano sulle dita di una mano e, guarda caso, sono anche quelle che mi sono rimaste più amiche, come Giancarlo Toran , Alberto Coltorti , Antonio ed Enrico Di Ciolo, Giovanni Rapisardi; pochi altri.

Seguire i corsi obbligatori necessari per conseguire il titolo di maestro è stato sempre visto come una gran rottura, una perdita di tempo e di danaro, un sacrificio quasi inutile, da sbrigare quanto prima per ottenere un pezzo di carta con cui poter affiliare una sala di scherma.

Oggi non possiamo più pensarla così.

Quella del maestro di scherma è una professione – ma non ce lo dice solo la “legge”, ce lo dice la società: ce lo chiedono le famiglie e le persone che oggi si avvicinano alla scherma e che hanno esigenze, conoscenze, obiettivi diversi da quelli di 50 o 100 anni fa; ce lo chiedono le Asd che siamo chiamati spesso a gestire in una realtà sociale e comunitaria diversa da prima; e infine ce lo chiede la scherma stessa che è cambiata e che risponde a esigenze di allenamento e di atletismo ben più complesse rispetto a prima – con tutti i rischi e le ricadute del caso (basti pensare alla crescita delle neuropatie e varie problematiche fisiche, come le necrosi all’anca).

Che lo si voglia o meno, si ha bisogno di tempo per formarsi adeguatamente e anche dopo il conseguimento del titolo di maestro non è possibile smettere di studiare, di approfondire di chiedere… anche se qualcuno oggi, giocando con le (tre) carte, crede di poter aggirare la cosa svestendo il maestro del suo titolo e chiamandolo allenatore sportivo; fingendo che possa restare un dilettante, sicuramente dopolavorista, meglio se un po’ beota.

Sono un maestro di scherma normale, ma sono un maestro di scherma.

(Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus)

Articolo di Davide Lazzaroni

(1) Comment

  1. Domenico Campione says:

    Bell’articolo, maestro, che onora la professione. Emergono la profonda esperienza, la saggezza, l’umiltà. Doti alle quali ciascun educatore deve aspirare. Complimenti

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